«AU­TO E RIC­CHEZ­ZA PRI­MA ERO COSI’ ORA CAM­BIO VI­TA»

IL N. 1 DEL GE­NOA: «SO­NO MATTO E HO FAT­TO TAN­TI ER­RO­RI, MA SO CHE IL CEL­LU­LA­RE SI PUÒ SPE­GNE­RE RITORNERÒ IN CAM­PO CON IL FUO­CO DEN­TRO»

La Gazzetta dello Sport - - Serie A - di MAS­SI­MO CECCHINI

E’ GIU­STO CHE SI PARLI TAN­TO DI DON­NA­RUM­MA. È UN FE­NO­ME­NO MAT­TIA PE­RIN, 24 AN­NI POR­TIE­RE GE­NOA

M at­tia Pe­rin è un gat­to, ma con quel­le ci­ca­tri­ci al­le gi­noc­chia lun­ghe co­me ri­mor­si, per ora non im­ma­gi­na­te­lo vo­la­re da un pa­lo all’al­tro del­la por­ta. Lui ha l’agi­li­tà men­ta­le di un fe­li­no, di quel­li che pe­rò non son­nec­chia­no sul di­va­no tut­to il gior­no. Se il suo cor­po è an­co­ra pri­gio­nie­ro nel­la rie­du­ca­zio­ne do­po la se­con­da rot­tu­ra del le­ga­men­to cro­cia­to, la men­te è li­be­ra, as­sor­be pen­sie­ri e vo­la lon­ta­no. Me­ri­to an­che del li­bro che ha scel­to per par­la­re con noi — “Tec­ni­che di re­si­sten­za in­te­rio­re: co­me so­prav­vi­ve­re al­la cri­si del­la no­stra so­cie­tà” di Pie­ro Tra­buc­chi — uti­le per por­tar­ci qua­si ovun­que.

Pe­rin, a pro­po­si­to di so­prav­vi­ven­za, lo sa che i por­tie­ri so­no tra i fre­quen­ta­to­ri mag­gio­ri di que­sta ru­bri­ca?

«Per­ché sia­mo di­ver­si. Fac­cia­mo una co­sa che va con­tro l’istin­to uma­no: but­tar­si a ter­ra. Ogni gior­no lo fac­cia­mo cir­ca due­cen­to vol­te in al­le­na­men­to. E poi pren­dia­mo pal­lo­na­te, cal­ci in fac­cia e non ab­bia­mo pau­ra. Sia­mo i più co­rag­gio­si, e con un’agi­li­tà men­ta­le su­pe­rio­re al­la me­dia».

Che co­sa le ha da­to que­sto li­bro?

«Mi ha fat­to ve­de­re il ge­ne­re uma­no sot­to un’al­tra pro­spet­ti­va. Ci sof­fer­mia­mo tan­to sul­la cri­si eco­no­mi­ca che vi­via­mo e tra­scu­ria­mo quel­la in­te­rio­re che c’è in ognu­no di noi».

Il con­cet­to chiave del sag­gio è la re­si­lien­za, cioè la ca­pa­ci­tà di per­si­ste­re nel per­se­gui­re obiet­ti­vi, fron­teg­gian­do tut­te le dif­fi­col­tà che si in­con­tra­no.

«Esat­to. E non è una co­sa straor­di­na­ria: ognu­no ce l’ha den­tro. L’uo­mo nei se­co­li ha su­pe­ra­to si­tua­zio­ni più com­pli­ca­te, ades­so ab­bia­mo ab­bas­sa­to la so­glia del­la for­za di vo­lon­tà. Ci fan­no cre­de­re che non sia­mo più ca­pa­ci di fa­re nien­te, che per qual­sia­si ma­les­se­re ab­bia­mo bi­so­gno di una me­di­ci­na. Do­po aver let­to il li­bro ho pro­va­to a pren­de­re me­no an­ti­do­lo­ri­fi­ci pos­si­bi­li e mi so­no abi­tua­to a re­si­ste­re. E’ sta­ta una sfi­da con me stes­so e l’ho vin­ta, ma si può fa­re mol­to di più».

Qual è la co­sa più po­si­ti­va ve­nu­ta fuo­ri da que­sto pe­rio­do?

«Ho ca­pi­to le per­so­ne che stan­no con Mat­tia e non con Pe­rin. Do­po 2-3 an­ni di gran­di sod­di­sfa­zio­ni spor­ti­ve, è ine­vi­ta­bi­le che ti tro­vi cir­con­da­to da tan­te per­so­ne. Ora pe­rò so chi real­men­te tie­ne a me».

Per Tra­buc­chi c’è l’equi­vo­co del ta­len­to: sia chi ne ha, sia chi ne pos­sie­de me­no, tut­ti pa­io­no tra­scu­ra­re l’im­pe­gno, le co­sid­det­te “die­ci­mi­la ore”. Lei ha vi­sto spre­ca­re do­ti?

