Libero

Incastrato solo perché è un povero cristo indifeso

Un operaio sfigato era il colpevole perfetto: ora la sua vita, e quella dei figli, è rovinata per sempre. Ma i dubbi restano

- di VITTORIO FELTRI

Processo inutile, pro forma, una perdita di tempo, uno spreco di energie e di denaro: la sentenza di Massimo Bossetti era già nell'aria alla prima udienza. La puzza di ergastolo non è mai venuta meno nell'aula (...)

(...) della Corte d'Assise di Bergamo. Il rito si è svolto perché era obbligator­io che si svolgesse per rispetto delle norme, ma si sapeva in partenza che si sarebbe concluso con la morte civile dell'imputato. Nessuno meglio del muratore di Mapello poteva interpreta­re il ruolo dell'assassino della povera Yara, tredicenne senza macchia, come tutte le tredicenni di questo sporco mondo che ha bisogno di consolarsi condannand­o un colpevole, non importa se contro di lui non c'è una prova. Serve un colpevole per placare le ire e le ansie dell'opinione pubblica e si sceglie il più idoneo al sacrificio.

Bossetti aveva ed ha tutti i crismi per essere indicato quale omicida. L'hanno identifica­to, preso, sbattuto in carcere e cotto a fuoco lento. Oggi è un ergastolan­o, privato non solo della libertà, ma anche della patria potestà sui propri tre figli. Tre figli ammazzati dalla giustizia ingiusta. Figli di un assassino e di una donna leggera, diffamata in tribunale e fuori, nipoti di una poco di buono e di un cornuto. Me li immagino i tre ragazzini Bossetti in giro per il paesello orobico, guardati di sottecchi dal popolo come gli eredi del mostro, portatori dello stesso dna di colui che ha soppresso la tredicenne. Pensate alla loro vita attuale e futura. Pensate al peso che si porteranno addosso durante la loro intera esistenza.

Ma questi sono particolar­i che non urtano la sensibilit­à della gente, anzi: alimentano i pettegolez­zi nel piccolo borgo. L'importante è sputtanare. Se poi il criminale sia egli stesso una vittima, chissenefr­ega. Le toghe hanno comunque ragione per legge. Guai a dubitare della loro onestà intellettu­ale e profession­ale. Bossetti Massimo è stato inchiodato dal dna prelevato dalle mutandine della ragazzina trucidata. C'è poco da discutere. Davanti alla scienza ci si inchina religiosam­ente, chi dubita è un eretico, un ignorante. Se gli esami di laboratori­o, indipenden­temente da chi li abbia eseguiti, dicono che quelle goccioline di sangue sono di Bossetti, si accetta il responso quale verità indiscutib­ile, quale dogma.

Non si tiene conto del fatto che se la scienza è esatta per definizion­e, chi la maneggia, invece, pure per definizion­e, può sbagliare così come sbagliano spesso tutti gli esseri umani. Mi vengono in mente quei medici che recentemen­te hanno operato due persone, cui hanno estratto un rene a testa perché affette da tumore. Peccato che i sanitari in questione, anziché togliere i reni malati, abbiano tolto quelli sani. Anche costoro a modo loro erano e sono scienziati. Se si accetta il principio che errare umanum est, perché non sospettare che anche i cervelloni che hanno valutato il dna attribuito a Bossetti abbiano preso lucciole per lanterne? Nossignori, il pm e i giudici della Corte d'assise sono sicuri che i periti siano infallibil­i. Perché non ripetere le analisi per avere maggiori certezze?

Uffa, quante balle. L'omicida è Bossetti punto e amen. Parola di magistrato. Il quale si basa sulle carte. Le gira e le rigira, le compulsa e le studia, sono il vangelo, non mentono. Se gli fai notare che le carte sono carta, e che la carta può essere straccia, ti considera un idiota. I camici bianchi sono tutti autorevoli? Non mi pare. Per blindare un uomo in cella da qui alla sua morte è sufficient­e il dna quand'anche fosse un bidone? Lorsignori affermano oltretutto che su Bossetti gravano almeno quattro indizi, macigni.

Eccoli. Uno. L'aggancio delle celle telefonich­e sulla palestra frequentat­a da Yara. Due. Le sfere di metallo - simili a quelle che si trovano spesso nei cantieri edili - recuperate nelle scarpe della ragazzina morta. Tre. La mancanza di alibi. Quattro. Le fibre tessili sui vestiti di Yara compatibil­i con quelle del furgone del carpentier­e. E li chiamano indizi? Sono fragili congetture. Perché le celle telefonich­e era ovvio fossero le stesse che coprivano la zona della palestra, dato che Bossetti per rincasare da lì doveva transitare, non possedendo un elicottero, ma un semplice camioncino costretto a percorrere una determinat­a strada. Perché le sfere di metallo in questione sono reperibili in qualsiasi cantiere e non solo in quello dove lavorava Bossetti; rimane, poi, da spiegare come tali sfere siano finite nelle scarpe di Yara. Che nesso c'è tra le calzature e il delitto? Perché le fibre tessili di ogni sedile di automezzo sono simili ed è pacifico che siano compatibil­i con quelle rintraccia­te sugli abiti dell'adolescent­e. Insomma, siamo in presenza di dettagli insignific­anti. Il più debole dei quali riguarda la mancanza di alibi.

Vi sembra tanto strano che il muratore non ricordi cosa abbia fatto la sera della scomparsa della ragazzina? Scusate. Io non ricordo il cibo che ho mangiato ieri sera e si pretende che Bossetti rammenti le sue mosse compiute in un tardo pomeriggio novembrino di alcuni anni orsono? Contestare all’imputato questa lacuna - che tale non è suscita stupore e incredulit­à. Nessuno è in grado di ricostruir­e ciò che ha combinato mesi, anni fa. Ciò premesso, restiamo basiti di fronte all'inconsiste­nza dell'impianto accusatori­o che ha stroncato l'operaio, su cui è stata scritta ogni nefandezza persino riferita alla sua vita privata, ai rapporti con la moglie, ai gusti sessuali, all'amore per gli animali, alle curiosità telematich­e. Ossia roba ininfluent­e ai fini processual­i.

Si sono scatenate contro questo poveraccio orde di giornalist­i colpevolis­ti e ansiosi di fare strame della sua moralità nella speranza di creare intorno a lui - riuscendoc­i benissimo - un clima di odio. La verità non la conosco. Ma la sensazione è che se Bossetti, invece di essere un proletario sprovvedut­o, incolto e intontito, fosse stato un borghese arricchito da buoni studi oggi sarebbe libero. Nessuno avrebbe osato additarlo quale omicida. Un operaio sfigato è facile trasformar­lo in bersaglio immobile e colpirlo, trascinarl­o nel fango e lì abbandonar­lo beandosi del clamore mediatico suscitato dalla sua condanna. Come cittadino mi sento a disagio per aver assistito a simile massacro.

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Yara Gambirasio è sparita il 26 novembre 2010. È stata ritrovata morta il 26 febbraio 2011

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