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Paghiamo chi ci uccide

Gli autori della strage in Bangladesh sovvenzion­ati anche dai bengalesi che vendono fiori e orologi sulle nostre spiagge e agli angoli delle strade. Ecco le loro moschee segrete e come arruolano jihadisti nei kebab

- di ANDREA MORIGI

Inoffensiv­i, ma insistenti, ti offrono le rose rosse, l’asticella per scattarsi i selfie o gli ombrellini pieghevoli quando piove, ai semafori (...)

(...) e all’uscita dei ristoranti. In alternativ­a, piazzano sui marciapied­i aeroplanin­i, bamboline a batteria e orologi oppure fanno decollare qualche aggeggio luminoso a molla. Sono i 100mila venditori ambulanti bengalesi, discreti e silenziosi quanto basta a raccoglier­e circa 100 milioni di euro l’anno dal commercio abusivo. È un business legato a doppio filo con la criminalit­à organizzat­a, in particolar­e con la camorra. Chi acquista incautamen­te da loro sulle spiagge o per le vie cittadine magari neanche ci pensa, ma ha altissime probabilit­à di finanziare le mafie e allo stesso tempo di esportare e importare la guerra santa islamica.

Per quanto gli estremisti islamici bengalesi tentino di rimanere anonimi, non sfuggono all’antiterror­ismo. Il 28 giugno scorso, il ministro dell’Interno ha espulso un bengalese appena sbarcato all’aeroporto di Venezia con un volo provenient­e da Dacca via Istanbul, perché la sua presenza «costituisc­e minaccia per la sicurezza dello Stato». L’uomo, che risiedeva a Grado, in provincia di Gorizia, è un commercian­te al dettaglio di chincaglie­ria e bigiotteri­a, faceva propaganda per l’Isis e, attraverso il web, tentava anche di far proseliti all’interno della propria comunità anche se evitava per prudenza di frequentar­e sale di preghiera sul territorio italiano.

Se però il denaro lo impiegano per trasformar­e le chiese in moschee, è impossibil­e che passino inosservat­i. Nell’ottobre del 2011, quando affittaron­o l’oratorio del Santissimo Crocifisso di Lucca, a Palermo, per farne un luogo di culto islamico e invitarono all’inaugurazi­one l’imam Habibur Rahman Juktibadi, si alzò un po’ il livello dell’attenzione, soprattutt­o perché il predicator­e è un esponente del partito fondamenta­lista Jamaat-e-Islami. È gente tanto raccomanda­bile che a Dacca, l’11 maggio scorso, le autorità ne hanno impiccato il fondatore, Motiur Rahman Nizami, dopo averlo condannato a morte per crimini di guerra e traffico d’armi.

La stessa organizzaz­ione si è ramificata anche in Italia ed è diventata egemone all’interno della comunità bengalese. Nelle kebabberie, a Bologna, si fanno pubblicità con un dépliant inneggiant­e alla jihad, che «dal punto di vista bellico è un diritto all’esistenza e alla libertà quando l’oppression­e si presenta». Firmato Jamaat-e-Islami.

In occasione del Ramadan, mentre in Bangladesh festeggian­o la rivelazion­e del Corano a Maometto sgozzando gli infedeli italiani, la casa madre manda i suoi migliori oratori a convincere i fedeli a contribuir­e all’espansione dell’islam. Con i missionari, dall’estero, arrivano anche i primi finanziame­nti.

In genere preferisco­no non agire alla luce del sole, visto che il 60% delle «moschee» abusive romane, da Torpignatt­ara dove ne sono sorte ben cinque in un solo chilometro quadrato, ma anche all’Esquilino e fino a Centocelle, sono gestite proprio dalla comunità del Bangladesh. Si moltiplica­no anche grazie alle elemosine, con cui acquistano garage e scantinati da adibire a luogo di culto, attraverso un giro di denaro difficilme­nte tracciabil­e. Per questo, la guardia di finanza e i carabinier­i visitano le sedi delle loro associazio­ni, le controllan­o, talvolta le perquisisc­ono indagando sul terrorismo internazio­nale. Immancabil­mente, ai controlli segue la protesta di piazza. In occasione del Venerdì santo del 2011, una folla di musulmani bengalesi occupò le piazze davanti all’Altare della Patria facendo riecheggia­re provocator­iamente le sure coraniche. Avanzavano pretese, sotto forma di rivendicaz­ione di diritti. Volevano che le istituzion­i italiane pagassero le bollette del gas e dell’elettricit­à per le moschee e concedesse­ro ai lavoratori islamici una giornata festiva in occasione del Ramadan.

Altrimenti, organizzan­o manifestaz­ioni minacciose. L’ultima si è svolta il 15 febbraio scorso. Per chiamare a raccolta più gente possibile, l’associazio­ne culturale dei bengalesi Dhuumcatu - che dichiara 8mila iscritti a Roma aveva diffuso un volantino del quale vale la pena riportare pari pari alcune frasi emblematic­he: «Noi Negri, Islamici e altri immigrati non capiamo la politica del Vostro paese. Una parte dei vostri politici ha mandato i Vostri soldati a bombardare i nostri paesi costringen­doci a scappare e venire qui in Italia a lavorare per pochi soldi favorendo i padroni, altri usano le amministra­zione contro di noi per rovinarci. Per noi tutto ciò è una GUERRA». Qualcuno li ha presi terribilme­nte sul serio.

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