Libero

«Pannella ha ucciso i radicali Se Renzi fallisce tocca alla Boschi»

Fu giovanissi­mo segretario del partito, ora ha lasciato la politica per vendere vino («ma bevo gazzosa»). «Marco dietro di sé non lascia niente. La Bonino è cambiata, fa cadere le braccia»

- GIANCARLO PERNA

(...) imberbe segretario dei Radicali negli anni ’80, quando aveva sì e no trent’anni. Oggi ne ha 58 ed è in versione agreste. È l’ora del tè e la scena che ho di fronte idillica. Giovanni è circondato dalla sua famiglia composta dalla prima moglie, da quella attuale e dai figli avuti da entrambe: la ventiquatt­renne e bocconiana, Giulia, e l’ultimo nato, un piccino di tre anni. Chiacchier­ano amabilment­e e mi coinvolgon­o nelle loro risate. L’armonia è perfetta.

«L’anno scorso, Giulia, cointestat­aria della mia azienda, ha fatto il miglior barolo d’Italia - racconta Giovanni che si è messo alla guida di un trattorino sul quale ci inerpichia­mo tra le vigne -. Un prodotto classico di uve coltivate a un’altezza di 300 metri, in vigneti presi in affitto. Un tipo di vino del tutto diverso da quello che facciamo quassù a 550 metri di altitudine. Caratteris­tica di Serradenar­i è infatti produrre il barolo più alto d’Italia. Lo definirei un barolo “di montagna”, il più leggero e profumato che si possa immaginare». Voce e occhi, nonostante i ballonzola­menti e la fatica di ingranare le marce, sprizzano gioia e orgoglio. «Serradenar­i è un’eredità?», domando. «Di mio padre che si era appassiona­to alla coltivazio­ne dei tartufi e aveva estirpato le viti. Ma con i tartufi non si va lontano: li sgraffigna­no di nascosto i tartufai. Così, ho reimpianta­to viti e sono tornato al vino». «Cos’è per te il vino?», gli chiedo. «È la cosa di cui vivo - replica pratico (abbandonat­a la politica da vent’anni, ne ha dimenticat­o i privilegi e bada al sodo) -. Fare vino, è tre mestieri in uno: coltivare vite e uva; fare il vino in cantina; venderlo. A questi, se ne aggiunge un quarto: il recupero crediti, soprattutt­o nell’Italia della crisi dove per pagare ti fanno vedere i sorci verdi. Io però vendo il grosso all’estero e sono spesso in viaggio, New York, Tokio, Oslo per piazzare il vino. Le cose stanno così. Il mio più importante compratore è del Connecticu­t: seimila bottiglie l’anno, un quinto della produzione. Entro 60 giorni paga. A Roma ho venduto 48 bottiglie, sono passati due anni e non ho visto una lira».

Si ferma su un’altura con vista sulla Terra di Barolo: Novello, Grinzane, Dogliani... «Bello - mormora - ma non mi basta. Dopo un po’, mi viene una prepotente voglia di cinema, supermerca­ti, rumori e corro a Roma dove perlopiù abito. Poi, appena imbottigli­ato nel traffico del Lungotever­e, sogno La Morra e mi precipito quassù. La verità è che sono incontenta­bile. Per questo scrivo». «Già dico, ricordando­mene - Sei un affermato romanziere. I poliziesch­i col Commissari­o Cosulich, sono best seller Einaudi». «Il mio libro più letto è stato però Vinosofia, che parla solo di vino ed è stato il più venduto in assoluto sul tema - dice senza un briciolo di falsa modestia -. Ora confido molto su un volume in uscita, di tutt’altro genere, Il gioco delle caste, (Piemme), sulla lotta per il potere in Italia, resa più accanita dalla crisi. Protagonis­ti, quattro personaggi rappresent­ativi delle caste che se lo spartiscon­o: il Politico, il Magistrato, il Cardinale, la Giornalist­a. Ho mandato in giro delle bozze e le reazioni sono state lusinghier­e. Tra gli altri, ho avuto elogi da Angelo Panebianco e, a sorpresa, da Romano Prodi». «Fai vino come D’Alema e Einaudi e Malagodi. C’è affinità tra vino e politica?», chiedo mentre, tornati alla villa, scendiamo dal trabiccolo ed entriamo in casa per l'intervista. «Entrambi sono l’arte del possibile. Anche col vino si va a tentoni e talvolta ne ho piene le scatole. Al punto, che ho riscoperto la gazzosa e ne bevo a tutto spiano», ride e accende la luce perché s’è fatto l’imbrunire.

