Sto­rie di fa­mi­glia

L’amo­re per l’im­per­fe­zio­ne, l’odio per le abi­tu­di­ni. Il fon­da­to­re di Ea­ta­ly rac­con­ta co­me ha re­so il ci­bo ita­lia­no una su­per­star in­ter­na­zio­na­le. E spie­ga la sua «fat­ti­bi­lis­si­ma» uto­pia per sol­le­va­re l’Ita­lia

La Cucina Italiana - - Sommario - di SA­RA TIE­NI, fo­to GIA­CO­MO BRETZEL

Oscar all’in­no­va­zio­ne. Oscar Farinetti

Ti ac­cor­gi che nei pa­rag­gi c’è Oscar Farinetti, per­ché tut­ti, in­tor­no a te, si met­to­no un po’ sull’at­ten­ti. È im­per­cet­ti­bi­le, tut­ta­via è co­me se le co­se e le per­so­ne si re­set­tas­se­ro sul ta­sto «ef­fi­cien­za». L’ef­fet­to è quel­lo dell’on­da d’ur­to di un sas­so get­ta­to in uno sta­gno. Il fon­da­to­re di Ea­ta­ly (37 ne­go­zi nel mon­do, cir­ca 465 mi­lio­ni di eu­ro di fat­tu­ra­to) ar­ri­va con un pas­so spe­di­to, l’in­con­fon­di­bi­le baf­fo e un sor­ri­so tra il di­ver­ti­to e l’im­pa­zien­te. Lo at­ten­do se­du­ta a un ta­vo­lo del ri­sto­ran­te Ter­ra, bi­strot con­tem­po­ra­neo con enor­me gri­glia ar­ti­gia­na­le, nel rin­no­va­to sto­re di Ro­ma Ostien­se. Fon­da­to nel 2011, que­sto spa­zio de­tie­ne il pri­ma­to di più gran­de Ea­ta­ly del mon­do. È ap­pe­na sta­to ri­lan­cia­to con un’ope­ra­zio­ne da 2 mi­lio­ni di eu­ro e un’in­so­li­ta quan­to in­no­va­ti­va col­la­bo­ra­zio­ne con Ikea, an­nun­cia­ta dal­lo stes­so Farinetti con An­drea Guer­ra (pre­si­den­te ese­cu­ti­vo di Ea­ta­ly dal 2015): un pop-up sto­re di 700 me­tri qua­dra­ti, con fo­cus su cu­ci­na e area li­ving. Per­ché rin­no­va­re qual­co­sa che fun­zio­na già? «Per­ché og­gi, do­po set­te an­ni, un ne­go­zio è vec­chio. So­prat­tut­to se ci so­no pas­sa­ti 20 mi­lio­ni di per­so­ne. Que­sto era un han­gar dell’ex air ter­mi­nal del­la sta­zio­ne Ostien­se, un po­sto mol­to de­gra­da­to. Quan­do lo vi­di per la pri­ma vol­ta, pen­sai che era un pec­ca­to, per­ché la zo­na po­ten­zial­men­te era già bel­lis­si­ma: vi­ci­no c’è la Gar­ba­tel­la, il vec­chio ma­cel­lo. Con Ea­ta­ly è decollato il quar­tie­re. Qui le ca­se so­no au­men­ta­te di va­lo­re. Ma cam­bia­no le di­na­mi­che, i de­si­de­ri. Co­sì ab­bia­mo pen­sa­to a un pa­io di co­se sce­me, dav­ve­ro bel­lis­si­me, da fa­re». Co­se sce­me? «Co­se di­ver­ten­ti, paz­ze. Una è ri­vo­lu­zio­na­re l’of­fer­ta dei fre­schi: il 60% del ci­bo ven­du­to ogni gior­no è pro­dot­to qui la mat­ti­na stes­sa. C’è una bir­re­ria in­ter­na che spil­la 500 li­tri di bir­ra al gior­no, un nuo­vo ca­sei­fi­cio con pro­du­zio­ne a vi­sta di moz­za­rel­la, pa­sta e piz­za fat­te al mo­men­to, con il coin­vol­gi­men­to di più di 100 pro­dut­to­ri del­la zo­na». La se­con­da co­sa paz­za? «La col­la­bo­ra­zio­ne con Ikea: spa­zi in cui i clien­ti po­tran­no co-pro­get­ta­re la pro­pria ca­sa in­sie­me con gli esper­ti. Sa­rà un per­cor­so mul­ti­me­dia­le e mul­ti­sen­so­ria­le. Ci sa­rà an­che il “sa­lot­to ro­ma­no”, uno spa­zio do­ve ri­las­sar­si un po’ e chiac­chie­ra­re. Un in­no al­la con­vi­via­li­tà ita­lia­na». Che co­sa c’en­tra Ea­ta­ly con Ikea? «So­no un fa­na­ti­co di Ing­var Kam­prad (il fon­da­to­re del co­los­so sve­de­se, mor­to lo scor­so gen­na­io, ndr). Ho stu­dia­to tut­te le sue mos­se: per me è sta­to il più gran­de mer­can­te di tut­ti i tem­pi. Con