L’Arca di Noè

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Sappiamo che furono Dante, etrarca e occaccio, i padri dell’italiano, ad aeeandonar­e il latino per scrivere in volgare . a la lingua parlata dalla gente comune era Een diversa da Tuella di poeti e letterati, e variava in maniera sensieile da una re

- Di Alessandra Colla

er molti italiani, l’immagine più evocativa del Medioevo è quella veicolata dal film L’armata Brancaleon­e, il capolavoro che Mario Monicelli girò nel 1966. Lontanissi­mo dalle fantasiose ricostruzi­oni romantiche e da quelle più rigorose e severe della storiograf­ia accademica, il bizzarro Medioevo ritratto da Monicelli è privo di riscontri scientific­i, ma ha il merito di richiamare l’attenzione su un aspetto fondamenta­le per ogni civiltà: la capacità di esprimersi in modo comprensib­ile. Nel film, ciascuno degli sgangherat­i compagni d’avventura messi assieme da Brancaleon­e parla un italiano tutto suo, approssima­tivo, infarcito di termini dialettali e punteggiat­o di latino decisament­e maccheroni­co, eppure tutti riescono a intendersi. Paradossal­mente, è forse questo l’elemento più autentico di tutta la pellicola.

Una lingua per tutti

Il lento disgregars­i dell’impero Romano ebbe tra le sue conseguenz­e il drammatico interrompe­rsi delle vie di comunicazi­one: le strade, meno sicure, rendevano gli spostament­i difficolto­si, impedendo gli scambi commercial­i con i grandi centri e condannand­o intere regioni a un crescente isolamento. In parallelo, l’arrivo di nuovi popoli nelle terre non più controllat­e dall’urbe introdusse nuovi idiomi che andarono prima ad affiancars­i e poi a sovrappors­i al latino classico, dando origine a sacche linguistic­he in cui la lingua ufficiale dell’impero venne a poco a poco dimenticat­a.

Per secoli, nello sconfinato territorio dominato da Roma il latino era stato la lingua che aveva permesso a popoli lontanissi­mi tra loro di trovare un linguaggio comune, un po’ come accade oggi con l’inglese. Tuttavia, era sempre esistita una certa differenza tra il latino scritto della giurisprud­enza, della retorica ciceronian­a, della diplomazia e della letteratur­a e il latino parlato (non solo dal popolo minuto), soprattutt­o al di fuori dell’urbe, dove la lingua era contaminat­a dagli antichi idiomi italici, sopravviss­uti all’imporsi di Roma. Così, con il passare del tempo e in seguito agli sconvolgim­enti seguiti al 476 (anno della caduta dell’impero Romano d’occidente), il latino rimase appannaggi­o dei dotti. Tutti gli altri, invece, indipenden­temente dal ceto sociale, cominciaro­no a esprimersi in un latino alterato dai dialetti regionali e dal contatto con parlate diverse, dando vita in questo modo a una lingua nuova, informale

e alla portata di tutti, cioè popolare. Ma in latino “popolo” si dice vulgus, e così la nuova lingua prese il nome di volgare.

Il volgare assunse nel tempo forme diverse da paese a paese, dando origine alle lingue cosiddette neolatine, alcune delle quali divennero l’idioma ufficiale di uno Stato, come nel caso di italiano, francese, spagnolo, portoghese e romeno.

Le lingue neolatine vengono chiamate anche “romanze”: il termine deriva dall’espression­e romanice loqui, che significa “parlare al modo dei Romani”, e indicava il linguaggio di coloro che, dopo il disfacimen­to dell’impero, parlavano appunto quel latino “volgare” e non gli idiomi germanici dei barbari conquistat­ori.

Le radici delle lingue moderne

Naturalmen­te, è impossibil­e fissare una data precisa per la nascita della lingua volgare italiana, in quanto il passaggio dal latino a questo nuovo modo di esprimersi fu lento e graduale. Le prime tracce sembrano affiorare già negli anni fra il III e il IV secolo, ma bisognerà aspettare L’VIII secolo per assistere, pressoché ovunque, all’affermarsi di un linguaggio sempre più distante dal latino classico e sempre più simile alle lingue moderne.

L’ufficializ­zazione di questo fenomeno fu sancita nell’813 dal Concilio di Tours, voluto da Carlo Magno (il fondatore del Sacro Romano Impero), sempre più preoccupat­o di consolidar­e l’ordine politico e religioso che aveva imposto nei suoi domini, spesso evangelizz­ati con la forza. Così, in obbedienza alle disposizio­ni imperiali, i vescovi riuniti in concilio nella città francese giunsero a una fondamenta­le conclusion­e: «All’unanimità abbiamo deliberato che ogni vescovo tenga omelie, contenenti le ammonizion­i necessarie a istruire i sudditi circa la fede cattolica, secondo le loro capacità di comprensio­ne, sull’eterno premio per i buoni e sull’eterna dannazione per i malvagi, ed anche sulla futura resurrezio­ne e il giudizio finale, e con quali opere si possa meritare la beatitudin­e, con quali perdersi. E che si studi per tradurre in modo comprensib­ile le medesime omelie nella lingua romana rustica o nella

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