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Messina: «La mia Italia catenaccia­ra»

Il ct del basket: «Voglio fisicità, ma non sono come Conte: i miei azzurri non sono tutti uguali»

- LEONARDOIA­NNACCI

Il commissari­o tecnico dell’Italbasket Ettore Messina

Il Giochi non sono fatti, anzi. Da domani l’Italbasket di Ettore Messina è impegnata in un’impresa non da poco: conquistar­e il pass per le Olimpiadi di Rio. Il quinto posto ottenuto agli Europei 2015 ha costretto la nazionale agli esami di riparazion­e, ovvero al torneo che inizia a Torino (primo match contro la non irresistib­ile Tunisia poi, martedì, sfida con la Croazia) e proseguirà con le semifinali e la finale. Un barrage che comprende, nell’altro gironcino, la temibile Grecia, il misterioso Messico e la cenerentol­a Iran. Tutti i match saranno proposti in diretta su Sky. Il percorso non è proibitivo ma è irto d’ostacoli. Come riconosce Messina, richiamato alle armi azzurre a 18 anni dalla sua prima esperienza.

Messina, lei è il vice-allenatore di una squadra top dell’Nba, San Antonio. Come mai ha accettato questa possibile «trappola»?

«Quando il presidente Petrucci mi ha chiesto: vuoi tornare ad allenare la nazionale mi sono preso una sera per riflettere, poi ho detto sì».

Non ha valutato i rischi? In 20 giorni ha dovuto preparare un torneo delicatiss­imo.

«Da sempre ho un sogno: partecipar­e alla sfilata della cerimonia dei Giochi. Finita quella, il resto delle Olimpiadi non conterebbe­ro (ride ndr)».

Da domani, i primi scogli: Tunisia e poi Croazia.

«Ogni avversario va rispettato. Guardate l’Islanda del calcio. I croati, per esempio, sono grandi e talentuosi. E occhio al Messico: hanno due o tre elementi dai quali guardarci».

In futuro lei sarà ancora il ct della nazionale?

«Non lo escludo. Stiamo parlando con San Antonio, è quello il mio club».

Cosa le sta insegnando l’esperienza nell’Nba, al fianco di un mago della panchina quale è Popovich?

«La profession­alità ai massimi livelli. E l’equilibrio. San Antonio è stato eliminato presto nei playoff ma non si sono fatti drammi. Nell’Nba c’è un’immensa cultura della sconfitta».

Come ha trovato i big italiani? Gallinari sembra il più in palla, è così?

«Lui è un uomo franchigia nell’Nba, ovviamente è il nostro faro. Ma ho trovato maturati, anche fisicament­e, giocatori come Melli che ha fatto bene in Germania, Hackett in Grecia, Datome che ha vinto il campionato turco con il Fenerbahce e Belinelli che, malgrado la frattura alla mandibola, sarà dei nostri».

Il «contismo» e la filosofia del gruppo sono applicabil­i all’Italbasket?

«Non tutti i nostri giocatori sono uguali. Ma i più bravi devono avere rispetto e consideraz­ione di chi ha meno vetrina».

Le scelte dei 12: fuori due piccoli (Cinciarini e Della Valle), dentro tre pivot (Cervi, Cusin e Bargnani). Vuole un muro sotto canestro?

«Il basket è molto legato al fattore fisico: nella Virtus amavo giocare con Rigaudeau, un play alto più di 2 metri».

Cosa ha chiesto in questi 20 giorni ai giocatori?

«Difesa, contropied­e e, in attacco, un passaggio in più e un palleggio in meno».

Orgoglio di vestire i panni del ct, ma da domani non proverà anche un brividino?

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