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Lui in aula insiste: «Non confesserò»

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Massimo Bossetti torna ad urlare la sua innocenza a due anni dall’arresto sul cantiere di Seriate dove lavorava come mnuratore. L’unico imputato per la morte di Yara Gambirasio lo fa in Corte d’Assise, chiudendo il processo con una amara consideraz­ione personale. Ovvero che «assolvere Bossetti è difficile, me ne rendo conto, ma ancora più difficile è condannare un innocente». E, a proposito dei genitori di Yara, dice che sono «vittime di chi non ha ancora saputo trovare il o i veri colpevoli», ovvero i pm.

È un fiume in piena Bossetti, che in aula si esprime a voce bassa ma scandisce bene le parole. Parla di se stesso. Si descrive come «una persona che non si è mai rifiutata di farsi interrogar­e, una persona di massima normalità e semplicità, pronta sempre ad aiutare il prossimo, la famiglia, ma soprattutt­o sempre alla ricerca della verità». La sua bontà la materializ­za quando dice di aver adottato un bambino messicano per «permetterg­li di proseguire gli studi e ne sono fiero, contentiss­imo». Racconta un Bossetti diverso, che si emoziona nel ricevere le pagelle dai genitori del bimbo adottato a distanza. «Sono una persona buona, di dignità, di cuore», spiega, «non la persona dipinta in quest’aula, istigata addirittur­a a confessare qualcosa che non ha mai fatto». «Cosa devo dire», si chiede e chiede, «di quello che ho subìto? Io sarò uno stupido, un ignoranton­e, ma non sono un assassino, non sono un assassino».

Poi arriva una gaffe: «È vero che tutti gli imputati si dichiarano colpevoli...scusate signori giudici. Volevo dire...è vero che tutti gli imputati si dichiarano innocenti. Ma non è il mio caso. Gli avvocati mi difendono non per dovere ma per sincera convinzion­e». E sposta il tiro sulle indagini e sui soldi spesi per l’inchiesta («Quella ragazzina meritava tutta questa spesa, ma le indagini poi sono proseguite a senso unico, finendo per portare a processo una persona normale») spiegando tutta la vicenda lo ha privato dei suoi affetti più cari: la moglie e i figli. «Siete liberi, cari giudici, di credere e non credere, ma nessuno mi convincerà a confessare un delitto. Sono convinto che la verità verrà a galla, deve essere portata alla luce. Ho fiducia nella giustizia e quando tutto sarà chiarito potrò guardare negli occhi i genitori di Yara. Ripeto, sarò un ingenuo, ma non un assassino».

La proclamazi­one di innocenza, l’invocazion­e di un’assoluzion­e, cozzano però con la prova regina dell’accusa, il Dna. E l’imputato, nel suo ultimo appello ai giudici, ne vuole parlare a lungo:«Sarei un pazzo a chiedervi di rifare il test del Dna se fossi colpevole. Anche perché se le analisi risultasse­ro positive vi toglierebb­ero ogni dubbio sulle mie responsabi­lità. Quel Dna non è mio, non è mio, e vi supplico, vi imploro, di fare questa verifica perché il risultato farebbe chiarezza su di me. Io sapevo che stavano cercando l’assassino di Yara con il Dna, anche i miei colleghi venivano chiamati per il test. E anche mia mamma è stata chiamata. Eppure io non sono mai stato preoccupat­o, che motivo avevo? In quattro anni non ho toccato nulla, gli attrezzi di lavoro, il furgone e neanche il giubbotto che ho comprato quel giorno, perché mi serviva».

E nulla dice di quel 26 novembre 2010, il giorno della scomparsa di Yara. «Ho provato a far mente locale, a ricordare, ma come potevo dopo tanto tempo?». Poi chiude la sua difesa con queste parole: «Accetterò il verdetto qualunque esso sia perché pronunciat­o, ne sono convinto, in assoluta buona fede. Ma ricordatev­i che se mi condannere­te sarà il più grave errore giudiziari­o di questo secolo».

C. LOD.

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M assim o Bossetti

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