«BOTTAS NON VA VIA FER­RA­RI, PER VIN­CE­RE TI SER­VE UN LEA­DER»

La Gazzetta dello Sport - - Motorirl’intervista A Tu Per Tu Con... - Lui­gi Per­na MI­LA­NO

Una dia­po­si­ti­va do­po l’al­tra, il Pat Sy­monds pen­sie­ro scor­re sul vi­deo da­van­ti a una pla­tea del tut­to inu­sua­le per la F.1. Sta­vol­ta il di­ret­to­re tec­ni­co del­la Wil­liams non par­la via ra­dio ai pi­lo­ti, ma tie­ne le­zio­ne da­van­ti a di­ri­gen­ti e ma­na­ger di gran­di azien­de, ar­ri­va­ti nel­la se­de mi­la­ne­se del­la Pi­rel­li per il se­mi­na­rio web del­la Am­bro­set­ti e col­le­ga­ti a di­stan­za dal lo­ro uf­fi­cio. Non c’è da me­ra­vi­gliar­si, vi­sto che Sy­monds, 63 an­ni, è un gu­ru dei GP: l’uo­mo che ha at­tra­ver­sa­to tre de­cen­ni co­me in­ge­gne­re di Ayr­ton Sen­na, Mi­chael Schu­ma­cher e Fer­nan­do Alon­so, ma an­che co­lui che dal 2013 ha tra­ghet­ta­to il team di Sir Frank fuo­ri dal­la cri­si.

Si di­ce che lei po­treb­be ri­ti­rar­si nel 2017, la­scian­do il te­sti­mo­ne a Pad­dy Lo­we, in ar­ri­vo dal­la Mer­ce­des. Sa­reb­be un buon ere­de?

«La no­stra po­li­cy ci vie­ta di par­la­re dei con­trat­ti dei tec­ni­ci, ma è chia­ro che ab­ban­do­ne­rò la pri­ma li­nea, vi­sta la mia età. Non è det­to che suc­ce­da al­la fi­ne del­la pros­si­ma sta­gio­ne. Quel­lo che mi im­por­ta è la­scia­re la Wil­liams in ma­ni ca­pa­ci, af­fin­ché con­ser­vi una gui­da. Su Pad­dy pos­so so­lo di­re che i ri­sul­ta­ti ot­te­nu­ti al­la Mer­ce­des so­no sot­to gli oc­chi di tut­ti».

La Mer­ce­des de­ve so­sti­tui­re l’iri­da­to Ro­sberg e ie­ri Alon­so ha stop­pa­to le spe­cu­la­zio­ni di­cen­do che re­ste­rà in McLa­ren. Può an­dar­ci il vo­stro Bottas?

«La gen­te spes­so sot­to­va­lu­ta l’im­por­tan­za del­la con­ti­nui­tà in una squa­dra. No­no­stan­te tut­te le stru­men­ta­zio­ni che ab­bia­mo, il pi­lo­ta re­sta il col­le­ga­men­to fi­na­le fra gli in­ge­gne­ri e i da­ti da in­ter­pre­ta­re. Puoi rim­piaz­zar­ne uno, ma hai bi­so­gno dell’al­tro co­me pie­tra mi­lia­re. So­prat­tut­to in una sta­gio­ne di cam­bi re­go­la­men­ta­ri co­me sa­rà il 2017. Noi avre­mo Lan­ce Stroll al de­but­to, sen­za espe­rien­za di F.1, per­ciò te­ne­re Bottas sa­rà cru­cia­le per il no­stro suc­ces­so. Per­der­lo avreb­be pe­san­ti ri­ca­du­te sul team».

Sen­na, Schu­mi, Alon­so, che co­sa la col­pi­va di ognu­no?

