Il ru­mo­re del­la Re­te di­strae il nar­ra­to­re

I nar­ra­to­ri non san­no rac­con­ta­re in­ter­net Ver­rà un Joy­ce 2.0, ma bi­so­gna aspet­ta­re

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di PAOLO GIOR­DA­NO

L’im­pat­to no­ci­vo dei so­cial net­work (e del web in ge­ne­ra­le) sul­la crea­ti­vi­tà e sul­la di­sci­pli­na che la so­stie­ne. Se ne par­la al fe­sti­val di Ca­mo­gli

Una se­ra, all’ini­zio dell’esta­te, mi so­no ri­tro­va­to a ce­na in un ri­stor an­te dell a co­sta adri at i ca. La gran­de sala, se­mi­vuo­ta, tra­smet­te­va la tri­stez­za ti­pi­ca dei ri­sto­ran­ti tu­ri­sti­ci sor­pre­si fuo­ri sta­gio­ne. Ol­tre a me c’era sol­tan­to una cop­pia, una ra­gaz­za sul­la tren­ti­na in com­pa­gnia di un uo­mo più vec­chio. Poi­ché non ave­vo mol­to a cui pre­sta­re at­ten­zio­ne ho te­so l’orec­chio al lo­ro li­ti­gio: era pun­teg­gia­to di in­sul­ti vi­vi­di e ruo­ta­va in­tor­no a cer­te re­cri­mi­na­zio­ni clas­si­che da par­te del­la ra­gaz­za (mi tra­scu­ri, fai il ca­sca­mor­to con le al­tre). L’aspet­to cu­rio­so, tut­ta­via, era che nes­su­na di que­ste ac­cu­se ri­guar­da­va epi­so­di che i due ave­va­no vis­su­to in­sie­me: l’epi­cen­tro del­lo scon­tro era Fa­ce­book. La ra­gaz­za rin­fac­cia­va all’aman­te le ami­ci­zie che con­ce­de­va con leg­ge­rez­za ec­ces­si­va, i po­st pic­can­ti, i troppi Mi Pia­ce, co­me se la con­dot­ta di lui sul so­cial fos­se uno spec­chio fe­de­le di quel­la au­ten­ti­ca. An­zi, co­me se la sua con­dot­ta su Fa­ce­book fos­se più au­ten­ti­ca an­co­ra di quel­la au­ten­ti­ca.

È il ge­ne­re di mon­do che abi­tia­mo og­gi: un qual­che sta­to in­ter­me­dio fra il ter­re­stre e il vir­tua­le (di­re «tra il rea­le e vir­tua­le» non suo­na più co­sì con­vin­cen­te). C’è chi si tro­va be­ne e chi non è an­co­ra del tut­to a suo agio, ma po­co cam­bia. La Re­te ci av­vi­lup­pa e nul­la su­sci­ta più pa­ro­le a pro­po­si­to di sé del­la Re­te stes­sa. Siamo ar­ri­va­ti al pun­to di va­lu­ta­re il pe­so de­gli even­ti in fun­zio­ne dell’im­por­tan­za che in­ter­net at­tri­bui­sce lo­ro, pro­prio co­me i due aman­ti al ri­sto­ran­te. Quel­lo che in prin­ci­pio era un mez­zo è di­ven­ta­to in­fi­ne an­che lo sco­po. Non c’è fi­lo­so­fia di vi­ta che sfug­ga, non c’è re­la­zio­ne che non ne sia in­fet­ta­ta né me­stie­re ri­ma­sto in­den­ne.

Hy­per­scrit­to­ri

An­che i let­to­ri e gli scrit­to­ri, due ca­te­go­rie per lo più re­frat­ta­rie ai cam­bia­men­ti, so­no chia­ma­te a fa­re i con­ti con la tec­no­lo­gia che tra­sfor­ma tut­to. Ma, a ec­ce­zio­ne dei ro­man­zi di fan­ta­scien­za e di po­chi al­tri ca­si iso­la­ti, la let­te­ra­tu­ra non è mai sta­ta il luo­go del fu­tu­ri­bi­le. In quan­to ter­ri­to­rio do­mi­na­to dal­la me­mo­ria, si tro­va più a suo agio nel pas­sa­to.

