Libero

«Salvato da una telefonata, ma ho perso mia moglie»

- ROBERTA CATANIA ROMA RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Si sono incontrati nel 1993 in India e non si sono lasciati più. Lo aveva scritto lei su Facebook, una delle vittime del bar di Dacca, Claudia Maria D’Antona. La donna, imprenditr­ice torinese di 56 anni, la sera del primo luglio era a cena all’Holey Artisan Bakery con il marito, un grossista nel campo dell’abbigliame­nto, e un collega o potenziale cliente. Il suo grande amore, l’uomo incontrato 23 anni fa e con il quale vent’anni fa si era trasferita in Bangladesh per inseguire il sogno dell’imprendito­ria tessile, è invece sopravviss­uto. Gian Galeazzo Boschetti, da tutti detto Gianni, è stato salvato da una telefonata di lavoro che lo ha costretto a uscire in giardino pochi minuti prima che nel locale esplodesse la carneficin­a. Nascosto dietro gli alberi, Gianni ha pregato per tutto il tempo di quell’agonia durata 10 ore che Claudia ce l’avesse fatta, che gli attentator­i avessero avuto pietà di una donna. Non poteva immaginare, pur sentendo le urla strazianti arrivare da dentro il ristorante, che a essere torturati fossero tutti gli infedeli. Uomini o donne, l’unica cosa importante era conoscere il corano e - nel caso delle donne - indossare il velo.

Appena terminato il blitz delle forze speciali, Gianni ha girato tutti gli ospedali della città alla ricerca di notizie. Sperava che fosse ferita, ma nessun nosocomio era riuscito a rassicurar­lo riguardo a donne con quelle sembianze. Le ricerche, allora, si erano spostate agli obitori, ma in un primo momento neanche lì Gianni era riuscito a ricongiung­ersi con la donna della sua vita.

Finché la Farnesina lo ha chiamato e ieri è arrivata la comunicazi­one ufficiale: Claudia è morta e lui non ha potuto fare nulla per aiutarla. A pochi metri da lei, probabilme­nte ha udito anche le sue grida, tra quelle urla strazianti di chi aveva la sola colpa di conoscere un versetto del corano. Poco importava che Claudia e Gianni offrivano un grande impegno nel volontaria­to», come spiega Patrizia D’Antona, la sorella della vittima: «Finanziava­no un’associazio­ne che porta esperti di chirurgia plastica in Bangladesh per curare le donne sfregiate con l’acido».

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