«Nel­le Un­der ne ho co­no­sciu­ti tan­ti, ma ci­to Die­go Po­len­ta, che da noi ha gio­ca­to so­prat­tut­to in B nel Ba­ri. In Pri­ma­ve­ra gio­ca­va da so­lo; lo vo­le­va an­che il Bar­cel­lo­na. Avrei mes­so la ma­no sul fuo­co che avreb­be sfon­da­to, ma gli so­no man­ca­te quel­le die­ci­mi­la ore. In fon­do, an­che ave­re vo­glia di mi­glio­rar­si ogni gior­no è una do­te. Il prin­ci­pe di que­sta ca­te­go­ria è Gat­tu­so. Ave­va un ta­len­to men- ta­le e ca­rat­te­ria­le da fa­re in­vi­dia a qual­sia­si spor­ti­vo nel mon­do. Una com­pe­ti­ti­vi­tà in­cre­di­bi­le. Per ca­pi­re la re­si­lien­za bi­so­gna stu­dia­re lui».

La cri­si ha ra­di­ci an­che nell’eco­no­mia: co­me vi­ve il fat­to di es­se­re un pri­vi­le­gia­to?

«La mia fa­mi­glia non è sta­ta ric­ca, an­zi. So co­sa si prova a pos­se­de­re qua­si nul­la. Se un gior­no do­ves­si perdere tut­to non avrei pau­ra, per­ché so di es­se­re sta­to tan­to fe­li­ce lo stes­so an­che sen­za sol­di. Cer­to, tal­vol­ta ca­do in ten­ta­zio­ne. Le mie de­bo­lez­ze so­no vi­ni ed oro­lo­gi di mar­ca».

Cel­lu­la­ri e “mul­ti­ta­sking”: se­con­do il li­bro, è uno dei mo­di in cui si per­de di re­si­lien­za crean­do una so­cie­tà di zom­bie, pron­ti a es­se­re so­lo con­su­ma­to­ri.

«Una vol­ta ero co­sì: man­gia­vo guar­dan­do il cel­lu­la­re e al­la fi­ne non sa­pe­vo nem­me­no co­sa ave­vo nel piat­to. Ora non lo fac­cio più. Man­gio una me­la? Fac­cio so­lo quel­lo e me la gu­sto. Non vo­glio fa­re la mo­ra­le a nes­su­no. Io sen­za cel­lu­la­re sto ma­le, ma so che l’uso ec­ces­si­vo è sbagliato, co­sì co­me l’osten­ta­re la ric­chez­za. Per­ché far ve­de­re su In­sta­gram che hai la Fer­ra­ri o l’oro­lo­gio da cin­quan­ta­mi­la eu­ro? Nel mon­do d’og­gi in cui con­ta l’immagine, pe­rò, or­mai è una bat­ta­glia per­sa».

Nel 2016 le ri­ti­ra­no la pa­ten­te per gui­da in sta­to d’eb­brez­za, poi fa un vi­deo con la po­li­zia per far ca­pi­re ai gio­va­ni che è una co­sa sba­glia­ta. Ri­sul­ta­to: 8.000 vi­sua­liz­za­zio­ni.

«So­no po­che, ma spe­ro che sia ser­vi­to a uno su ot­to­mi­la. Non so­no un san­to, ho fat­to tan­te ca­vo­la­te, pe­rò poi si de­ve cre­sce­re. An­che in que­sto il te­le­fo­ni­no non aiu­ta. Ci stia­mo trop­po. Nel­lo spo­glia­to­io è di­sgre­gan­te. Fi­ni­sce l’al­le­na­men­to, la pri­ma co­sa che fac­cia­mo è ac­cen­der­lo, ve­de­re i mes­sag­gi e an­da­re sui so­cial. E’ sbagliato per­ché si crea po­ca comunicazione. Al Ge­noa ab­bia­mo la re­go­la di non usa­re il cel­lu­la­re a ta­vo­la e mol­ti nuo­vi, so­prat­tut­to gli stra­nie­ri, all’ini­zio ci ri­man­go­no ma­le per­ché non so­no abi­tua­ti».

A pro­po­si­ti di so­cial, la po­le­mi­ca di un an­no fa coi ti­fo­si del Fro­si­no­ne su una brut­ta pa­gi­na del­la Se­con­da Guer­ra Mon­dia­le (gli stu­pri di Val­le­cor­sa, ndr), sen­za smart­pho­ne...

«... non sa­reb­be suc­ces­sa. Un cal­cia­to­re che ap­pe­na pen­sa una co­sa la met­te su in­ter­net può sca­te­na­re un pa­ta­trac. Non ci so­no fil­tri. So di ave­re sbagliato e ho chie­sto scu­sa. Mi ar­ri­va­no an­co­ra in­sul­ti e me li ten­go. Non ca­do più nel tra­nel­lo di ro­vi­na­re la mia immagine. Ci so­no sta­to ma­le. Ero de­lu­so da me stes­so per­ché ave­vo man­ca­to di ri­spet­to a me e al­la sto­ria ita­lia­na. An­che i miei ge­ni­to­ri si ar­rab­bia­ro­no».

E’ ve­ro che lei fa scher­zi a suo pa­dre?

