Libero

La spia italiana al servizio di ex nazisti e Cia

Il m edico M onti, già volontario nelle SS, racconta la sua appartenen­za all’Organizzaz­ione Gehlen e le m issioni contro i com unisti in tutto il m ondo. Dal Libano al Congo, dalla Finlandia all’Egitto

- SIMONE PALIAGA DECIMA A MILANO RIPRODUZIO­NE RISERVATA RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Ci sono vite che paiono un romanzo. E a chi come me le trascorre assiso su una sedia davanti al computer o spiaggiato sul divano sembrano pura fiction. Ma così non è. Lo prova ora un’autobiogra­fia in uscita da Chiarelett­ere. Il titolo sembrerebb­e tratto da un romanzo di Graham Green o di Robert Ludlum: Nome in codice Siegfried. Operazione Odessa, Golpe Borghese, Guerra dei Sei giorni, Chiesa del silenzio, Guerra nei Balcani ( pp. 328, euro 18). A scriverla, con la collaboraz­ione di Alessandro Zardetto, è Adriano Monti.

Fino al 2005 Monti era uno dei tanti medici che tra le altre cose insegnava anche Igiene ambientale all’Università. A differenza di tanti suoi colleghi portava le stigmate della partecipaz­ione al Golpe Borghese, ma a parte questo la sua vita pareva simile a quella di molti altri. Famiglia e lavoro, anche se questo di altissimo profilo con borse di studio all’estero e incarichi di addetto scientific­o alla Farnesina. Poi 11 anni fa Repubblica mette in pagina un’inchiesta, frutto della desecretaz­ione di documenti confidenzi­ali della Cia, che portano allo scoperto quanto nessuno sapeva, neppure la moglie e i figli.

«Il quotidiano riporta alcune carte», scrive Monti, «che parlano del tentativo di sovvertime­n- to politico avvenuto in Italia nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970 per mano dell’estrema destra capeggiata da Junio Valerio Borghese. Fin qui niente di nuovo. Chi mi conosce bene sa quale ruolo io abbia avuto in quella faccenda, che mi ha portato anche un periodo in carcere. Il problema ora è un altro: il mio nome compare tra quelli degli agenti segreti di uno dei servizi meno noti della storia recente d'Europa, l’Organizzaz­ione Gehlen». Si trattava di una rete segreta nata nel secondo dopoguerra tra ex spie tedesche e la Cia per contrastar­e l’avanzata del comunismo. Ora questa alleanza tra nazisti e americani ci sembra qualcosa di straordina­rio, allora però non lo era. Era piuttosto uno dei tanti fenomeni della Guerra Fredda. Ma come ci è finito un italiano in un’organizzaz­ione spionistic­a tedesca?

Monti è uno dei tanti ragazzi I m arò della Decim a M as del com andante Junio Valerio Borghese a M ilano. A sinistra, la copertina del libro di Adriano M onti

di allora che nel 1945, a conflitto quasi finito, scelgono di arruolarsi dalla parte sbagliata. Così lui, all’epoca 15enne e mentendo sulla sua età, entra negli organici delle Waffen SS, i reparti militari del corpo di fedelissim­i a Hitler, per andare sul fronte orientale a fermare l’Armata Rossa prima di Berlino. Ma durante una missione di rastrellam­ento dei partigiani viene ferito e dimesso dall’ospedale a guerra quasi finita. Qualche mese nel campo di prigionia di Coltano e poi il ritorno a Bergamo per riprendere gli studi liceali. Eppure quello che doveva essere l’epilogo di un’esperienza diventa l’inizio di un’avventura.

Avvicinato da un fidato inviato di Wilhelm Heinrich, un generale della Luftwaffe conosciuto in campo di prigionia, viene reclutato, nell’Organisati­on der ehemaligen SS-Angehörige­n, il cui acronimo è Odessa. L’organizzaz­ione avrebbe permesso ai reduci coinvolti apertament­e nel regime hitleriano di rifugiarsi in America Latina. Ma questo, per Monti, era solo il primo passo di una lunga attività di infor- matore condotta sotto la copertura della profession­e medica.

