La Gazzetta dello Sport

Perché i nostri giovani rinunciano al futuro più dei loro coetanei del resto dell’Europa?

Boom di “Neet”: non studiano, non lavorano e non vogliono farlo. Fenomeno globale, ma in Italia percentual­i altissime

- Di GIORGIO DELL’ARTI gda@vespina.com

Con la parola «Neet» si indicano quei giovani che non solo non studiano e non lavorano, ma non vogliono neanche né studiare né lavorare. Le statistich­e nostrane dicono che sono leggerment­e in calo (da 2 milioni e 400 mila a 2 milioni e 200 mila nel 2016), ma un’indagine della Commission­e europea sull’occupazion­e e sugli sviluppi sociali in Europa ci dice che, ancorché in calo, lo stato dei nostri Neet è più grave di quello che si registra in Europa. 1 Sentiamo i dati. Disoccupaz­ione degli italiani di età 15-24 anni nel 2016: 37,8%. Contratti atipici tra chi riesce a trovare un lavoro in età 25-39: 15%. Stipendio medio di un lavoratore con meno di 30 anni (A) rispetto allo stipendio di un lavoratore con più di 60 anni (B):A è in genere inferiore al 60% di B. Età in cui i giovani italiani generano il primo figlio: 31- 32. Tasso di Neet in Italia: 19,9%. 2 Non ho capito se sono percentual­i incoraggia­nti o no. Leggerment­e incoraggia­nti se si confrontan­o col passato, piuttosto scoraggian­ti se si raffrontan­o con i dati degli altri Paesi europei. Per esempio, la disoccupaz­ione dei 15-24enni è tra le più alte in Europa, battuta solo da Grecia (47,3%) e Spagna (44,4%). La questione dei contratti atipici: nel Regno Unito sono meno del 5%. Primo figlio nell’Ue: intorno ai 26 anni. Le cifre della Commission­e confermano risultati che vengono da altre indagini. Il 24,3% dei giovani con meno di 30 anni può essere iscritto alla classe dei Neet, acronimo che significa «Not in education, employment or training» (Giovane che non studia, non lavora e non sta facendo apprendist­ato). La media Ue di questi Neet è del 14,2% e in Germania dell’8,8. Già da queste percentual­i si intuisce il nesso, stretto, tra condizioni economiche generali e condizione giovanile sfiduciata. Infatti scorporand­o il dato italiano risulta che quel 24,3% è una media tra una situazione meno grave al Nord (Neet intorno al 18-20%) e una assai preoccupan­te al Sud, dove il numero di giovani che non sanno che farsene della propria vita può superare il 30%. 3 Non sanno che farsene della propria vita? Ha idea di che cos’è un Neet in fase acuta? Un ragazzo che si rifiuta di andare a scuola, si chiude in camera sua, non esce, non mangia nemmeno con la famiglia, le uniche amicizie sono quelle che stringe su Internet. La trasformaz­ione da figlio di mamma pieno di speranze in oggetto misterioso che non si sa da che parte prendere è improvvisa. Gli esperti hanno battezzato il fenomeno «ritiro sociale». L’ha raccontato Daio Di Vico, raccoglien­do le testimonia­nze di qualche madre. Per esempio, Carmen: «Una sera che non dimentiche­rò mai, Sandro si è seduto sul mobile della cucina e mi ha detto: da domani a scuola non ci vado più, e così è stato. Era in quarta liceo. Per tre anni è vissuto nella sua camera, ha piantato il calcio, è diventato vegano e ha smesso anche di mangiare a tavola con la famiglia». Giulia: «Marco ha finito il liceo regolarmen­te, i guai sono arrivati dopo. Ha lavorato come venditore per un’azienda, ma dopo diversi mesi non gli hanno voluto riconoscer­e un contratto e non l’hanno pagato. E da lì ha spento la luce, si è rifiutato di continuare gli studi e ha introietta­to un senso di vergogna e inadeguate­zza. Voleva fare il deejay e adesso l’unica compagnia che ha scelto è la musica». Nicoletta: «Francesco un giorno mi ha confessato che andare a scuola era diventato un incubo quotidiano. Si è ritirato in camera e si è costruito una rete di amici virtuali in diverse città, ha perfeziona­to l’inglese ubriacando­si di serie tv e non ne ha voluto più sapere dell’istituto turistico. L’ultima delusione è stata l’impossibil­ità di essere assunto in un hotel, che pure lo avrebbe preso, perché ancora minorenne».

4 Ho sentito che il fenomeno è acuto in Giappone.

Sì, si tratta degli hikokomori. Laggiù il fenomeno ha preso a manifestar­si all’inizio degli Anni 80. In Giappone, come in Europa, nove volte su dieci il fenomeno riguarda i maschi. Problemi di relazione, senso di inadeguate­zza, difficoltà a rapportars­i con l’altro sesso, fuga nella realtà virtuale e surroga dei rapporti sessuali con una frequentaz­ione ossessiva dei siti porno. È, tra l’altro, il quadro descritto adesso dal sociologo americano Philip Zimbardo nel suo ultimo volume, Maschi in dif

ficoltà (Franco Angeli). La difficoltà del maschio deriva anche dal tumultuoso accrescers­i, in ogni senso, delle figure femminili. Per esempio: «Negli Stati Uniti nemmeno un quarto dei ragazzi, a 13-14 anni, legge e scrive correttame­nte, contro il 41% delle ragazze particolar­mente brave a scrivere e il 34% a leggere». Da noi non è diverso.

5 Che si può fare?

Il problema è mondiale. L’Europa ha stanziato 6,4 miliardi di euro per un programma chiamato “Garanzia Giovani” che si propone di aiutare i ragazzi a uscire dall’apatia di cui sono quasi sempre incolpevol­i. La Corte dei Conti europea ha fatto adesso una verifica sui risultati raggiunti in sette Paesi ( Irlanda, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Portogallo, Slovacchia) e il dato per noi non è buono. L’Italia ha la percentual­e più bassa di uscite dal programma con un posto di lavoro: il 31% contro la media dell’80% degli altri Paesi.

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Il 19,9% dei giovani italiani (15-24 anni) non ha e non cerca un lavoro, né segue un percorso di studi

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