Agli ini­zi del No­ve­cen­to, quan­do il te­le­fo­no si sta­va dif­fon­den­do, gli scrit­to­ri in­si­ste­va­no nel men­zio­na­re all’in­ter­no dei lo­ro testi il te­le­gra­fo elet­tri­co. An­zi, «a li­vel­lo let­te­ra­rio l’av­ven­to del te­le­fo­no sem­brò rin­vi­go­ri­re l’in­te­res­se nei con­fron­ti del te­le­gra­fo» (Ga­brie­le Bal­bi, Squil­li di

car­ta, Fran­co An­ge­li, 2007), co­me se gli au­to­ri vo­les­se­ro a tut­ti i co­sti di­fen­de­re lo stru­men­to tra­di­zio­na­le dal nuovo che mi­nac­cia­va di sop­pian­tar­lo. Qua­si un se­co­lo dopo, or­mai di­ge­ri­ta la te­le­fo­nia «fis­sa», una re­si­sten­za si­mi­le ve­ni­va op­po­sta da­gli scrit­to­ri al­la te­le­fo­nia mo­bi­le. An­che la te­le­vi­sio­ne ha crea­to pa­rec­chia pre­oc­cu­pa­zio­ne, ed è facile im­ma­gi­na­re che lo stes­so sia ac­ca­du­to per ogni mez­zo che ab­bia mo­di­fi­ca­to dra­sti­ca­men­te il mo­do di co­mu­ni­ca­re. Per qua­le mo­ti­vo? For­se per­ché, co­me af­fer­ma Jac­ques Le Goff, «gli uo­mi­ni si ser­vo­no del­le mac­chi­ne che in­ven­ta­no con­ser­van­do la men­ta­li­tà dell’epo­ca pre­ce­den­te a que­ste mac­chi­ne».

In­som­ma, sa­re­mo sem­pre un po’ trop­po vec­chi per rac­con­ta­re il mon­do tec­no­lo­gi­co che abi­tia­mo. Per la mag­gio­ran­za de­gli scrit­to­ri que­st’im­po­ten­za con­ge­ni­ta si ma­ni­fe­sta in ri­ser­ve di ca­rat­te­re este­ti­co. La scrit­tu­ra let­te­ra­ria ha in sé la vo­ca­zio­ne di av­vi­ci­nar­si quan­to più le è con­ces­so al­la real­tà, man­te­nen­do­si tut­ta­via im­per­cet­ti­bil­men­te al di so­pra di es­sa, de­pu­ran­do­la dei suoi aspet­ti ba­na­li o de­te­rio­ri: quan­do fa­ti­chia­mo a in­clu­de­re un aspet­to del pre­sen­te in un rac­con­to è per­ché, da qual­che par­te del­la nostra co­scien­za, lo av­ver­tia­mo an­co­ra co­me un ele­men­to cor­ri­vo, este­ti­ca­men­te «brut­to» del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà. Non gli siamo ab­ba­stan­za as­sue­fat­ti.

In tal sen­so, è in­dub­bio che il gran­de grat­ta­ca­po nar­ra­ti­vo dell’og­gi è rap­pre­sen­ta­to dal­le evo­lu­zio­ni del­la Re­te. Non mi pa­re trop­po in­te­res­san­te sof­fer­mar­mi qui su quan­to l’ac­ces­so a un’in­for­ma­zio­ne glo­ba­le ab­bia al­te­ra­to il no­stro mo­do di pen­sa­re, e quin­di di scri­ve­re, per­ché se n’è già par­la­to dif­fu­sa­men­te. È senz’al­tro ve­ro che i ro­man­zi re­cen­ti be­ne­fi­cia­no spes­so del­la va­sti­tà di ta­le in­for­ma­zio­ne e che in po­chis­si­mi (nes­su­no?) riu­sci­rem­mo or­mai a con­ce­pi­re que­sto me­stie­re sen­za la stam­pel­la per­pe­tua di Goo­gle e Wi­ki­pe­dia, ma tut­to ciò è ac­ca­du­to, per co­sì di­re, «pas­si­va­men­te», sen­za che ce ne ac­cor­ges­si­mo o qua­si.

