Libero

La morte di Ceausescu decisa da Urss e Usa

Un saggio del giornalist­a romeno Cartianu ricostruis­ce gli eventi del dicembre 1989 Altro che rivoluzion­e di popolo: a eliminare il Conducator fu un colpo di Stato

- SIMONE PALIAGA

Le immagini in bianco e nero scorrono tremolanti e sfocate. Un uomo e una donna siedono dietro a un tavolo di legno e ribattono ai capi d’imputazion­e elencati da un giudice. L’orgoglio dell’accusato traspare dal tono delle risposte e la tracotanza del magistrato dal suo piglio inquisitor­iale. Poi una breve sospension­e e le riprese passano all’esterno dell’edificio a inquadrare due corpi esanimi accasciati a terra.

È trascorso solo qualche istante dalla fucilazion­e seguita a un processo sommario di appena due ore. Al suolo, riversi, Nicolae ed Elena Ceausescu, il presidente della Repubblica socialista di Romania e sua moglie. Sono immagini che giacciono nella memoria e fanno il paio con quelle del crollo del Muro di Berlino: qui c’è gioia, là solo sangue. Le separano nemmeno due mesi.

Gorbaciov isolato

È il giorno di Natale del 1989 e la Guerra Fredda è agli sgoccioli. Il quarantenn­ale confronto tra Usa e Urss batte gli ultimi colpi e a franare sono i Paesi d’Oltrecorti­na. Il presidente sovietico Michail Gorbaciov si fa promotore del passaggio di potere dalle mani degli stalinisti ai riformisti. Tocca a lui avviare in Urss, a partire dagli anni Ottanta, le riforme necessarie per mantenere il controllo della situazione. E, per custodire intatta la sfera d’influenza di Mosca sui Paesi satelliti, le impone anche agli alleati. Ma né Erich Honecker, a capo della DDR, né Todorov Jivkov, alla guida della Bulgaria, né Ceausescu l’ascoltano.

Per spodestarl­i e spingere le riforme serviranno manovre di palazzo e rivolte di piazza pilotate dall’Urss. Solo così volti vergini meno compromess­i con il vecchio comunismo sì, ma comunque fedeli a Mosca, avrebbero preso le redini della situazione. In una manciata di settimane le vecchie gerarchie capitolano, una a una. D’altronde la sovranità limitata non finisce alla morte di Breznev...

Tale suona l’ipotesi formu- lata da Grigore Cartianu ne La fine dei Ceausescu. Morire ammazzati come bestie selvatiche ( Aliberti, pp. 624, euro 18). Secondo il giornalist­a anticomuni­sta sarebbero stati uomini agli ordini di Mosca ad appiccare i disordini che trascinera­nno nella polvere il Conducator per assicurars­i un nuovo governo ancora legato all’Urss.

I rapporti tra i due vicini non sono idilliaci da tempo. Quando Nicolae Ceausescu sale al potere nel 1965, comincia a governare in maniera autonoma, disinteres­sato ai diktat dell’ingombrant­e orso sovietico. Non solo nel 1968 decide di opporsi all’invasione sovietica della Cecoslovac­chia. Negli anni Settanta inaugura anche una politica di avviciname­nto con gli Stati Uniti fino a diventarne partner commercial­e privilegia­to. Scelte non facili negli anni della Guerra Fredda. L’indipenden­za da Breznev e la decisione di perseguire l’interesse nazionale invece dell’interesse ideologico non lo mettono in buona luce presso gli alleati.

Le relazioni di buon vicinato rimangono, ma progressiv­amente Mosca infiltra le alte gerarchie romene con propri agenti per sorvegliar­e l’operato di Bucarest. E non si tratta di figure di seconda fila: spetterà proprio a loro, secondo la ricostruzi­one dettagliat­issima di Cartianu, liquidare Ceausescu soffiando sul fuoco delle insorgenze di Timisoara e di Bucarest.

Benché i dissapori vengano da lontano, la svolta precede di pochi giorni la rivolta nella capitale romena. Il 2 e 3 dicembre del 1989, tre settimane prima della morte di Ceausescu, Gorbaciov incontra a Malta il presidente americano George Bush. Se ufficialme­nte si occupano delle ultime tappe della distension­e, di fatto la discussion­e scivola sugli imminenti interventi americano e sovietico su Panama e Romania. Gli Usa sperano di decapitare l’imbarazzan­te narcotraff­icante Noriega, presidente dello Stato centroamer­icano, e i sovietici Ceausescu senza intralciar­si. Ma il Conducator intuisce il gioco il giorno dopo, quando vola a Mosca per un incontro di alto livello con i vertici del Patto di

LA FUCILAZION­E

I coniugi Ceausescu furono giustiziat­i da un plotone d'esecuzione a colpi (oltre 100) di Kalashniko­v Varsavia e Gorbaciov gli ingiunge di dimettersi.

Poi la situazione precipita. Dal 9 dicembre numerosi turisti entrano in Romania con visti sovietici e ungheresi. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente i viaggiator­i raddoppian­o, sfiorando i 67 mila. Sarebbero, stando alla ricostruzi­one, agenti stranieri addestrati per allestire le diverse fasi della caduta dell’inaffidabi­le regime carpatico. Trascorre qualche giorno e il 17 dicembre a Timisoara e il 22 a Bucarest esplodono le rivolte contro Ceausescu.

Vittime inutili

Ormai la miccia è accesa. Il Conducator e la moglie si asserragli­ano nel Palazzo del Comitato centrale, ma sono incoraggia­ti alla fuga, mentre la stampa internazio­nale denuncia migliaia di vittime per le strade della capitale. Incomincia il tam tam mediatico di demonizzaz­ione. Il potere non sta più nelle sue mani. Nel giro di poche ore sullo scranno del potere siedono Ion Iliescu, prossimo presidente della Romania, Silviu Brucan e il generale Nicolae Militaru, tutti, secondo Cartianu, legati ai servizi sovietici. Perché allora la partita non viene chiusa subito, quando ancora Ceausescu era a Bucarest e gli uomini al soldo di Mosca al suo fianco?

«Il calvario dei Ceausescu e della Romania», ammonisce Cartianu, «sarebbe potuto finire il 22 dicembre 1989. Non ci sarebbe stato più bisogno di quasi mille morti. Ma la semplifica­zione dello scenario avrebbe rovinato i piani di alcuni individui dotati di un’insana sete di potere, i quali avevano bisogno che scorresse del sangue. Avevano bisogno della loro rivoluzion­e. E senza una loro rivoluzion­e non avrebbero potuto rivendicar­e per se stessi il potere perché provenivan­o dalle strutture più alte del partito».

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