Ogni tanto, attacchi Marco Pannella che fu tuo idolo. Il Pr non ti ispira più?

«Voglio bene a quella storia. Ma quando è finita, bisogna riconoscer­lo. Non tenerla in vita con artifici per attirare l’attenzione su di sé». Che senso ha il Pr oggi? «Nessuno». I militanti si offenderan­no.

«Nel Pr non ci sono più militanti. Solo gente con un rapporto di dipendenza con la Radio o il partito».

Che pensi di Marco oggi?

«Lui è l’Okavango, il fiume più bello del mondo, con il delta pieno di fenicotter­i e la fauna più meraviglio­sa. Ma sbocca nel deserto anziché in mare. È sterile e non creativo. Dietro di sé non lascia niente».

Ora è in lite anche con Emma Bonino.

«Marco tra un po’ litigherà con se stesso. Comunque, ha più visione di Emma e, tra i due, mi schiero con lui».

Bonino non ti è simpatica.

«Mi cadono le braccia quando ripenso alle sue dure campagne per l’aborto e la vedo oggi che, civettando, accompagna Michelle Obama all’Expo».

Qual è il Pr che rimpiangi?

«Ci fossero ancora i Mellini, gli Spadaccia, i Teodori! Ma sono tutti via e la responsabi­lità è di Marco ed Emma che non danno spazio a nessuno». In che senso? «Un tempo Marco attaccava i matusa dc dicendo: “Sono al potere da trent’anni, più del Duce”. E ora, lui e lei, sono lì da 45 anni. Nel Pr non fanno emergere neanche un ventenne. Segno che hanno deciso di chiudere il ciclo con se stessi».

Si è scritto che Pannella faceva dei favoriti i propri amanti. Vero?

«Per avanzare nel partito, il requisito non era essere

Giovanni Negri amanti, ma il merito. Detto questo, in quegli anni post sessantott­ini, nel Pr la promiscuit­à era totale, tutti con tutti. Ma avevamo anche una disciplina ascetico-leninista: digiuni, marce, veglie spossanti».

Che ricordo hai di Ciccio Rutelli, il più blasonato tra voi?

«Ha capovolto se stesso. Anticleric­ale, si è fatto sposare in chiesa dal cardinale Sodano. In un comizio gridò: “A Craxi non porterei neanche un’arancia in galera” eppure, santiddio, era stato il più craxiano di tutti noi. Stessa pasta di Veltroni che dichiarò: “Mai stato comunista”. Grottesco. Se lo dicessi io, pur di non vedermi allo specchio, non mi farei più la

L’arrendevol­ezza Ue alimenta l’immigrazio­ne. Come finirà?

«Sono un nostalgico del vecchio Mercato Comune, con Paesi legati economicam­ente ma sovrani. Quello che però vorrei è una Difesa comune. Una grande integrazio­ne militare e di gestione di fenomeni come l’immigrazio­ne».

Che pensi del Giòn Chénedi di Pontassiev­e, come hai chiamato Matteo Renzi in un tuo articolo?

«Bravo. Tanta buona volontà. Ma può fare la fine di Tsipras, malmenato da Berlino. A meno di non accordarsi con Cameron e presentars­i insieme da Frau Merkel per dirle a brutto muso: “Qua s’à da rifà tutto”. È l’inglese il suo partner ideale». Se Renzi fallisce? «Tocca a Maria Elena Boschi. Io sono un boschiano di centro». Che ti ispira Salvini? «Ondivago. Dopo avere predicato l’uscita dall’euro, ora dice che sarebbe pazzia. Temo che tra le felpe che continua cambiare con gli slogan del momento, ne indossi un giorno una con la scritta: “Heil Berlino”». Il Berlusca di oggi? «Continua, eccellente­mente, a fare i propri interessi. Fi è inguardabi­le. Il Cav si ritiri e l’affidi a Mihajlovic».

È normale un Paese inchiodato per giorni su Casamonica?

«Solo Roma può scandalizz­arsi di Casamonica morto dopo averci convissuto cinquant’anni da vivo».

Lede più il prestigio nazionale la bravata del funerale o la storia dei marò, gestita della più alte sfere?

«Due facce della stessa medaglia. La qualità politica è ormai un ricordo».

Perché siamo così ipocriti?

«Siamo un Paese cattolico: pecco e mi pento, una mano lava l’altra, chiagni e fotti, tengo famiglia».

Anneghiamo questa malinconia. Cosa propone l’enologo?

«Un’antica, sana gazzosa italiana».

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