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Pirandello, il siciliano che non citò mai la mafia

A 80 anni dalla morte, resta l’ultimo gigante del teatro mondiale. Ma fosse vissuto oggi chissà quanti l’avrebbero accusato di disimpegno. Gli aneddoti sulla consegna del Nobel e le carenze in aritmetica

- ALDO SARULLO aldosarull­o@tiscali.it RIPRODUZIO­NE RISERVATA

A 80 anni dalla morte, avvenuta il 10 dicembre 1936, Luigi Pirandello rimane l’ultimo dei giganti del teatro mondiale. Tutti gli siamo debitori poiché la sua opera ha aiutato a crescere, cioè ha generato cultura. Tutti, anche coloro che, pur non conoscendo­ne neanche l’esistenza, hanno beneficiat­o dei gradini in più nella comprensio­ne delle cose umane conquistat­i complessiv­amente grazie alle sue “radiografi­e” divenute inconsapev­ole patrimonio diffuso.

In questa pagina proverò a curiosare, giusto per suscitare curiosità e, chissà, sospingere nuovi interessi.

La data della scomparsa, il 10 dicembre, coincise con quella che, nel 1934, vide il siciliano sedersi definitiva­mente nel Pantheon dei grandi, grazie al Premio Nobel. Ebbene, rischiò di non vederselo consegnare. Rischiò di essere il grande assente. Accadde un fatto che avrebbe potuto far divenire pirandelli­ana una cronaca che, seppure emozionant­e, invece era ed è rigorosame­nte protocolla­re. Assente, ma non per sua scelta. E infatti, pur se Luigi Pirandello, diversamen­te da altri, anche italiani contempora­nei, non aveva mosso un dito per ottenere il premio letterario più ambito e più ricco, egli, più abile a scriverla la vita che a viverla, letteralme­nte si perse nei meandri del maestoso palazzo di Stoccolma dove avveniva, come ancora oggi, la cerimonia di consegna dei Nobel.

Pirandello era stato accompagna­to da un diplomatic­o italiano che, giunto all’ingresso destinato al pubblico, lo lasciò seguitare da solo verso l’altro ingresso, quello del palcosceni­co, destinato ai premiandi. Lo scrittore siciliano era lì principalm­ente per un merito. Perché con l’opera sua aveva sovvertito il piacere, la dinamica emotiva della letteratur­a, soprattutt­o di quella teatrale. Nel lettore e nello spettatore Pirandello aveva, senza artificios­ità, sostituito le consuete emozioni dei sentimenti con le emozioni della ragione. Emozioni a loro modo, nel modo di Pirandello, esclusive. Vere inondazion­i del ragionare sulla pelle di tutti. Un godimento nuovo che dalla mente scivola nel cuore e mischia l’una nell’altro. A mischiarsi, quel 10 dicembre 1934, per Pirandello furono i corridoi e le porte. Ne aprì, ne richiuse, riprovò. E più nessuno a cui chiedere. Nulla che lo portasse al palcosceni­co. Poi giunse finalmente un uomo, alto, distinto. «Dovrei essere premiato, ma mi sono Luigi Pirandello (1867-1936), premio Nobel nel 1934, nel suo studio impegnato alla macchina da scrivere

perso», gli confessò Pirandello. «L’accompagno», gli rispose affabilmen­te quell’uomo e, dinanzi a una porta poco distante: «Ecco, è qui». «Le sono infinitame­nte grato», disse Pirandello aprendo la porta e con comprensib­ile riconoscen­za aggiunse: «Prego, si accomodi». L’uomo sorrise e con voce soffiata gli disse: «Grazie, ma non posso. È la regola. Io devo entrare per ultimo e dopo di me nessuno. Sono il re di Svezia». Era Gustavo V. Così, dalle sue mani, Pirandello, assommando al merito un po’ di fortuna, poco dopo poté ricevere personalme­nte il Nobel.

Beh, era stato obbligato a viverla la vita così come mille altre volte. Tutte quelle, cioè, che lo costrinser­o, come ogni altro essere umano, a subirla.

Aveva 24 anni Luigi Pirandello quando conseguì la laurea in Filologia romanza a Bonn. Era il 1891. Oltre alla discussion­e della tesi, l’esame allora prevedeva anche domande di cosiddetta cultura generale. Il giovane agrigentin­o mostrò un’evidente carenza: l’aritmetica. I professori se ne resero conto e preferiron­o ironizzare ponendogli come

quesito un divertisse­ment, questo: sommando due volte le dita di una mano, come ottenere undici e non dieci? Pirandello provò, riprovò. Scena muta. Il metodo c’è e non prevede forzature logiche, ma l’uso astuto del conteggio delle dita. La biografia da cui ho appreso questo aneddoto non dava la soluzione. Me la sono dovuta trovare da solo. È un esercizio a cui invito il lettore. Ora. È un modo per convivere quanto visse Pirandello in quella imbarazzan­te e impegnativ­a circostanz­a giovanile. E invito a provare ora poiché tra poche righe indicherò io il percorso da compiere per ottenere, sommando due volte le dita di una sola mano, undici e non dieci.

Prima di concludere, però, una riflession­e: che cosa sarebbe accaduto alle fortune letterarie di Pirandello se egli fosse vissuto nell’ultima parte del Novecento, ai tempi nostri? Egli, siciliano, nei suoi pochi romanzi e innumerevo­li novelle e numerose opere teatrali, non citò mai la mafia. E dire che furono i suoi anche i tempi del prefetto Mori in Sicilia, cioè i tempi della durissima lotta alla mafia degli anni

’20. E Pirandello? Nulla. E nessuno se ne scandalizz­ò, nessuno lo accusò di disimpegno o di colpevole negligenza. Ancora non erano maturati i profession­isti dell’antimafia di memoria sciasciana.

Mantengo la promessa. Usando, come richiesto, una sola mano, sappiamo che, contandolo due volte, ogni dito ha il nome dell’andata e poi quello del ritorno. Chiarisco. Il pollice lo chiameremo inizialmen­te Uno e al ritorno lo chiameremo Sei e così via le altre dita, sino al mignolo che si chiamerà prima Cinque e poi Dieci. Bene, per soddisfare la richiesta degli esaminator­i, il giovane Pirandello avrebbe dovuto iniziare dal mignolo con il suo secondo nome e andare a ritroso: dieci, nove, otto, sette, sei (cioè il pollice), più le cinque dita della stessa mano, undici. Sei più cinque= undici. Forse anche questa mancata soluzione convinse Pirandello ad affermare che «il teatro vendica la vita». Forse. Ma di ragioni di “vendetta”, cioè di vita creata come meglio ci piace, egli ne ebbe tante. Come noi tutti.

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