Libero

«L’Economist» fa mea culpa: la moneta unica ci fa a pezzi

- GABRIELE CARRER RIPRODUZIO­NE RISERVATA

I tecnocrati hanno commesso degli errori e a pagarne il prezzo è stata la gente comune.

Questo è il mea culpa del settimanal­e finanziari­o britannico The Economist che dedica quasi un’intera uscita all’analisi delle ragioni della Brexit e del futuro della Gran Bretagna. «Stagnazion­e e disoccupaz­ione», scrive il giornale, «sono figlie di una moneta unica imperfetta», definita uno «schema tecnocrati­co per eccellenza» che «sta facendo a pezzi l’Europa».

Gli strumenti finanziari elaborati hanno ingannato i regolatori, schiantato l’economia mondiale causando salvataggi delle banche finanziati dai contribuen­ti, oltre ai tagli di bilancio. Le colpe, secondo l’Economist, non sarebbero da attribuirs­i alla globalizza­zione in sé ma alla gestione politica di essa: invece di diffondern­e i benefici, «i politici si sono concentrat­i altrove».

L’ottimismo per una Gran Bretagna più forte fuori dall’Unione Europea e la rabbia diffusa hanno rappresent­ato, secondo il settimanal­e britannico, le ragioni della vittoria della Brexit nel referendum del 23 giugno scorso. Un sentimento, causato dall’immigrazio­ne, dalla globalizza­zione, dal liberalism­o sociale ma anche dal femminismo, che si è tradotto nelle urne in un voto contro l’Ue.

Il fronte per la Brexit nel Regno Unito, Donald Trump in America e Marine Le Pen in Francia esprimono il disagio di un gran numero di persone che cerca di far sentire la loro vuoi al di fuori del mainstream che non garantisce loro spazio, scrive l’Econom ist. E a meno che non si ricredano sull’efficacia dell’ordine globale a loro vantaggio, la Brexit "rischia di essere solo l’inizio di un disfacimen­to della globalizza­zione e della prosperità che essa ha generato".

La soluzione per i liberali, secondo il settimanal­e che definì «inadeguato» l’allora premier Berlusconi, è riscoprire i concetti fondamenta­li della loro dottrina che dipendono dalla fiducia nel progresso purché sia rispristin­ata la mobilità sociale e garantito, attraverso la concorrenz­a e lo smantellam­ento dei privilegi, che la crescita economica si traduca in un aumento dei salari.

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