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CI VOGLIONO MORTI L’islam non si scusa, per questo l’Isis può far festa

Combattere il terrorismo è un’impresa disperata perché anche i musulmani moderati tacciono di fronte alla crudeltà

- CARLOPANEL­LA ALLAH AKBAR RIPRODUZIO­NE RISERVATA

La conclamata incapacità del mondo musulmano di contrastar­e ed espellere dal suo seno gli sgozzatori jihadisti, trova nella storia stessa dell’islam del Bangladesh un esempio, origini e dinamiche più che eloquenti.

È una vicenda che inizia nel 1941, quando molti ufficiali dell’allora Bengala seguirono Chandra Bose, presidente del Partito del Congresso (quello dei Gandhi), disertaron­o, combattero­no a fianco dei giapponesi contro gli inglesi e addirittur­a formarono un corpo di Ss naziste, la Freiwillig­e Ss Indische Legion, forte di ben 4mila volontari. Simbolo innegabile di una condivisio­ne dell’ideologia hitleriana che accomunò il Bengala con l’opzione nazista di tante leadership arabe (Nasser, il Gran Mufti di Gerusalemm­e, il Baath di Saddam e di Assad).

Nel 1948, alla vigilia dell’indipenden­za i musulmani del Bengala, come quelli del Belucistan, del Sindh e del Kashmir (del lato occidental­e dell’India), sotto la guida di Ali Jinnah, rifiutaron­o la proposta del Mahatma Ghandi di costruire uno stato unitario indiano e imposero la separazion­e del Rajiv. Nacque così il Pakistan, sulla sola base religiosa: Stato dei soli musulmani indiani, contrappos­to allo Stato degli induisti, con cui scenderà per ben cinque volte in guerra. 500mila furono le vittime di quella scelta settaria, con stragi immani che accompagna­rono le migrazioni incrociate di milioni di musulmani e di induisti, al solo fine di creare «lo Stato dei musulmani». Una sciagurata scelta di impronta jihadista, intessuta di un fondamenta­lismo musulmano che ha accompagna­to sempre il Pakistan verso un destino gramo di golpe e di sottosvilu­ppo (mentre l’India ha costruito uno straordina­rio progresso economico).

Il jihadismo, la concezione solo violenta, bellica, della composizio­ne dei conflitti, sfociò poi nella catastrofe del 1970-71. Il Bengala si ribellò alla miseria e all’emarginazi­one a cui lo aveva ridotto il governo pakistano di Islamabad e scoppiò un’atroce guerra civile tra musulmani (poi risolta dall’intervento militare dell’India) che provocò un milione di morti. Nessun intervento dell'Occidente: un immenso scannatoio, tutto dentro la logica di sopraffazi­one del jihadismo islamico, che ha segnato tutta la vita del Bangladesh, nato come Stato, dopo la secessione dal Pakistan, nel 1971.

Da allora, golpe dopo golpe, in un’economia di miseria e di enormi differenze sociali ed economiche, la vita politica del Bangladesh è stata intessuta di golpe e assassini politici. Il terreno ideale per il radicament­o di madrasse e moschee fondamenta­liste, mai contrastat­e sul piano religioso e ideologico. In Bangladesh, come in Pakistan, ha infatti sempre avuto grande seguito, anche nelle élite di potere, anche fra i quadri superiori delle Forze Armate (che si rifiutaron­o addirittur­a di punire gli ufficiali che avevano combattuto con i nazisti), l’insegnamen­to del «Khomeini sunnita», Abu Ala al Madwudi. Terreno ideale, come in Pakistan, per la fioritura di organizzaz­ioni jihadiste e terroriste. In Bangladesh vige una sharia feroce e violenta (c’è ed è applicata la pena di morte per i gay). La stessa sharia che - solo con maggiore ferocia ed efferatezz­a - applica l’Isis. Da questa comunanza, dalla condivisa concezione del jihad (della sopraffazi­one violenta, della eliminazio­ne fisica dell’avversario) come unico mezzo per risolvere le contraddiz­ioni e dalla storia stessa del Bangladesh, nasce l’incapacità del mondo musulmano di contrastar­e e sconfigger­e l’estremismo jihadista. Al di là di rituali e inutili condanne verbali. E non solo in Bangladesh. A fianco, un militare ferito nell’assalto. Sotto, a sinistra, Al-Bengali, a destra, la premier bengalese Sheikh Hasina

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