«All’epo­ca di Ayr­ton, me­tà de­gli An­ni 80, non ave­va­mo si­ste­mi di ac­qui­si­zio­ne da­ti sul­la vet­tu­ra e il pi­lo­ta do­ve­va dir­ci tut­to del com­por­ta­men­to, per­fi­no la tem­pe­ra­tu­ra dell’ac­qua e le mar­ce da usa­re. Sen­na sa­pe­va ri­cor­da­re e de­scri­ve­re ogni det­ta­glio al­la per­fe­zio­ne. Una de­ca­de do­po, Mi­chael ha por­ta­to tut­to a un li­vel­lo su­pe­rio­re. Lo stes­so Ayr­ton, con la To­le­man, all’ini­zio sof­fri­va per­ché non era al­le­na­to. Schu­ma­cher, al­la Be­net­ton, l’ha ca­pi­to, in­fat­ti ave­va una pa­le­stra mo­bi­le in cir­cui­to. E’ sta­to un pro­fes­sio­ni­sta uni­co, un ami­co e un uo­mo squa­dra. Al­tri die­ci an­ni ed è ar­ri­va­to Fer­nan­do: in­do­le di­ver­sa, ma stes­se ca­rat­te­ri­sti­che. Al­la Re­nault, gio­va­nis­si­mo, era già con­vin­to di es­se­re il mi­glio­re al mon­do. E in­fat­ti lo era».

La Fer­ra­ri ha bi­so­gno di un lea­der tec­ni­co op­pu­re ba­sta l’or­ga­niz­za­zio­ne oriz­zon­ta­le di Mar­chion­ne e Ar­ri­va­be­ne?

«Que­sta idea non fun­zio­na, cre­de­te­mi. La McLa­ren di re­cen­te ha in­tro­dot­to una strut­tu­ra non pi­ra­mi­da­le, ma in F.1 ser­vo­no in­ge­gne­ri e tec­ni­ci con opi­nio­ni for­ti. Per­so­ne che san­no la­vo­ra­re in team, ma che poi pren­do­no de­ci­sio­ni in­di­vi­dual­men­te, in­di­can­do la di­re­zio­ne da se­gui­re. Ross Bra­wn era for­mi­da­bi­le in que­sto, ai tem­pi del­la Fer­ra­ri. E an­che Ro­ry Byr- ne, che è an­co­ra a Ma­ra­nel­lo. La ros­sa può far­ce­la, ma de­ve ave­re un lea­der for­te».

Quin­di è sta­to sba­glia­to la­scia­re an­da­re Al­li­son?

«So­no con­vin­to di sì. Non co­no­sco le que­stio­ni in­ter­ne, ma ho la­vo­ra­to mol­ti an­ni con Ja­mes e ho enor­me ri­spet­to per lui, un in­tel­let­tua­le, un su­per­bo in­ge­gne­re e un team lea­der che tra­sci­na le per­so­ne. Pen­so che la Fer­ra­ri og­gi sa­reb­be mes­sa me­glio se lui fos­se an­co­ra con lo­ro».

Co­sa ha por­ta­to al­la Wil­liams che ave­va­te ne­gli an­ni dei Mondiali con Be­net­ton e Re­nault?

«Il co­sid­det­to team spi­rit (spi­ri­to di squa­dra; ndr). Quan­do ar­ri­vai al­la Wil­liams, all’in­ter­no c’era­no tan­ti grup­pi di­stin­ti che ope­ra­va­no per con­to pro­prio. Ogni set­to­re cri­ti­ca­va l’al­tro, ma nes­su­no fa­ce­va au­to­cri­ti­ca, la­vo­ran­do in­sie­me. Io ho mes­so in ci­ma gli obiet­ti­vi: “Non ci in­te­res­sa­no i mi­glio­ri nu­me­ri in gal­le­ria del ven­to o al ban­co, ma i mi­glio­ri tem­pi in pi­sta”. E ho pun­ta­to su in­te­gri­tà e me­to­do. Non è l’or­ga­niz­za­zio­ne oriz­zon­ta­le la chia­ve».

È ve­ro che fu vi­ci­no a pas­sa­re al­la Fer­ra­ri, quan­do c’era Alon­so? E il «Cra­sh­ga­te» è sta­to un osta­co­lo?

