Libero

C’è una prova regina che non si può confutare

Le analisi sul Dna recuperato dagli slip della ragazzina non lasciano dubbi: quel profilo genetico è del muratore

- di CRISTIANA LODI

Sette marzo 2013, Yara è morta da due anni, 3 mesi e 9 giorni. Quella data segna la svolta: si scopre che il suo assassino è il figlio illegittim­o di Giuseppe Guerinoni, l’autista di Gorno che essendo morto 13 anni prima (...)

(...) non può parlare. Eppure chi ha ucciso la bambina ha lasciato una sua traccia biologica sulle sue mutandine tagliate di netto. Quella traccia è così abbondante da avere imbrattato anche i pantaloni neri della vittima e proprio per la posizione in cui si trova, ossia gli slip, viene considerat­a la firma di chi ha ucciso. Forse in un tentativo di violenza sessuale in realtà non consumato. Yara, oltre all’indumento intimo reciso, ha anche il reggiseno slacciato e la maglietta azzurra alzata.

Non si sa quale sia la natura di quella traccia, non si può dire se sia sangue, saliva oppure liquido seminale. È mista al sangue di Yara e di sicuro si può dire a chi appartiene, perché il codice genetico (essendo la macchia abbondante) può essere stabilito senza difficoltà e con certezza. Quella traccia, concludono le analisi genetiche verificate decine di volte in sette laboratori diversi e contro-verificate durante il processo nelle modalità con cui sono state estratte ed esaminate, risultano appartener­e a un figlio dell’autista. Un figlio illegittim­o e che non si trova, si diceva, perché gli altri due figli naturali del defunto Guerinoni non hanno quel codice genetico.

Quel Dna, si scoprirà il 14 giugno 2014 appartiene a un signore fino a quel momento sconosciut­o: si chiama Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di 40 anni abitante a Mapello. Fino a quel momento la sua saliva non è entrata in laboratori­o perché il tampone, polizia e carabinier­i, lo hanno fatto a tutti i soggetti il cui telefono è passato davanti alla palestra di Yara dalle 18 e 10 alle 19 del 26 novembre 2010. Quello di Massimo Bossetti, invece, passa e ripassa per sette volte dalle 17 e 45 in poi: dunque circa un’ora prima che la bambina uscisse dal centro sportivo. Davvero quel Dna trovato su Yara è di Massimo Bossetti? Davvero lui è il figlio illegittim­o dell’autista? Così dicono gli esami e anche i contro-esami ripetuti decine di volte.

Il muratore di Mapello non lo conosce nessuno, a lui si arriva attraverso il Dna della madre Ester Arzuffi, la cui saliva è in archivio dal 2012. Il 14 giugno 2014 si fa la comparazio­ne tra la saliva di Massimo Bossetti (prelvata con un alcoltest) e quella della signora. L’esito è positivo e per il muratore scatta l’arresto. In caserma la sera stessa, lui, invece di respingere le accuse e gridare la propria innocenza magari chiedendo di rifare immediatam­ente il test del Dna, sceglie di tacere. Stessa cosa farà nel primo interrogat­orio davanti al pm Letizia Ruggeri. Parlerà al gip nell’interrogat­orio per la convalida dell’arresto. E in quell’occasione, così come in altre in seguito, Massimo Bossetti non mette affatto in dubbio che quello trovato su Yara sia il suo Dna, piuttosto dirà che non sa spiegarsi come possa essere finito sulle mutande di quella bambina che lui, dice, non conosce. Possibile che il muratore non sia minimament­e sfiorato dal dubbio che ci sia un errore? Che quella non sia la sua impronta?

Soltanto venerdì, nelle spontanee dichiarazi­oni lette prima della sentenza, lui dirà ai giudici che stanno sbagliando. Che quel codice genetico non è il suo. E soltanto in quella sede supplicher­à la Corte di rifare il test. Anche la difesa aspetterà l’udienza preliminar­e e il rinvio a giudizio per chiedere l’incidente probatorio su quel Dna trovato su Yara. Perché attendere se davvero esiste anche una sola possibilit­à che la principale accusa, cioè l’impronta dell’assassino, possa cadere? Il giudice, in seguito, nega la perizia sul Dna, sostenendo che l’esito ottenuto in laboratori­o non lascia spazio all’errore nemmeno nelle modalità esecutive. Stessa cosa, per tre volte, farà la Cassazione confermand­o la bontà del test e la paternità di quel codice genetico a Massimo Bossetti senza margine di errore.

