L’Arca di Noè

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Ibambini morti senza battesimo erano sospettati di incarnarsi in spiriti o folletti maligni, che potevano aggredire altri neonati oppure manifestar­si ai vivi per tormentarl­i. er evitarlo si cercava di rianimarli”, portandoli in appositi santuari (detti L o della doppia morte”, difusi soprattutt­o lungo l’arco alpino) per battezzarl­i, oppure si inieriva sul corpicino con mutilazion­i (decapitazi­one, taglio dei piedi, ecc.) o altre forme di esorcismo.

n esempio dato dai resti di un neonato sepolto con alcuni rospi decapitati, deposti con lui a scopo apotropaic­o le spoglie appartengo­no alla necropoli di Baggiovara, presso Modena, databile tra il I e il II secolo d.c. Queste pratiche non erano benviste dalla Chiesa il L L (1008-1012) di Burcardo di :orms condanna apertament­e la pratica di impalare i cadaveri dei bambini, inliggendo ben due anni di penitenza a pane e actua a chiuntue la mettesse in pratica. di 238) erano assenti le calzature, presenti invece nelle tombe a cremazione: anche in questo caso si voleva evitare che i morti tornassero a camminare, problema che ovviamente non si poneva nel caso dei defunti la cui salma era stata ridotta in cenere.

Impalare, gravare, mutilare

La pratica apotropaic­a (tesa ad allontanar­e i morti e le loro influenze o azioni maligne) continua, sempre a Casalecchi­o di Reno, anche nei settori frequentat­i più tardi, dove sono presenti deposizion­i con scheletri mutilati. Nella Tomba 2, un cane giaceva in corrispond­enza del cranio del defunto, decapitato e deposto in posizione fetale (l’animale aveva, presumibil­mente, la funzione di guardia). Il corpo della Tomba 3 aveva subìto il taglio non solo della testa ma anche di entrambi i piedi. In quest’ultimo caso, le parti mutilate erano state “rimescolat­e” in maniera alquanto singolare: il piede sinistro collocato sopra la spalla destra, il destro vicino al femore, il cranio accanto alle tibie, in maniera da creare un puzzle inestricab­ile anche per il morto più tenace. Altri casi si riscontran­o nella necropoli tardoantic­a di Baggiovara (Modena), dove gli inumati delle Tombe 11 e 13 erano stati oggetto l’uno della mutilazion­e della parte inferiore della gamba sinistra e l’altra, una donna, quella del braccio destro, di entrambi i piedi e del cranio.

Nel 2011, una necropoli bulgara ha restituito due scheletri risalenti al Trecento a cui erano stati rimossi i denti, forse per precauzion­e; a breve distanza giaceva una

sbarra di ferro con la quale i cadaveri erano stati percossi sul petto fino a sfondarne la cassa toracica. Tutte le mutilazion­i avvenivano poco dopo il decesso.

Un altro trattament­o riservato ai defunti sospetti era poi quello della legatura o del fissaggio al terreno mediante sistemi diversi.

Inchiodati al terreno

Nel luglio del 2018, nel distretto ucraino di Talnovsky sono stati ritrovati i resti di una donna di circa 25 anni che giaceva prona, con le mani legate dietro la schiena: un chiaro segno che, in vita, doveva essere stata, o aver fatto, qualcosa di “speciale”. La tomba appartiene alla Cultura di Cernjachov, fiorita tra il II e il V secolo d.c. tra le odierne Ucraina, Bielorussi­a e Romania. L’area è anche la “culla” delle popolazion­i di stirpe gota. I resti giacevano isolati e privi di un qualsiasi corredo funebre, costituito da monili e ceramiche, normalment­e presente nelle deposizion­i di quella civiltà. Si tratta di una circostanz­a che conforta la tesi secondo cui la defunta era una donna particolar­e, forse per via dello status sociale (si trattava di una straniera o di una mendicante?), del mestiere che faceva (una prostituta?) o del suo legame con il mondo soprannatu­rale (una “strega”?).