«La Fer­ra­ri mi ha cer­ca­to in tre oc­ca­sio­ni. La pri­ma quan­do Bra­wn an­dò lì con Schu­ma­cher nel 1996, ma io ero in­ge­gne­re ca­po al­la Be­net­ton e sa­rei di­ven­ta­to di­ret­to­re tec­ni­co, per­ciò non ave­va sen­so muo­ver­si. La se­con­da è sta­to nel 2012, con Ste­fa­no Do­me­ni­ca­li, e l’ul­ti­ma nel 2014, quan­do ero già al­la Wil­liams. Ma in ogni mo­men­to, per di­ver­se ra­gio­ni, ho sem­pre pen­sa­to che non fos­se il po­sto giu­sto per me. Non ha pe­sa­to la vi­cen­da del Cra­sh­ga­te (l’in­ci­den­te vo­lon­ta­rio cau­sa­to da Nel­si­n­ho Pi­quet, su or­di­ne del team, per fa­vo­ri­re la vit­to­ria di Alon­so nel GP di Sin­ga­po­re 2008; ndr). Quel­lo è sta­to un er­ro­re di cui non so­no or­go­glio­so e rap­pre­sen­ta il pun­to più bas­so del­la mia car­rie­ra, ma non l’ha in­fluen­za­ta. Al­tri han­no fat­to sba­gli si­mi­li e inol­tre so­no sta­to pu­ni­to du­ra­men­te».

Bria­to­re e le sue idee sa­reb­be­ro an­co­ra uti­li al­la F.1?

(ri­de) «Mi so­no di­ver­ti­to a la­vo­ra­re con Fla­vio. Il fat­to che non aves­se un re­tro­ter­ra mo­to­ri­sti­co era una qua­li­tà, per­ché pen­sa­va a co­se che a noi sfug­gi­va­no. La F.1 ha bi­so­gno di ap­pro­da­re nel ven­tu­ne­si­mo se­co­lo. Può sem­bra­re stra­no, det­to da me, ma ci so­no trop­pi vecchi. Io pen­so con la te­sta di un tren­ten­ne. I gio­va­ni non vo­glio­no ve­de­re le au­to cor­re­re per un’ora e mez­za. Al­lo sta­dio, do­po il pri­mo tem­po, si va a man­gia­re un hot dog. Ri­dur­re la lun­ghez­za del­le ga­re è una co­sa

che si po­treb­be fa­re su­bi­to. Poi dob­bia­mo av­vi­ci­nar­ci a In­ter­net e ai ti­fo­si. Ab­bia­mo una co­sa uni­ca nel no­stro sport: la pos­si­bi­li­tà di ascol­ta­re i dia­lo­ghi fra team e pi­lo­ti. In­ve­ce vo­glia­mo li­mi­tar­la. Una fol­lia as­so­lu­ta».

L’an­no pros­si­mo ve­dre­mo l’en­ne­si­mo do­mi­nio Mer­ce­des?

«Le nuo­ve re­go­le non so­no ga­ran­zia di sor­pas­si e di spet­ta­co­lo. Ec­cle­sto­ne ha spin­to per­ché co­struis­si­mo vet­tu­re di quat­tro se­con­di al gi­ro più ve­lo­ci, ma per ve­de­re bat­ta­glie ve­re ser­ve più equi­li­brio pre­sta­zio­na­le, quin­di sta­bi­li­tà re­go­la­men­ta­re. Può suc­ce­de­re pe­rò che cam­bi il team do­mi­nan­te. Red Bull è tor­na­ta a fa­re una gran­de mac­chi­na, do­po la cri­si del 2015, e se il mo­to­re Re­nault fa­rà un al­tro pas­so avan­ti, per me sa­ran­no lo­ro i fa­vo­ri­ti per il ti­to­lo».

SU MI­CHAEL SCHU­MA­CHER CON LUI AL­LA BE­NET­TON «PRO­FES­SIO­NI­STA UNI­CO: ERA PIU’ AL­LE­NA­TO DI CHIUN­QUE AL­TRO»

SU FER­NAN­DO ALON­SO CON LUI AL­LA RE­NAULT «DA GIO­VA­NIS­SI­MO SI RITENEVA GIÀ IL MI­GLIO­RE, ED ERA VE­RO»

SU AYR­TON SEN­NA CON LUI AL­LA TO­LE­MAN «RICORDAVA E DESCRIVEVA OGNI DET­TA­GLIO DEL­LA MAC­CHI­NA»

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