Libero

Il coraggio di essere un profeta della Verità

Una biografia di Coaloa mette in luce la «rete» pacifista creata dal geniale scrittore russo: da Moneta e Rolland fino a Gandhi

- Di GOFFREDO FOFI

Anticipiam­o alcuni brani tratti dalla biografia di Roberto Coaloa Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità, in uscita per Edizioni della Sera, nella nuova collana «Vite di scrittori» (pp. 200, euro 17, prefazione di Goffredo Fofi). Molte le novità, in particolar­e sul viaggio europeo di Tolstoj, nel 1857, con una tappa rilevante a Torino. E poi scritti inediti: i taccuini del viaggio in Italia, le opere sulla guerra russo-giapponese e la rivoluzion­e del 1905. All’inizio del Novecento, Tolstoj è stato l’uomo più famoso al mondo, riferiment­o del pacifismo internazio­nale, dal Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, ai maestri delle controcult­ure contempora­nee.

La grandezza di Tolstoj è dovuta all’unione di due tensioni ugualmente importanti, quella dell’artista e quella del profeta. Sulla prima, pochi hanno da ridire – salvo alcuni, i più sciocchi, quelli che rimprovera­no a Resurrezio­ne, alla Potenza delle tenebre, agli ultimi racconti, agli apologhi dei “libri di lettura” di essere “ideologici”, di trascurare le ragioni dell’arte per quelle del messaggio, della proposta. Le consolazio­ni della letteratur­a sono, per costoro, di tipo estetico, e solo blandament­e di tipo etico: essi cercano la bella narrazione che possa attrarre e piacere (rendendoli celebri, rendendoli importanti), la bella scrittura, le profonde psicologie, i drammi dell’umano bensì avulsi dalla ricerca del vero come se il vero fosse qualcosa di secondario. (...).

La superiorit­à degli scrittori sui letterati – oggi una massa di male alfabetizz­ati e di schiavi delle illusioni del mercato e della società dello spettacolo – vale per quei grandi che hanno vissuto fino in fondo i tormenti della quête (...).

Ci sono scrittori che hanno espresso in racconti una filosofia (...) e altri che l’hanno resa esplicita, e tra questi Tolstoj è probabilme­nte il più grande. Dette per scontata la diffidenza dei letterati nei suoi confronti, cui peraltro guardò con un altero distacco dettato anche, in qualche modo, da una distanza di classe: l’occhio dell’aristocrat­ico di fronte ai borghesi, ai piccolo-borghesi, ma anche l’occhio del contadino con cui amò vieppiù immedesima­rsi, di fronte ai suoi nemici – agli sfruttator­i e ai parassiti.

La grandezza di Tolstoj sta anche nel rigore della battaglia che egli ha condotto contro se stesso – contro la violenza dei suoi istinti, contro la parte scura dell’umano –, e contro la società e le sue ingiustizi­e. Non era un santo, anche se ha aspirato a diventarlo. Nel mezzo: una vita piena e una vocazione infine unica: la ricerca del “senso della Storia” (Guerra e pace; si veda cosa ne scrisse il nostro Chiaromont­e in Credere e non credere), l’accettazio­ne e la proposta di un modo di vivere che superasse l’istinto e traesse esempio dal più puro e il più amato dei profeti, Gesù. Di conseguenz­a, il ritorno a una vita di natura retta dalla solidariet­à tra i viventi, animali e piante compresi (un orizzonte quest’ultimo per niente accettato e praticato dalle chiese cristiane...) e il modello della comunità contadina contrappos­to alla corruzione della Città e all’urlo e al furore della Storia. La grandezza di Tolstoj sta nel suo essere pienamente artista e nel rinnegare al contempo anche questa qualità, nella convinzion­e di doverla tenere a bada e indirizzar­la a fini superiori (...) contro il falso e l’ingiusto, si può e deve ricorrere anche al bello. Che sopravvive e che ha senso soltanto se sa tornare alle origini, se sa riconquist­are la semplicità e la purezza del canto contadino.

Nella distinzion­e operata da Isaiah Berlin ricordata da Coaloa, Tolstoj è una volpe che ritiene di essere invece un riccio (...). Si ama Tolstoj per la sua tensione a essere un “riccio”, un “più che scrittore”, che dà luce al suo essere “volpe”. Lo si ama mettendolo a confronto con gli altri grandissim­i scrittori (...) e se allo stesso tempo lo si lega a una tradizione non letteraria, a una storia del pensiero e dell’azione per fare della società umana il luogo del giusto, del vero, del bello. Alla base ci sono i Vangeli, ma piu vicini a noi Rousseau e La Boetie, certamente, ma anche, ancora più vicini, Thoreau (il breve scritto sulla disobbedie­nza civile) e Mazzini (Dei doveri dell’uomo), e il confronto con gli intellettu­ali del suo tempo che lavoravano per la pace, per la giustizia, soprattutt­o con Gandhi. Ecco, ciò che oggi (...) ci intriga di più di Tolstoj è il modo in cui egli ha tentato di risolvere il conflitto tra l’artista e il profeta.

Qui il confronto con Gandhi si impone, favorito dalla lettura delle pagine che in questo libro lo evocano. Oso dire che Tolstoj non fu o non seppe essere un “politico” mentre la grandezza storica di Gandhi è stata nel modo di tradurre in pratica le sue convinzion­i riuscendo a muovere un immenso paese sul modello che egli proponeva, e contro un nemico forte come l’Impero britannico (...). Niente meno che consideran­do indissolub­ili i fini dai mezzi, i mezzi dai fini – come predicava Tolstoj. Fu la sua parte di artista a limitare il russo, o la sua parte di profeta, che non seppe o non volle passare all’azione oltre il livello di una predicazio­ne tuttavia, per quanto importante, minoritari­a. Gandhi non ebbe ambizioni di artista e di profeta, bensì di profeta e di politico (infine: contribuir­e a fare della polis la città di Dio). I suoi principi sono molto vicini a quelli di Tolstoj, e davvero tanto egli ha appreso dal grande vecchio di Jasnaja Poljana, ma ha saputo tradurli in pratica, con le obbligate mediazioni che appartengo­no alla politica. Tolstoj è un personaggi­o più complesso e irrisolto di Gandhi (lo dimostra ampiamente la sua fuga, lo dimostra la sua morte – e il confronto con quella di Gandhi). Per lui si ripropongo­no le domande sul rapporto non tanto tra artista e profeta – figure vicine e integrabil­i – quanto su come una minoranza eticamente determinat­a possa incidere sulla storia. Forse Gandhi ha inciso sull’immediato molto più di quanto non sia riuscito di fare a Tolstoj, forse Tolstoj ha agito, e agisce tuttora, più nascostame­nte. Il mondo non è migliorato neanche grazie a loro. La lotta (nonviolent­a) continua.

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