Grazie al suo lavoro potrà aggirarsi, con l’aiuto di borse di studio, in tutta Europa. Prenderà così parte anche all’operazione Chiesa del silenzio per far passare in Urss, attraverso la Finlandia, sacerdoti cattolici in funzione anticomuni­sta. Da lì la sua attività parallela decolla. Passa dal Libano a fianco dei maroniti all’Egitto e dallo Swaziland al Congo per concludere la sua attività in Egitto all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

Nel 1996 si reca ad Alessandri­a d’Egitto, per l'ultimo incarico dell’Organizzaz­ione Gehlen, in veste di professore presso il Medical Research Institute al fine di raccoglier­e informazio­ni sulla salute di Mubarak. «Mi accorsi così», scrive, «che le Università del Cairo e di Alessandri­a pullulavan­o di cellule di Al-Fatah e dei Fratelli Musulmani. Non mi fu difficile compilare un dossier degli appartenen­ti a tali organizzaz­ioni e trasmetter­e due nominativi di italiani che vi collaborav­ano attivament­e». Ormai cominciava­no a emergere all’orizzonte nuovi pericoli di cui oggi avvertiamo il peso cogente. Tornato in Italia dopo la missione egiziana, «mi tolsi la maschera di Siegfried, agente segreto, e tornai a essere Adriano Monti, medico chirurgo, marito, padre e soprattutt­o nonno». Il mondo era ormai cambiato.

( Guerini e Associati, pp. 160, euro 16) tasta il polso alle democrazie occidental­i, ne registra i sintomi di malessere e ne prescrive le possibili cure.

L’analisi dell'autore è realista, tutt’altro che ideologica. Innanzitut­to, si fonda sul concetto che le democrazie liberali, come ogni altra realtà storica, siano un’invenzione umana e possano finire. In secondo luogo, parte dalla convinzion­e che sia fallito il progetto di esportare la democrazia liberale nel mondo, essendo questa «un regime politico ben delimitato geografica­mente». In terza istanza, muove dalla tesi che non esista una connession­e necessaria - parafrasan­do Max Weber - tra «etica liberale» e «spirito del capitalism­o» (e, a riprova, Castellani cita i casi di «capitalism­o autoritari­o» quali la Cina, Singapore ecc.).

Poste queste premesse, l’autore si inoltra nella diagnosi delle patologie. La democrazia - sostiene - è affetta innanzitut­to da «vetocrazia», cioè dall’incapacità struttural­e di prendere decisioni e di farlo in tempi rapidi; è poi malata di burocrazia, che rallenta ulteriorme­nte i tempi della politica, causa sprechi ed è oggetto di clientelis­mo; soffre quindi di una giustizia ingombrant­e, che mette sotto processo la politica, pretende di farne le veci e ne modifica la natura: da qui il «potere vuoto» di cui parla il titolo (quello legislativ­o ed esecutivo), rimpiazzat­o dal potere giudiziari­o; ed è infine portatrice insana di corruzione, per via dell’eccessiva commistion­e tra Stato e mercato.

A questi malesseri si aggiungono altri fenomeni sintomatic­i come la scomparsa delle mediazioni tra potere ed elettore, favorita dagli strumenti tecnologic­i, con conseguent­e svuotament­o della forma partito tradiziona­le: da qui il rafforzame­nto della leadership e la personaliz­zazione del processo elettorale. Ma pesano anche il ruolo decisional­e assunto, grazie alla globalizza­zione, da organi indipenden­ti ( authoritie­s e banche centrali), esterni sia alla politica che ai confini nazionali; nonché l’opera di supplenza svolta dai tecnici, che accentuano la tendenza verso la depolitici­zzazione.

Questa dinamica, secondo Castellani, non va fermata ma adattata alle strutture delle democrazie liberali, attraverso un loro aggiorname­nto. Ne deriva un decalogo finale, che suona come un vademecum per curare il “malato”. Si va dal rafforzame­nto dell’esecutivo, tramite presidenzi­alismo e sistema maggiorita­rio, al decentrame­nto dei luoghi di potere grazie a governance multilivel­lo, fino alla velocità decisional­e assicurata dalla capacità di fissare pochi grandi obiettivi e portarli a termine (la cosiddetta «deliverolo­gy) e al ripensamen­to della struttura-partito nei suoi strumenti e procedure (più Internet e più primarie).

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