Ikea col­la­bo­ria­mo da sem­pre: ven­dia­mo an­che a lo­ro il no­stro Vi­no Li­be­ro (pro­dot­to sen­za con­ci­mi chimici ed er­bi­ci­di, ndr). Suc­ces­se che, quan­do Ing­var ven­ne in Ita­lia, vol­le vi­si­ta­re il pri­mo Ea­ta­ly con me co­me gui­da. Più re­cen­te­men­te, Ales­san­dro Pa­glia, a ca­po del­lo svi­lup­po ita­lia­no di Ikea, mi par­lò di que­sta ri­vo­lu­zio­ne: va­ria­re i lo­ro ne­go­zi, da gran­di tem­pli di pe­ri­fe­ria a pic­co­li spa­zi ur­ba­ni super di­gi­ta­li. “Io: per­ché non lo fai da me?”. Lui: “Si può fa­re?”. Gli ri­spo­si che tut­to si può fa­re». Nul­la sem­bra ab­bat­ter­la. La ci­to: «Dai pec­ca­ti ca­pi­ta­li si do­vreb­be to­glie­re la go­la e met­te­re il pes­si­mi­smo». «Ot­ti­mi­smo e pes­si­mi­smo so­no due mo­di per guar­da­re al fu­tu­ro: il pri­mo por­ta a cer­ca­re sem­pre del­le so­lu­zio­ni. Il se­con­do a pen­sa­re che si è in un vi­co­lo cie­co. Co­me si fa a pas­sa­re la vi­ta cre­den­do che i pro­ble­mi non si pos­sa­no ri­sol­ve­re? È ter­ri­fi­can­te, an­che per chi ti sta in­tor­no». La po­li­ti­ca sem­bra star­le mol­to a cuo­re: nel 2013 ha com­pra­to una pa­gi­na di due no­ti quo­ti­dia­ni per fe­steg­gia­re il 2 giu­gno. «Bi­so­gna che ci in­te­res­sia­mo tut­ti un po’ di più. Non vuol di­re far­si la tes­se­ra del par­ti­to, ma par­la­re. In que­sto mo­men­to c’è una gran­de ca­du­ta dei sentimenti uma­ni e un for­te egoi­smo: si de­ve rea­gi­re. Al­lo­ra ac­qui­stai quel­le pa­gi­ne per ri­cor­da­re la me­ra­vi­glia del­la no­stra Re­pub­bli­ca, l’im­pe­gno dei par­ti­gia­ni, sen­za cui non avrem­mo una Co­sti­tu­zio­ne. Ora ne com­pre­rei al­tre per di­mo­stra­re che l’Ita­lia è il Pae­se più bel­lo del mon­do e non ha tut­ti i pro­ble­mi che di­co­no». Suo pa­dre stes­so era un par­ti­gia­no: Pao­lo Farinetti, tra i li­be­ra­to­ri di Al­ba, poi vi­ce­sin­da­co del­la cit­tà. Ma an­che fon­da­to­re di Unieu­ro, la ca­te­na di ne­go­zi di elet­tro­ni­ca da cui la vo­stra im­pre­sa fa­mi­lia­re è par­ti­ta. Che ri­cor­do ha di lui? «Ogni 25 apri­le pen­so a co­me mio pa­dre rie­vo­ca­va la Li­be­ra­zio­ne. Per lui era il mas­si­mo del­la vi­ta. Gli pia­ce­va pa­ra­go­na­re i va­ri mo­men­ti sto­ri­ci: i 25 apri­le de­gli an­ni Set­tan­ta con il ter­ro­ri­smo, de­gli an­ni Ot­tan­ta con la Mi­la­no da be­re, dei No­van­ta col ri­tor­no del­la cri­si, dei Due­mi­la con il crol­lo del­le Tor­ri ge­mel­le. Fi­no al 2009 quan­do se ne è an­da­to. Per lui gli af­fa­ri era­no se­con­da­ri ai va­lo­ri». Do­po la ven­di­ta di Unieu­ro per 528 mi­lio­ni di eu­ro avreb­be po­tu­to ada­giar­si. In­ve­ce nel 2004 ha fon­da­to Ea­ta­ly. Chi gliel’ha fat­to fa­re? «Quel­lo che mi pia­ce di più nel­la vi­ta è in­ven­ta­re pro­get­ti. Se ci pen­sa, è co­me fa­re l’ar­ti­sta: pren­di un fo­glio bian­co, ci di­se­gni qual­co­sa. Ca­vo­lo, poi la fai quel­la co­sa. E la fai per­ché du­ri. L’ul­ti­ma im­pre­sa? La pen­se­rò qual­che ora pri­ma di chiu­de­re gli oc­chi». Le pia­ce scri­ve­re li­bri, l’ul­ti­mo è una rac­col­ta di poe­sie, Qua­si. Per­ché? «Per ce­le­bra­re la me­ra­vi­glia dell’im­per­fe­zio­ne uma­na. Non de­ci­dia­mo nul­la. Nem­me­no quan­do na­sce­re o mo­ri­re. Ma ci av­vi­ci­nia­mo al­la per­fe­zio­ne quan­to più sia­mo con­sa­pe­vo­li ➝