«Sì. Una vol­ta a 18 an­ni gli dis­si che ave­vo mes­so in­cin­ta Gior­gia, la mia ra­gaz­za. Era­va­mo a Padova, a di­cem­bre. Con 4 gra­di sot­to ze­ro lui uscì in ter­raz­zo con la ca­mi­cia aper­ta per­ché gli era ve­nu­to cal­do. Gli dis­si la verità il gior­no do­po...».

Con le don­ne sie­te più sfrut­ta­ti o più sfrut­ta­to­ri?

«C’è il giu­sto equi­li­brio. Tan­te ra­gaz­ze van­no col cal­cia­to­re, non con l’uo­mo. Se aves­si fat­to il ban­ca­rio non avrei avu­to tan­ti rap­por­ti. E’ la fa­ma che ti ren­de at­traen­te, cer­te vol­te ci fac­cia­mo in­tor­ta­re e poi la pa­ghia­mo».

Tor­nia­mo a suo pa­dre Pier­lui­gi: è sta­to cal­cia­to­re?

«Sì, ha gio­ca­to fi­no agli Al­lie­vi na­zio­na­li nel To­ri­no, poi tor­nò a ca­sa per amo­re di una ra­gaz­za. Un in­ci­den­te con la mo­to gli co­stò 7 ope­ra­zio­ni a una gam­ba e il ri­schio am­pu­ta­zio­ne. Per for­tu­na glie­la sal­va­ro­no, pe­rò rim­pian­ti per la car­rie­ra man­ca­ta ce l’ha. Chis­sà, se pa­pà aves­se avu­to più re­si­lien­za sa­reb­be ar­ri­va­to, ma for­se io ci so­no riu­sci­to pro­prio per­ché non ce l’ha fat­ta lui. Le di­co que­sto: a 13 an­ni vo­le­vo an­da­re ai Gio­va­nis­si­mi Na­zio­na­li del­la Se­rie C ad al­to li­vel­lo. Mia ma­dre non vo­le­va man­dar­mi e le dis­si: “Mam­ma, pen­sa se fra die­ci an­ni ti rin­fac­cias­si che non mi hai fat­to ar­ri­va­re in Se­rie A”. Il gior­no do­po mi det­te il via li­be­ra».

Di­ca la verità, c’è un po’ di ge­lo­sia per il fat­to che ora si par­la so­lo di Don­na­rum­ma?

«No. Lui è un fe­no­me­no. Pri­ma dell’infortunio ave­vo fat­to un pa­io di sta­gio­ni al­la gran­de, è nor­ma­le che do­po un an­no e mez­zo in cui avrò gio­ca­to venti par­ti­te si parli me­no di me. Que­sto è il cal­cio. Quan­do tor­ne­rò non sa­rò quel­lo di pri­ma: sa­rò di­ver­so. Non so se più for­te o me­no for­te, ma sa­rò un’al­tra per­so­na. Fi­si­ca­men­te co­me pri­ma, ma di­ver­so per fa­me, rab­bia o obiet­ti­vi. Ho il fuo­co den­tro».

Og­gi è sfi­da all’In­ter al­la qua­le è sta­to spes­so as­so­cia­to: in fu­tu­ro si ve­de an­co­ra al Ge­noa?

« Quan­do ero bam­bi­no, ol­tre al Latina, ti­fa­vo Ro­nal­do il Fe­no­me­no. Co­mun­que dell’In­ter si par­la ogni an­no e or­mai so­no un ve­te­ra­no. De­vo tut­to al Ge­noa, è la mia se­con­da fa­mi­glia. Da pro­fes­sio­ni­sti non si sa quel­lo che ci di­rà il fu­tu­ro. Bi­so­gne­rà ve­de­re gli obiet­ti­vi co­mu­ni. Di­pen­de­rà da tut­ti e due, ma pen­sia­mo a sal­var­ci. Ci han­no pe­na­liz­za­to gli in­for­tu­ni e par­ten­ze co­me quel­le di Rin­con e Pa­vo­let­ti, che era­no trai­nan­ti. Ep­pu­re la piaz­za è fan­ta­sti­ca; po­ten­zial­men­te va­le il 6°-7° po­sto, e pri­ma o poi ci ar­ri­ve­rà».

Quan­do in­ter­vi­stam­mo Vi­via­no, ci dis­se: “Mat­tia è matto, ma io lo so­no più di lui”. Dav­ve­ro an­che que­sto der­by lo vin­ce la Samp­do­ria?

«E’ una bel­la lot­ta. Sia­mo due mat­ti equi­li­bra­ti, nel sen­so che lo sia­mo so­lo quan­do ser­ve. Co­mun­que, tan­te mat­ta­te che ho fat­to, lui an­co­ra non le sa».

BOZZANI

Mat­tia Pe­rin, 24 an­ni, del Ge­noa, si è in­for­tu­na­to in gen­na­io

Pie­tro Tra­buc­chi, do­cen­te all’Uni­ver­si­tà di Verona, è sta­to psi­co­lo­go del­la squa­dra olim­pi­ca di sci di fon­do e del­le Na­zio­na­li di Tria­thlon

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