Ciò che mi sem­bra po­co ri­sol­to, in­ve­ce, è se le mol­te­pli­ci ra­mi­fi­ca­zio­ni del­la Re­te sia­no sta­te o me­no in­clu­se «at­ti­va­men­te», e con pie­na sod­di­sfa­zio­ne, nel­la pro­sa let­te­ra­ria. Sap­pia­mo be­ne quan­to nell’ul­ti­mo de­cen­nio il web sia di­ven­ta­to per­va­si­vo: Fa­ce­book, Twit­ter, Ama­zon, Uber... ognu­no ha sov­ver­ti­to in un lam­po le regole dell’am­bi­to nel qua­le è an­da­to a in­se­rir­si, regole che prima di al­lo­ra si era­no evo­lu­te con len­tez­za geo­lo­gi­ca. Na­tu­ra­le, per­ciò, che an­che i nar­ra­to­ri più svel­ti si sia­no tro­va­ti in af­fan­no e che gli al­tri sia­no an­da­ti de­ci­sa­men­te nel pa­ni­co. C’è chi ha igno­ra­to le no­vi­tà co­me se non esi­stes­se­ro (per­so­nag­gi ana­cro­ni­sti­ci che per­se­ve­ra­no nel com­pi l a re le t te re a ma­no a l pos to di man­da­re email...), chi ha in­ve­ce scel­to l’esca­mo­ta­ge del­la re­tro­da­ta­zio­ne. Sol­tan­to po­chi spa­val­di han­no pro­va­to ad af­fron­ta­re la mu­ta­zio­ne a vi­so aper­to. Da­ve Eg­gers ha am­bien­ta­to i suoi ul­ti­mi due ro­man­zi — Olo­gram­ma per il re e Il cer­chio — nel mon­do del­la tec­no­lo­gia digitale. Nel 2012 Jen­ni­fer Egan ha pub­bli­ca­to sul­la piat­ta­for­ma Twit­ter del «New Yor­ker» un rac­con­to in­ti­to­la­to Sca­to­la

ne­ra, a col­pi di 140 ca­rat­te­ri per vol­ta. E qual­cun al­tro ha cer­ca­to di rendere in­ter­net ad­di­rit­tu­ra co­sti­tu­ti­vo del mec­ca­ni­smo di nar­ra­zio­ne: la

hy­per­text fi c t i on, ad esem­pio, con­sen­te di espan­de­re la frui­zio­ne di una storia at­tra­ver­so dei link, crean­do una spe­cie di «let­tu­ra au­men­ta­ta». Ma i ro­man­zi di Eg­gers so­no in fin dei con­ti tra­di­zio­na­li, il ten­ta­ti­vo di Egan è sta­to un gio­co di­ver­ten­te e scal­tro, non cer­to un’ag­giun­ta fon­da­men­ta­le al cor­pus let­te­ra­rio dell’Oc­ci­den­te, e la hy­per­text fic­tion, a sca­pi­to di chi giu­ra­va che avreb­be sot­ter­ra­to i libri tra­di­zio­na­li, si è ri­ve­la­ta un flop.

Ov­via­men­te si pos­so­no tro­va­re in­nu­me­re­vo­li al­tri esem­pi, ro­man­zi nei qua­li uno o più aspet­ti del­la Re­te sia­no sta­ti in­cor­po­ra­ti, ma è as­sai ar­duo tro­var­ne uno che si mi­su­ri dav­ve­ro con il cam­bia­men­to dei lin­guag­gi man­te­nen­do in­tat­to il pro­prio va­lo­re ar­ti­sti­co. Io non ne ho tro­va­to nes­su­no. Ogni vol­ta che all’in­ter­no di un ro­man-

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.