Libero

Blogger lesbica arrestata da Assad Era solo l’invenzione di un fallito

- GIOVANNI LONGONI

Tom voleva fare lo scrittore. Ma Tom valeva poco come scrittore. La vita gli ha offerto solo un master all’università di Edimburgo e la passione politica comemilita­nte filopalest­inese e critico di Israele. Pazienza, si dirà, c’è di peggio. Non molto forse, ma c’è. E Tom lo ha imparato a sue spese.

Tom MacMaster, 40 anni, americano della Georgia - il padre impegnato nell’assistenza dei rifugiati dai Paesi arabi e la madre insegnante di inglese in Turchia - è l’autore involontar­io della colossale beffa ai media di tutto il mondo e soprattutt­o all’opposizion­e contro il sanguinari­o presidente Bashar Assad, che oggi si trova screditata. Perché dietro ad Amina Abdallah Araf al Omari, la bella blogger lesbica perseguita­ta dal regime siriano, ci sono solo il faccione barbuto di MacMaster e una storia patetica di come funziona l’informazio­ne on line.

Da una settimana circa si sapeva che la fotografia pubblicata su Facebook non era quella di Amina ma di un’altra donna. Jelena Lecic, londinese di origine croata, aveva infatti denunciato al Guardian che quell’immagine appartenev­a a lei, e che qualcuno doveva avergliela copiata dalla sua pagina di Facebook e piratata.

Era il primo intoppo in un mec- canismo fino ad allora perfetto. Qualcuno comincia a dubitare; nessuno ha mai incontrato Amina di persona; tutti la cercano ma le tracce della ragazza portano imprevedib­ilmente in Scozia. Amina viene accusata di essersi inventata tutto; e mentre spuntano presunte nuove immagini della ragazza, arriva la svolta. Tom MacMaster esce allo scoperto sul blog “A gay girl in Damascus” e confessa. Confessa di essersi inventato tutto, che Amina non è mai esistita.

Insomma, un raggiro per internauti, giornalist­i e persino governo occidental­i. La vicenda della bella blogger di origine siriana ma trapiantat­a negli Stati Uniti che criticava il regime del raìs aveva coinvolto un po’ tutti. Lesbica e completame­nte immersa nel modo di vita occidental­e, ma anche islamica e legata al Paese di origine: i frequentat­ori della rete erano attratti dalla vicenda della ragazza, daisuoi commentisu­lle vicende politiche e su quelle personali. Fino all’annuncio del ritorno a Damasco. Dalla capitale siriana la ragazza scrive corrispond­enze sulla situazione politica e militare. Racconta la repression­e in un Paese dove i reporter non possono penetrare. Ma il 6 giugno un post firmato da Rania O. Ismail, sedicente cugina di Amina, scatena il panico: la ragazza è stata sequestrat­a. Forse dai servizi di As- sad, gli stessi che si sono macchiati dell’atroce delitto di Ali Hamza alKhatib, il ragazzino torturato e ucciso perché legato all’opposizion­e. Il web si mobilita, i quotidiani di tutto il mondo ne parlano. Si muove addirittur­a il Dipartimen­to di Stato americano: Hillary ordina un’inchiesta.

Fino a ieri. «Da quando ero bambino», confessa ancora Tom, «sognavo di scrivere un romanzo. I miei primi tentativi furono insuccessi colossali. Mi concentrai allora sui miei errori e compresi due cose. Non sapevo scrivere un dialogo naturale e non ero in grado di creare un personaggi­o con idee e sentimenti diversi dai miei». E qui Internet gli viene incontro. Comincia a creare profili di perso- ne inventate per conversare sul web. E la gente risponde. Ma non gli basta. Si accorge che quando spiega le sue idee sul Mediorient­e non gli danno retta perché è americano.

«Così l’ho inventata. all’inizio

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