del­la no­stra im­per­fe­zio­ne. Sa chi è sta­to il più “qua­si” di tut­ti?».

Mi di­ca.

«Leo­nar­do da Vin­ci. Ado­ro quell’uo­mo: qua­si-me­di­co, qua­si-in­ven­to­re, qua­si-pit­to­re. In ogni ca­so un’ec­cel­len­za. Per que­sto Ea­ta­ly ha spon­so­riz­za­to l’ul­ti­mo re­stau­ro del

Ce­na­co­lo. L’idea è di do­na­re all’ope­ra al­tri cin­que se­co­li di vi­ta».

Una cu­rio­si­tà: lei si chia­ma Na­ta­le, ma in po­chi lo san­no.

«Per l’esat­tez­za mi chia­mo Na­ta­le Oscar Ma­ria, ma mi han­no sem­pre chia­ma­to Oscar. A 18 an­ni ho ini­zia­to a fa­re af­fa­ri e so­no do­vu­to an­da­re dal notaio, co­sì ho sco­per­to la ve­ri­tà. Pro­vai a cam­biar­lo. Nien­te da fa­re».

Ha ri­ce­vu­to mol­ti pre­mi. Tra gli al­tri, due lau­ree ho­no­ris cau­sa. Di cui una in Eco­no­mia. Le piac­cio­no i ri­co­no­sci­men­ti?

«Non lo so. Io i pre­mi li per­do, me li scordo in gi­ro. Se mi par­la dei pre­mi del­la vi­ta, in­ve­ce, le di­co la mia fa­mi­glia. Ho avu­to un cu­lo pazzesco: una mo­glie e tre fi­gli stupendi».

Di sua mo­glie, Gra­ziel­la De­fi­lé, si par­la po­co, ma ha una par­te in­te­gran­te nel­la sua im­pre­sa.

«Ho rea­liz­za­to tut­to con lei. L’amo­re è de­sti­no, una fatalità. Mia mo­glie è quel­la che ha so­ste­nu­to la fa­mi­glia all’ini­zio. L’uni­ca con lo sti­pen­dio fis­so, che lo ri­ce­ve­va ogni 27 del me­se. Ap­pe­na spo­sa­ti il suo era dop­pio del mio. Poi è ve­nu­ta a la­vo­ra­re con noi, si oc­cu­pa di ca­sa­lin­ghi».

