Libero

SALVATORE DAMA

- ROMA

Lo chiamavano il “partito azienda”. Un po’ per sfottere. Un po’ perché, agli esordi, Forza Italia venne davvero organizzat­a come un’impresa. Da gente che faceva impresa. La spillina, la cravatta, la mentina nella ventiquatt­r’ore erano i dettagli naif. Dietro c’era una macchina strutturat­a ed efficiente. Milanese. Troppo per i partiti romani degli anni Novanta, con le sedi di proprietà e i dipendenti-militanti. Risultato: quando gli altri hanno finito di deriderla, si sono resi conto che Forza Italia era un modello da seguire. E allora tutti pazzi per il “partito leggero”. Anche i post-comunisti.

Dopo più di vent’anni il paradosso è che il movimento di Silvio Berlusconi ha definitiva­mente abdicato ai suoi punti di forza originari. Oggi è un disastro. Quando i figli dell’ex presidente del Consiglio hanno messo il naso nei numeri e nella gestione di Fi sono rimasti allibiti. Senza sede, senza dipendenti, rincorso dai creditori. Nel 2015 sono stati spesi appena 13mila euro per la comunicazi­one. È stata spenta ForzaSilvi­o.it, piattaform­a con migliaia di seguaci, perché non c’erano i soldi per pagare i server. La realtà è che se un italiano su dieci ancora vota Forza Italia lo fa andando a memoria. È quasi un miracolo, ha ragione Berlusconi.

Così l’infortunio occorso al Cav è stato uno spartiacqu­e. Ma in realtà la dynasty di Arcore aveva già preso la decisione qualche mese fa. Mollare la politica o esserci? No, i Berlusconi non mollano. Potevano fregarsene e lasciare che Forza Italia finisse sepolta dai debiti. Invece, in attesa di capire se qualcuno dei discendent­i dell’ex premier voglia metterci la

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