La Gazzetta dello Sport - Romana

Nicola Pietrangel­i

«Sinner è il top Mi piace Musetti Italia imbattibil­e con Berrettini» La leggenda del tennis azzurro: «Troppa pressione per gli italiani al Foro Italico ? No, il più bravo vince sempre, ovunque giochi»

- Di Elisabetta Esposito ROMA

Nicola Pietrangel­i, 90 anni fatti lo scorso settembre, guarda il Foro Italico dall’alto della terrazza riservata agli ospiti della Federazion­e. C’è una marea di gente. «Quando giocavo io era molto diverso. Il Centrale non esisteva, il campo principale era quello che oggi porta il mio nome, gli avevano costruito intorno delle tribune di legno. Questo campo non è né il più grande né il più importante, ma di sicuro è il più bello del mondo. E non lo dico io che potrei sembrare interessat­o, lo sento ripetere da chiunque, soprattutt­o dagli stranieri».

▶ Fino al 2006 lo chiamavamo Pallacorda, poi...

«Poi Gianni Petrucci, allora presidente del Coni, e Angelo Binaghi, numero uno della Federazion­e, mi dissero che volevano farmi un regalo: mi fecero venire qui per comunicarm­i che avrebbero intitolato a me quel campo. Chiesi perché non il Centrale, che esisteva da una decina d’anni. Gianni rispose: “Non capisci niente... Quello potremmo buttarlo giù anche domani, questo non si tocca, è monumento nazionale”».

Nicola Pietrangel­i è nato a Tunisi l’11 settembre 1933 da padre italiano e madre di discendenz­e russe e danesi.. In una carriera più che ventennale e conclusa nel 1974 ha vinto 48 tornei, tra cui due volte il Roland Garros (1959 e 1960), gli Internazio­nali d’Italia (1957 e 1961) e tre volte Montecarlo (1961, 1967 e 1968). È stato un grande doppista (con Sirola ha vinto Parigi nel 1959). Ha il record mondiale di match disputati e vinti in Davis (164/120). Nel 1976 ha vinto l’unica Davis azzurra da capitano. Dal 2006 l’ex campo Pallacorda del Foro Italico porta il suo nome.

Nel 1957 in finale battei Beppe Merlo, uno che ti faceva ammattire come oggi fa Jannik

record di incontri in Davis (164 tra singolare e doppio, primato mondiale) non potrà batterlo mai, ma sempliceme­nte perché non ci sono abbastanza partite. E poi almeno una cosa me la volete lasciare?! (ride, ndr). A me dà solo molto fastidio quando sento parlare di “era moderna”. Ma che c’entra? Io a Wimbledon non giocavo mica con le scarpe da pallone e la racchetta da ping pong, io giocavo a tennis».

▶Restando a Sinner, è stato un peccato non averlo avuto quest’anno a Roma.

negozio... Tornando a Roma, la vittoria del ’57 è stata bellissima, c’erano i miei genitori, gli amici. Lo stadio era pieno come adesso, anche se il tennis passava ancora per essere uno sport per ricchi e non era nemmeno vero visto che molti nascevano raccattapa­lle. In finale avevo di fronte Beppe Merlo, nome che ai giovani non dirà nulla, ma era un giocatore che - nonostante un servizio da donna - faceva paura a tutti. Battere lui all’epoca era come battere Sinner oggi, ti faceva diventare scemo. A Torino quattro anni dopo ho vinto contro Rod Laver, che dice sempre: “Menomale che ho giocato contro Nicola sulla terra solo una volta”. In quella finale vinse il primo set, poi conquistò quattro game in tre set. Probabilme­nte ho giocato bene... Invece qui a Roma ho disputato otto finali di doppio e non ho vinto mai».

Ripete sempre: “Meno male che sulla terra ho sfidato Nicola una volta sola”

▶Gli italiani faticano a vincere qui. Troppa pressione?

«No, il più bravo vince. Ovunque giochi».

▶Di solito si chiede all’inizio, noi lo facciamo alla fine: come sta?

«Mi ricordo tutto e seduto a tavola come adesso sto benissimo. Ma se devo scendere le scale fatico, mi serve una mano e non va bene. Perché Nicola Pietrangel­i non può arrancare, vogliono che io salti! Io la prendo come una gentilezza».

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