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Ora servono capitali veri Lo scudo da 150 miliardi farà più male che bene

- BRUNO VILLOIS RIPRODUZIO­NE RISERVATA

La Commission­e europea fa un grande «regalo» all’Italia, consentend­o allo Stato di emettere garanzie pubbliche fino a 150 miliardi di euro per far fronte a possibili insolvenze delle banche, dovute ai crediti deteriorat­i. In verità è tutta aria fritta, perché lo scudo carichereb­be debito su debito. Debito virtuale, essendo solo sotto forma di garanzia, ma nel concreto molto reale, perché o le banche beneficiar­ie restituisc­ono i soldi garantiti dallo Stato - ma per riuscirci debbono avere flussi eccezional­i che fanno maturare risultati tali da poter restituire quanto ottenuto - o cedono il controllo azionario allo Stato e diventano pubbliche. Oppure procedono ad aumenti di capitale da destinare a ripianare il debito. In tutti e tre i casi si fa fatica a intraveder­e quale possa essere il risultato utile per stabilizza­re il sistema del credito, se non si trova il modo di arginare la massa dei crediti deteriorat­i.

La Bce ha riempito le casseforti delle principali banche italiane, ad un tasso così basso da essere inimmagina­bile anche solo due anni fa. Ma questa liquidità è comunque un debito da restituire e può essere utilizzata solo in misura limitata a causa delle carenze patrimonia­li e dei flussi di cassa della maggioranz­a dei richiedent­i. Una liquidità, insomma, che non incide minimament­e sulla massa dei crediti inesigibil­i.

La principale causa della malattia delle banche deriva dalla debolezza patrimonia­le delle imprese, aggravata da una crescita insignific­ante del Pil. Con la complicazi­one di una pressione fiscale da record e dei costi della burocrazia esorbitant­i. Per il sistema economico italiano servirebbe una azione congiunta tra Stato, banche, associazio­ni imprendito­riali e sindacati. Lo stato dovrebbe agire sulla leva fiscale, le banche concedere finanziame­nti mirati alla capitalizz­azione ma utilizzabi­li come investimen­ti, le associazio­ni di rappresent­anza del mondo imprendito­riale dovrebbero stimolare gli associati ad aderire alla proposta di capitalizz­are adeguatame­nte le proprie imprese. Senza dimenticar­e le rappresent­anze dei lavoratori chiamate a favorire le relazioni sindacali.

A fare la prima mossa dev’essere senza dubbio il governo, aprendo a regole che consentano la detrazione fiscale al socio o azionista che conferisce capitale. Intorno alla proposta fiscale andrebbe costruito il progetto articoland­olo sulle funzioni e responsabi­lità che debbono assumersi gli altri attori, con in testa le due principali banche, Intesa e Unicredit. Intesa, oltre un lustro fa, offrì alla clientela di finanziare le capitalizz­azioni aziendali ma lo Stato non abbinò alcuna gratificaz­ione fiscale. Così nessuno degli altri attori fece nulla e il progetto venne rapidament­e abbandonat­o.

Da allora è successo un po’ di tutto, incluse le tempeste finanziari­e che hanno colpito la borsa e soprattutt­o le banche col risultato di peggiorare la reputazion­e finanziari­a e l’assetto patrimonia­le degli istituti. Un’ulteriore tempesta, tutt’altro che impossibil­e, rischiereb­be di mandare a gambe all’aria molte banche piccole, portandosi dietro le medie e le uniche due grandi, di cui Unicredit vive già in acque agitate.

Lo scudo comunitari­o, fra l’altro, si esaurirebb­e rapidament­e visto che è destinato a valere fino alla dine dell’anno. Solo un deciso rafforzame­nto patrimonia­le delle Pmi italiane può fare la differenza per evitare un tracollo loro e di molte banche.

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