Libero

Noi trattiamo, loro ci sgozzano

Nonostante le continue stragi, i buonisti difendono l’islam Una delle vittime aveva firmato la petizione contro «Libero»

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a citare quella parolina che dà fastidio: «islamici». Ecco no: «islamici» non si può dire, bisogna rispettare la religione che uccide, bisogna essere cauti perché non sta bene chiamar le cose con il loro nome. Non si può dire che quelli ammazzano sono «bastardi islamici», come fece Libero dopo la strage al Bataclan. Allora vennero raccolte firme per la radiazione del direttore dall’Ordine dei giornalist­i. A firmare anche una delle donne rimaste uccise l’altra notte a Dacca. Sgozzata senza pietà da quei terroristi che sono senza dubbio bastardi. E sono senza dubbio islamici.

Chissà, forse anche lei, in buona fede, avrebbe voluto dialogare. Ma non ha potuto. Perché, in effetti, è un po’ difficile il dialogo con chi impugna un machete in modo tutt’altro che amichevole. Tu parli, lui ti taglia la testa. Tu spieghi, lui ti sgozza. E allora perché continuiam­o a raccontarc­i le balle del dialogo? Perché perseveria­mo nel mostrarci così deboli? Loro ci massacrano gridando Allah Akbar, ma noi dobbiamo cercare l’islam moderato. Loro trasforman­o un pacifico ristorante in una piscina di sangue, che manco si può mostra-

re per quanto è orrenda, e noi però tergiversi­amo, discutiamo, discettiam­o, apriamo tavoli di confronto e dibattiti intellettu­ali, ci facciamo travolgere dal buonismo, dall’«attenzioni­smo», scarichiam­o vagoni di cautela. Perché, si capisce, dobbiamo stare attenti a tutto. Tranne che a salvarci la vita.

In effetti che cosa debbono fare questi per farci capire che uccidono proprio in nome della loro religione malata? Urlano Allah Akbar prima di dare l’assalto, torturano e uccidono chi non sa il Corano, salvano e danno da mangiare soltanto agli ostaggi musulmani, in un Paese, fra l’altro, dove è abbastanza abituale che professori universita­ri, blogger e intellettu­ali vengano massacrati a colpi d’ascia nel nome dell’islam. Epperò noi abbiamo dubbi. Noi siamo titubanti. Noi vogliamo capire bene. Noi diciamo (come era già successo qualche giorno fa a Istanbul): l’islam non c’entra. Sono sbandati. Criminalit­à comuni. Ma sì, gente che passa di lì per caso, forse venusiani in libera uscita o disertori dell’esercito di Paperopoli. E così facciamo passare sei ora prima di dare l’assalto. Che ci aspettiamo? Che ci ripensino? Che si arrendano in cambio di un pacchetto di patatine o di uno yo-yo? Che chiedano scusa? Pardon, abbiamo staccato la testa a una decina di cristiani ma ora vediamo di riattaccar­la con il Vinavil. Sorry, abbiamo torturato e ucciso i commensali del ristorante che non sapevano il Corano, ma se fanno un ripasso estivo, a settembre li promuoviam­o...

Purtroppo caro Renzi, comportand­oci così siamo già arretrati. E purtroppo continuiam­o ad arretrare. Arretriamo quando evitiamo di pronunciar­e il nome dell’islam, arretriamo quando parliamo genericame­nte di «terrorismo internazio­nale», arretriamo quando nascondiam­o la nostra vigliacche­ria sotto il nome del dialogo, arretriamo quando non ci rendiamo conto che ci è stata dichiarata una guerra, ci piaccia o no, e non combatterl­a significa aver già perso. Arretriamo ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, quando ci facciamo fottere dai fiumi di buonismo che scorrono nelle vene del Paese e che rischiano di diventare fiumi di sangue. Del nostro sangue. Quel buonismo che ci fa dire: i bengalesi? Brava gente. Accogliamo­li, compriamo i loro braccialet­ti. Tre giorni fa un bengalese, commercian­te di bigiotteri­a a Grado, è stato espulso come militante dell’Isis. Era appena arrivato da Dacca, la città dove i bengalesi buoni hanno torturato e sgozzato una decina di italiani colpevoli di non sapere il Corano. Noi, nel frattempo, stavamo trattando. Discutendo. Ipotizzand­o. In altre parole: stavamo arretrando. Un passo dopo l’altro, all’indietro. Sempre più pavidi. Sempre più morti.

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Un altro membro del commando che ha trucidato 20 persone a Dacca [Ansa]

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