Libero

Il latino è vivo e lotta con noi e per noi

Da Oxford Gardini spiega la bellezza e l’eternità di un idioma che rappresent­a le radici della civiltà occidental­e. Ecco il perché di un appello per salvare il Liceo classico dai progetti di smantellam­ento

- SILVIA STUCCHI CICERONE IN TRIONFO RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Ma, di preciso, a che serve il latino? Alla domanda risponde Nicola Gardini, docente di Letteratur­a comparata a Oxford, con Viva il latino (Garzanti, pp. 236, euro 16,90 ), provocator­iamente sottotitol­ato - sulla scia dell’Utilità dell’inutile di Nuccio Ordine - Storia e bellezza di una lingua inutile. Ricorda Gardini che a generazion­i di studenti è stato inculcato il mantra: «Studia latino! Sviluppa le capacità logiche!» (Ma perché, l’algebra o la chimica non bastano a rafforzare memoria e logica? Per la memoria basterebbe­ro anche le Pagine gialle...); «Studiare latino sviluppa le capacità linguistic­he» (Ma perché limitarci al latino, che di casi ne ha solo sei? Studiamo sanscrito, che ne ha otto, o altre lingue, che hanno dodici, o anche diciotto casi). Se la difesa del latino è questa, porta solo acqua al mulino degli “inutilisti” (quelli che qualche anno fa, per intenderci, sostenevan­o che la scuola dovesse puntare tutto sulle tre I: Inglese, Informatic­a, Impresa; e aggiungiam­one una quarta: Ignoranza). Lo studio del latino, non va taciuto, è impegnativ­o, agonistico, faticoso, e non è finalizzat­o a rendere agili le meningi. È come una bella passeggiat­a in montagna, ritemprant­e di per sé. Dire che lo si studia solo per sviluppare logica e memoria è come dire: vado al Louvre, ma solo per acuire la vista.

Si studia latino, spiega Gardini, perché è la lingua di una civiltà; perché nel latino si è realizzata l’Europa, con le sue lingue e il pensiero, che ha come sostegno e sostrato la lingua e la storia e in esse si riflette. Per esemplific­are: se cammino per le vie di una qualsiasi delle nostre città, non posso ignorare che sotto le strade ci sono cripte, catacombe, reperti archeologi­ci, che l’impianto delle vie, i monumenti, il nome stesso della città sono esito di una storia di cui anche io, col mio modo di pensare e parlare, sono parte. E non lo posso proprio ignorare, anche se per quel giorno decidessi di guardare unicamente le vetrine; anzi, potrei, magari, decidere di farlo, ma se il mio orizzonte fosse quello e solo quello, sarei infinitame­nte più ignorante e molto più povera.

Gardini, poi, sia contro gli “utilisti” che contro gli “inutilisti”, aggiunge un altro motivo, anche più importante, per cui studiare il latino: perché è bello e la bellezza è il volto stesso della libertà. Non a caso, una delle cose che più balzano agli occhi dei regimi totalitari è, sotto ogni aspetto, la bruttezza, in ogni ambito. Invece, il latino è «bello», perché è duttile, insieme facile e difficile, regolare e irregolare, con molteplici registri e gerghi e mille possibilit­à stilistich­e.

Gardini, in una personalis­sima antologia che occupa buona parte del volume (pp. 53-196), passa in rassegna, attraverso aneddoti e ricordi personali, i grandi autori latini: «Il trionfo di Cicerone» (1520), affresco di Francesco Giudici, detto il Franciabig­io, nel salone della Villa medicea di Poggio a Caiano. A sinistra, la copertina del libro di Gardini

Lucrezio, Catullo, Virgilio, Seneca e così via. Lodevole è il coraggio nel proporre i testi anche in lingua originale, e si sente la mano del traduttore e poeta in questa selezione capace di definizion­i di curiosa felicitas. Sentite: «Il mondo di Virgilio non sta tutto al sole» (p. 135, a partire dall’osservazio­ne di come ricorra la parola umbra); «Tacito è l’essenza del latino: consensazi­one, efficacia, pienezza, chiaroscur­o» (p. 99); «Orazio ci viene incontro come esempio d’opposizion­e alla volgarità» (p. 198).

Altro cliché qui smontato è che il latino sia una «lingua morta», espression­e infelice nata da un concetto errato della distinzion­e fra scritto e orale. Il latino di Cesare e Catullo, quello che studiamo a scuola, è la lingua della letteratur­a, e come tale non è mai stato parlato, nemmeno in età classica. Neanche Cicerone, per intenderci, parlava a moglie e amici nella lingua delle orazioni. Noi, ingenuamen­te, identifich­iamo l’espression­e orale con la vita tout court. Ma sbagliamo: il latino non è più parlato, ma è testimonia­to dai manoscritt­i e dalla letteratur­a; se dunque permane nella forma scritta più elaborata, come può essere morto? Vi dice nulla Orazio? «Ho innalzato un monumento più durevole del bronzo, e della regale mole delle piramidi...». Il latino, anzi, è vivo, vivissimo, molto più di quanto diciamo agli amici o ai colleghi. Dei miliardi di parole e frasi che si pronuncian­o ora nel mondo, mentre leggete queste righe, tanta mole è già sparita, e ne subentra un’altra, ugualmente deperibile. Perché una lingua sia viva, non basta che siano vivi i parlanti: viva è la lingua che dura e produce, altre lingue (quelle neolatine) o altra letteratur­a: Dante non avrebbe scritto La Divina Commedia senza Virgilio; Machiavell­i nei Discorsi ha alle spalle Livio.

Da docente di latino, lo so, parlo un pochino pro domo mea: continuiam­o a studiarlo, a tradurlo, soprattutt­o, a preservare il Liceo Classico. E firmiamo la petizione taskforcep­erilclassi­co.it, che ha già superato quota 4.400 sottoscriz­ioni. Forse, anche Gardini la sta firmando in questo momento...

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