Idem risponderà la corte d’Assise quando, soltanto alla fine del dibattimen­to, gli avvocati dell’imputato (ancora una volta tardi) rinnoveran­no la richiesta di perizia sulla traccia incriminat­a. E' così che quel Dna esaminato in più laboratori e risultato appartener­e al condannato, nella sentenza di venerdì viene considerat­o la cosiddetta «prova regina».

La difesa aveva sollevato il tema di un altro Dna chiamato «mitocondri­ale», trovato sulla vittima e che non si sa a chi appartenga. Ma i giudici hanno concluso che il «mitocondri­ale» non serve a identifica­re un soggetto, a differenza del Dna «nucleare» trovato su Yara e che appartiene al muratore. Il Dna diventa dunque «l’elemento decisivo», dice il procurator­e di Bergamo dopo la lettura della sentenza. Ma non è l'unico a portare i sei giudici popolari e i due togati a infliggere l’ergastolo. Al muratore vengono infatti contestati altri indizi: il suo telefono dice che lui alle 17 e 45 è davanti alla palestra di Yara.

Le telecamere inquadrano il suo furgone. Certo, su quel camioncino non compare la targa. Così fosse, non ci sarebbe stato nemmeno spazio al dibattito. Però le telecamere immortalan­o una casetta degli attrezzi, macchie di ruggine, una scritta e un sistema di protezione montato appositame­nte sul mezzo, che fanno supporre si tratti proprio dell’Iveco di Bossetti. Cosa ci faceva davanti alla palestra di Yara, quando lei sparisce, se la strada più breve che avrebbe dovuto percorrere per tornare a casa non era quella ma un’altra più corta e che faceva sempre?

Massimo Bossetti, il pomeriggio del delitto, non va al cantiere dove lavora. Dice di essere andato dal commercial­ista, dal meccanico, da alcuni edicolanti e dal fratello. Nessuno conferma. Eppure lui, a distanza di quattro anni, ricorda il dato. Possibile? Massimo Bossetti, arrestato a quattro anni dal delitto, comprensib­ilmente non tira fuori lo straccio di un alibi per quella sera, e la moglie (Marita Comi) in un colloquio in carcere (il 4 dicembre 2014) lo interroga sul punto: «In quel periodo noi avevamo litigato e tu non mi hai mai detto dov’eri la sera in cui Yara sparisce… Eppure ne avevamo parlato anche con Osvaldo, la domenica a tavola, due giorni dopo. Non me lo hai mai detto dov’eri, Massi…». E davanti alle immagini delle telecamere che riprendono il furgone davanti alla palestra, Marita Comi ripete: «Tu eri lì! Non puoi girare lì tre quarti d'ora, a meno che non aspettavi qualcuno».

I periti spiegano alla Corte che Yara aveva nei polmoni polveri di calce (una sostanza specifica), identica a quella usata nei cantieri in cui Massimo Bossetti lavorava come carpentier­e. Intorno e nella casa della bambina, in palestra, a scuola e negli altri luoghi da lei frequentat­i, quelle polveri non sono state trovate. Il muratore, davanti a simili affermazio­ni, in aula scuote la testa. Giura di non conoscere Yara e il contrario non viene provato, però sui vestiti di lei sono state trovate fibre compatibil­i con quelle dei sedili del suo autocarro. Possibile una ragazzina di buona famiglia, tutta casa, scuola e palestra, di colpo decida di salire sul camioncino di un manovale sporco di calce e mai visto prima? Sugli slip e i leggings di Yara conservati in frigorifer­o, è ancora stampata parte di quella traccia biologica che ha portato al Dna del condannato. Se la difesa lo chiederà e la Corte lo concederà, in Appello, si potrà ripetere il test. Intanto, i giudici d’Assise, hanno tenuto buono il risultato ottenuto in sette istituiti diversi e che ha portato sempre allo stesso risultato: è il Dna del muratore, condannato principalm­ente per questo. Riguardo gli altri indizi, qualora Massimo Bossetti dovesse risultare innocente alla fine dei tre gradi di giudizio, si potrà concludere sia sfortunato come pochi imputati si ricordino fino a oggi.

 ??  ?? Massimo Giuseppe Bossetti
Massimo Giuseppe Bossetti
 ??  ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy