Libero

Il capo degli sgozzatori è canadese e ha vinto la guerra contro Al Qaeda

- FRANCESCOB­ORGONOVO RIPRODUZIO­NE RISERVATA

«I soldati del Califfato non sono abituati a rivolgere minacce a vuoto ai nemici di Allah. Preferiamo che siano le nostre azioni a parlare. E in questo momento i nostri soldati stanno affilando i coltelli per macellare gli atei, quelli che offendono il Profeta e tutti gli altri apostati della regione». Questo è il delirio dello sceicco Abu Ibrahim al-Hanif, l’emiro del Bengala. Ovvero il capo degli assassini in nero nel Bangladesh, l’uomo dietro al massacro di venerdì. Costui ha vomitato le sue minacce in una lunga intervista concessa a Dabiq, la rivista ufficiale in lingua inglese dello Stato islamico. E bisogna ammettere che il bastardo ha mantenuto le sue promesse: i coltelli affilati dello Stato islamico hanno colpito e sgozzato.

Quanto avvenuto in Bangladesh mostra con estrema chiarezza la natura dello Stato islamico: una multinazio­nale del terrore che utilizza gli stessi metodi delle corporatio­n occidental­i. A partire dalla scelta dei manager. Il fanatico che si fa pomposamen­te apostrofar­e come «Emiro del Bengala» risponde al nome di Tamim Chowdhury. Era un ragazzino pelle e ossa di Windsor, un città dell’Ontario del Sud, in Canada. Frequentav­a la moschea della zona, poi, nel 2013, è partito per la Siria come foreign fighter. A quanto pare, ha fatto carriera.

Deve avere una forte vocazione da macellaio, Chowdhury. La mega azienda della paura islamica gli ha affidato un compito non facile: quello di espandere la filiale asiatica. Nell’intervista a Dabiq, l’emiro spiegava di avere poco più di un centinaio di uomini alle sue dipendenze, ma estremamen­te motivati e pronti a ridurre in schiavitù gli infedeli. L’attentato di venerdì rappresent­a una svolta importante: ora gli occhi di tutto il mondo sono puntati sul Paese asiatico, dove pure gli attacchi jihadisti sono stati parecchio frequenti negli ultimi mesi (blogger, giornalist­i, attivisti, religiosi...). È bastato un manipolo di miliziani per far emergere con prepotenza l’ombra scura del Califfo anche lì, proprio nel momento in cui in Siria e Iraq l'Isis arretra.

Del resto, l’Asia è la nuova frontiera del jihad. O, meglio, è un mercato su cui le possibilit­à di espansione sono praticamen­te infinite. Il primo a lanciare l’assalto, a dire il vero, è stato al-Zawahiri, cioè il capo di al-Qaeda. Un paio di anni fa per reagire alla prepotente affermazio­ne dell’Isis - il medico egiziano, già braccio destro di Osama Bin Laden, annunciò che i qaedisti si sarebbero impegnati a conquistar­e l’India e i Paesi vicini. Ma, per l’ennesima volta, sembra che siano arrivati secondi. Lo Stato islamico ha rivendicat­o per primo - attraverso l’agenzia di propaganda Amaq - il massacro a Dacca. Poi, via Twitter, è arrivata anche la rivendicaz­ione di al-Qaeda.

A chi davvero spetti la paternità del massacro toccherà all’intelligen­ce e agli specialist­i stabilirlo. Ma il fatto che siano arrivate due diverse rivendicaz­ioni e il fatto che il capoccia dell’Isis in Bangladesh rilasci bellicose interviste indica una cosa sola: proprio come due corporatio­n rivali, al-Qaeda e Isis si fanno concorrenz­a, contando i morti invece dei profitti. Ciascuna fazione tenta di attribuirs­i l’attentato per squallide ragioni di marketing.

Tutto ciò dimostra che non siamo di fronte a un conflitto locale, ma a una guerra planetaria. Ecco come si realizza la globalizza­zione: un canadese transitato dalla Siria comanda un gruppo di fanatici che uccide europei e occidental­i in Asia. Significa che non ci sono più territori sicuri, nazioni a rischio zero. Il mondo è un enorme campo di battaglia: dar-al-Harb, la casa della guerra, il terreno di conquista dell’islam. Che si tratti di Parigi o di Dacca, non cambia nulla. Il Bangladesh, fra l’altro, è un Paese che ha basato gran parte della propria economia sull’emigrazion­e: ha favorito in ogni modo la partenza dei suoi abitanti, in modo che raggiunges­sero l’Europa e gli Usa per poi spedire soldi a casa.

La strage in Bangladesh è il volto mostruoso della globalizza­zione. O, meglio, è la versione islamica della globalizza­zione, allo stesso tempo nuovissima e antica: la guerra di conquista.

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