Do­ve vi sie­te co­no­sciu­ti?

«E do­ve si in­con­tra­no due che cre­sco­no ad Al­ba? Al­la Fie­ra del Tar­tu­fo. Io ero a uno stand di caf­fè e lei di lat­te: già lì, una bel­la com­bi­na­zio­ne. Sa quan­do ho de­ci­so di spo­sar­la? Ero in mez­zo a sac­chi di ju­ta, tut­ti im­pol­ve­ra­ti. Sa­pe­vo che ave­va un aspi­ra­pol­ve­re. Le ur­lai “Gra­ziel­la! Me lo pre­sti?”. Lei ven­ne da me. Io guar­da­vo la sce­na in mo­vio­la. Pen­sa­vo: se ades­so mi chie­de “Dov’è la spi­na? Te lo pu­li­sco io”, la spo­so. Co­sì è an­da­ta».

Con lei la­vo­ra­no i suoi tre fi­gli. Fran­ce­sco e Ni­co­la so­no an­che am­mi­ni­stra­to­ri de­le­ga­ti dell’azien­da.

«Con­fes­so che non ho ri­cor­di ni­ti­di di lo­ro, se non dai 25 an­ni in poi. La­vo­ra­vo sem­pre. Poi li ho pre­si con me. Ades­so con Gra­ziel­la ci scam­bia­mo aned­do­ti. Fran­ce­sco è “l’iro­ni­co”, Ni­co­la “l’ame­ri­ca­no” e An­drea (che si oc­cu­pa del­le can­ti­ne

Bor­go­gno, ndr) “il con­ta­di­no”. Or­mai ho de­le­ga­to a lo­ro».

Na­to ad Al­ba, lì ha fon­da­to la sua im­pre­sa: che cos’ha di spe­cia­le la sua cit­tà?

«L’in­ge­gno, uni­to a un cer­to amo­re per il ri­schio. Se leg­ge La

ma­lo­ra di Bep­pe Fe­no­glio, scrit­ta nel 1954, quan­do so­no na­to, ca­pi­sce che era­no in­fi­ni­ta­men­te più po­ve­ri che al Sud. C’è una teo­ria: che fos­si­mo dei gran gio­ca­to­ri d’az­zar­do e che que­sta se­te di adre­na­li­na l’ab­bia­mo tra­sfe­ri­ta ne­gli af­fa­ri».

Il 27 di­cem­bre apre Ea­ta­ly Las Ve­gas: co­me la met­te col gio­co d’az­zar­do? Qual è il me­nu?

«Sa­re­mo den­tro uno sto­ri­co ho­tel del­la ca­sa di pro­du­zio­ne Me­troGoldw­yn-Mayer. Pur di aver­ci han­no tol­to tut­te le slot ma­chi­ne: lì so­no an­che in ba­gno».

La cu­ci­na ita­lia­na ha un pe­so sem­pre più im­por­tan­te per la no­stra eco­no­mia. Per­ché, se­con­do lei?

«Di più, ha una po­ten­za in­cre­di­bi­le. Ep­pu­re è la più gio­va­ne al mon­do in­sie­me con quel­la fran­ce­se. Con la dif­fe­ren­za che la cu­ci­na fran­ce­se è na­ta nel­le cor­ti rea­li, la no­stra è quel­la del­le non­ne. E ha il van­tag­gio di es­se­re sem­pli­ce. Per­ché Ea­ta­ly ha avu­to suc­ces­so? Da noi puoi man­gia­re un gran piat­to di spa­ghet­ti. Poi vai a ca­sa con la pa­sta di Gra­gna­no, la con­ser­va giu­sta e lo ri­fai. Con il fo­ie gras, mi­ca ci pro­vi».

Si è de­fi­ni­to un «col­le­zio­ni­sta di ti­pi uma­ni»: che co­sa si­gni­fi­ca?

«Con l’età non ri­cor­do più i no­mi. Ma so in­qua­dra­re su­bi­to le per­so­ne. Ti ve­do una vol­ta, e do­po vent’an­ni mi ri­cor­do an­co­ra che ti­po sei».

Lei che ti­po uma­no è?