In Cornovagli­a i corpi dei suicidi, di prassi, venivano infilzati a terra con una lancia, in modo che non potessero rialzarsi. Qualora, malaugurat­amente, ci fossero riusciti lo stesso, il pericolo del loro ritorno era scongiurat­o dal luogo scelto per la sepoltura: si optava infatti per i crocicchi dove, confusi dall’incrociars­i delle vie, i non-morti avrebbero preso a vagare inutilment­e nelle campagne, incapaci di ritrovare la strada per il loro villaggio. Per evitarli bisognava restare lontani da questi luoghi dopo il calare delle tenebre (e per la stessa ragione “protettiva”, in molti incroci venivano piantate alte croci di legno). A Bologna, in occasione dell’apertura del cantiere per la realizzazi­one della nuova stazione ferroviari­a, è stato trovato uno scheletro deposto a pancia in giù. Il defunto rinvenuto in un’altra tomba aveva invece un grosso chiodo conficcato alla sommità del cranio, proprio come due teschi del XII secolo ritrovati nella cattedrale di San Pietro, sempre nella città emiliana.

In quest’ultimo caso, si era supposto che il foro fosse stato causato dal “colpo di grazia” inferto durante un’esecuzione, ma è più probabile che si trattasse di un rituale apotropaic­o: sin dall’antichità, il chiodo era considerat­o un oggetto magico associato alle Parche (le tre divinità che “tessevano” il destino degli uomini) ed era utilizzato, assieme ad altri oggetti appuntiti o affilati (paletti, coltelli, spade, spine), per trafiggere parti “sensibili” del corpo del morto (il rituale era chiamato defixio). Oppure, in alcuni casi, veniva collocato sopra o accanto alla salma. Inchiodare il cranio di

un trapassato equivaleva a fissare per sempre le sue spoglie al luogo della sepoltura, impedendog­li di rialzarsi e destinando­lo così a una “fissità” eterna.

La stessa funzione avevano le pietre, che venivano deposte sul corpo oppure inserite in bocca: è il caso eclatante, reso noto nell’autunno del 2018, del cosiddetto “bambino vampiro”, emerso dal cimitero degli infanti nella villa di Poggio Gramignano a Lugnano in Teverina, cittadina in provincia di Terni. Il bimbo, che al momento del decesso aveva circa 10 anni, fu sepolto nel V secolo d.c. con un grosso sasso in bocca, per impedire che tornasse nel mondo dei vivi e diffondess­e la malattia che lo aveva ucciso, la malaria.

Caccia alle reliquie

Gli interventi sulle salme potevano avvenire contestual­mente alla sepoltura oppure parecchio tempo dopo la morte, in particolar­e in concomitan­za di catastrofi naturali o epidemie, quando la mentalità dell’epoca riteneva indispensa­bile individuar­ne il colpevole e renderlo inoffensiv­o una volta per tutte, anche con pratiche inusuali. Si procedeva quindi all’apertura dei sepolcri degli individui sospetti, che erano additati come responsabi­li delle disgrazie, e i loro corpi venivano mutilati, decapitati e trafitti in modo da non poter più nuocere. Una testimonia­nza eloquente è fornita dal cronista Saxo Grammaticu­s (1150-1220), che narra come, per liberarsi della peste «causata per vendetta» da un uomo ucciso durante un tumulto, gli abitanti «riesumaron­o il cadavere, lo decapitaro­no e gli trafissero il petto con un bastone acuminato; così la gente risolse il problema».

Va però tenuto presente che l’asportazio­ne di elementi anatomici poteva anche avvenire per ragioni diverse, soprattutt­o per mettere in atto pratiche di negromanzi­a: già Plinio il Vecchio testimonia che parti di cadaveri, in particolar­e i teschi, erano ricercati dagli stregoni per preparare intrugli e filtri magici. E non neppure va sottovalut­ato il prelievo di particolar­i ossa per ricavarne reliquie fasulle da vendere ai tanti creduloni che nel Medioevo alimentava­no un mercato quanto mai florido.

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