«Ab­ba­stan­za sem­pli­ce. Sof­fro di una di­co­to­mia tra chi so­no real­men­te e co­me ven­go per­ce­pi­to».

Si spie­ghi.

«In­tan­to ho que­sta fac­cia: sem­bro un tur­co, un ara­bo. So­no eso­ti­co. Poi per­ché nel­la vi­ta mi è an­da­ta be­ne e ho fat­to co­se buo­ne. E si ten­de a pen­sa­re che chi nel­la vi­ta ha com­bi­na­to qual­co­sa ab­bia oscuri se­gre­ti. Ar­ri­va­no cri­ti­che».

An­che con la sua ul­ti­ma im­pre­sa, il par­co agroa­li­men­ta­re FI­CO, non so­no sta­ti te­ne­ri.

«Al­la fac­cia dei gu­fi, pos­so di­re che a un an­no dall’aper­tu­ra que­sta è una scom­mes­sa vin­ta. So­no sta­to lì qual­che gior­no fa, a par­la­re di ac­qua. Di co­me bi­so­gna tor­na­re al­le fon­ti di ener­gia an­ti­che, il so­le, il ven­to, per sal­va­re il pia­ne­ta. Ero con il cam­pio­ne di ve­la Gio­van­ni Sol­di­ni. Con lui ho fat­to una tra­ver­sa­ta da Ge­no­va a New York, rie­vo­ca­zio­ne del­la sco­per­ta dell’Ame­ri­ca (poi di­ve­nu­ta il li­bro 7 mos­se per l’Ita­lia del 2011, ndr)».

Par­la spes­so dell’Ame­ri­ca: che cos’ha di spe­cia­le?

«Ri­ma­ne il Pae­se del­le op­por­tu­ni­tà. Il più ric­co: 57mi­la dol­la­ri pro ca­pi­te. Il più po­ve­ro in­ve­ce è l’Etio­pia, do­ve è na­to l’ho­mo sa­piens: 1900 dol­la­ri pro ca­pi­te. Sa per­ché? Ne­gli Sta­ti Uni­ti si so­no mi­schia­ti po­po­li di tut­to il mon­do: la va­rie­tà dà il me­glio. Ne­gli an­ni Ses­san­ta al Nord si è spo­sta­ta tan­ta gen­te bra­va dal Sud e ab­bia­mo fat­to il mi­ra­co­lo. Og­gi bi­so­gne­reb­be fa­re il con­tra­rio».

Do­po Las Ve­gas, Ea­ta­ly apri­rà a Pa­ri­gi, Ve­ro­na e, nel 2020, a Lon­dra. Lei si fer­ma mai?

«A Na­ta­le. Ci ten­go da mo­ri­re. Mia mo­glie pre­pa­ra un gran­de pran­zo. Sia­mo una quin­di­ci­na. Ci sie­dia­mo a ta­vo­la a mez­zo­gior­no e fi­nia­mo a mez­za­not­te. Ma­ga­ri due uo­va al tar­tu­fo». «Cam­bia­mo ogni an­no: nel­la pa­tria del­la bio­di­ver­si­tà la più gran­de stu­pi­dag­gi­ne è fa­re gli stes­si piat­ti per trent’an­ni. L’espres­sio­ne più stu­pi­da che ci sia? “Or­di­no il so­li­to”».

«Quel­lo che mi pia­ce di più nel­la vi­ta è in­ven­ta­re pro­get­ti: è co­me fa­re l’ar­ti­sta. Di­se­gni qual­co­sa su un fo­glio bian­co e poi, ca­vo­lo, quel­la co­sa la fai»

Oscar Farinetti, al cen­tro, ritratto nel nuo­vo ri­sto­ran­te Ter­ra di Ea­ta­ly Ro­ma Ostien­se, ap­pe­na rin­no­va­to. Ac­can­to a lui i fi­gli Fran­ce­sco (a si­ni­stra) e Ni­co­la, en­tram­bi am­mi­ni­stra­to­ri de­le­ga­ti dell’azien­da. Nel­la pa­gi­na ac­can­to, un an­go­lo di Ter­ra.

Uno scor­cio del­la bir­re­ria all’in­ter­no del rin­no­va­to Ea­ta­ly di Ro­ma Ostien­se.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.