Met­tia­mo D’Ale­ma Spe­cia­li­sta in in­ciu­ci

In In­ghil­ter­ra do­po il re­fe­ren­dum è an­da­to al po­te­re chi ha vin­to e le co­se van­no be­nis­si­mo. Fac­cia­mo lo stes­so in Ita­lia e met­tia­mo al­la pro­va la mi­no­ran­za pd

Libero - - Da Prima Pagina - Di RE­NA­TO FA­RI­NA

Che co­sa po­treb­be con­si­glia­re Ber­lu­sco­ni al pre­si­den­te Mat­ta­rel­la co­me pros­si­mo ca­po del go­ver­no, vi­sto che ele­zio­ni su­bi­to non ci pos­so­no es­se­re per la di­scre­pan­za co­los­sa­le tra il si­ste­ma elet­to­ra­le (...)

(...) di Ca­me­ra e Se­na­to? Mi spin­go più in là: po­treb­be ade­ri­re all’idea an­che Ren­zi. E con au­da­cia po­treb­be­ro es­se­re d’ac­cor­do, o al­me­no non por­re ve­ti, an­che Sal­vi­ni, Me­lo­ni e per­si­no Gril­lo.

Pro­pon­go la ri­cet­ta in­gle­se. È la più se­ria che ci sia, pro­ve­nen­do da un Pae­se di an­ti­ca de­mo­cra­zia. Ma an­che la più fre­sca, da­to che gra­zie ad es­sa, in cir­co­stan­ze si­mi­li a quel­le in cui sia­mo im­pa­nia­ti noi, è sta­ta pre­pa­ra­ta una tor­ta che non ha ro­vi­na­to lo sto­ma­co né al­la Re­gi­na né al po­po­lo e nep­pu­re ai mer­ca­ti: in­fat­ti da quel­le par­ti stan­no be­ne tut­ti e tre.

Co­me tut­to il mon­do sa, i bri­tan­ni­ci so­no sta­ti chia­ma­ti a espri­mer­si su un re­fe­ren­dum chia­ma­to Bre­xit. Da­vid Ca­me­ron, il pre­mier con­ser­va­to­re, ha vo­lu­to usa­re la rou­let­te rus­sa con­vin­to che la pi­sto­la re­fe­ren­da­ria, do­ta­ta di Bbc e gior­na­lo­ni lo­ca­li, avreb­be stec­chi­to gli av­ver­sa­ri. Sap­pia­mo com’è fi­ni­ta. Ci è ri­ma­sto sec­co lui. Do­po di che, ha agi­to da ga­lan­tuo­mo. Non es­sen­do ob­bli­ga­to da nes­su­no, sal­vo dall’ono­re, ha ob­be­di­to a que­st’ul­ti­mo e si è di­mes­so. Non ha sciol­to la Ca­me­ra dei Co­mu­ni, co­me la con­sue­tu­di­ne con­sen­te ai pri­mi mi­ni­stri in­gle­si, ma ha ce­du­to la pol­tro­na a chi, nel suo stes­so par­ti­to, in­ter­pre­ta­va i sen­ti­men­ti del­la mag­gio­ran­za dei cit­ta­di­ni bri­tan­ni­ci. I con­ser­va­to­ri re­sta­va­no mag­gio­ran­za an­che se il lo­ro ca­po era fi­ni­to in mi­no­ran­za nel­le ur­ne su una scel­ta po­li­ti­ca fon­da­men­ta­le.

AR­RI­VA LA MAY

Ed ec­co The­re­sa May, ar­ci­so­ste­ni­tri­ce del­la fuo­riu­sci­ta ra­pi­da e sen­za sce­ne dall’Unio­ne Eu­ro­pea, vin­ce­re ra­pi­dis­si­me pri­ma­rie di par­ti­to. Ri­sul­ta­to: le co­se fun­zio­na­no in eco­no­mia, or­di­ne pub­bli­co, en­tu­sia­smo del­la na­zio­ne, che è la co­sa più trai­nan­te per il benessere che ci sia. Gli in­ciam­pi so­no ve­nu­ti non dai de­pu­ta­ti o da som­mos­se po­po­la­re o crol­li di bor­sa (an­zi), ma dai giu­di­ci dell’Al­ta Cor­te, che vor­reb­be­ro un vo­to par­la­men­ta­re per san­ci­re il di­vor­zio da Bru­xel­les (pro­prio in que­ste ore è in cor­so l’ap­pel­lo e se ne sa­pran­no gli esi­ti a gen­na­io).

Ov­vio che quan­to ac­ca­du­to a Lon­dra ab­bia ana­lo­gie po­de­ro­se con Ro­ma. Tut­ti san­no che si è vo­ta­to, più che sul­la Co­sti­tu­zio­ne e la sua ri­for­ma, sul­la Re­n­xit. In que­sto ca­so al Fio­ren­ti­no il re­fe­ren­dum è sta­to im­po­sto dall’art.138 del­la Co­sti­tu­zio­ne, ma di cer­to ha vo­lu­to ca­val­car­lo co­me se fos­se il bian­co de­strie­ro dell’in­gres­so a Pa­ri­gi di Na­po­leo­ne. È fi­ni­ta che non so­lo ha di­sar­cio­na­to il Mat­teo da Ri­gna­no, ma si è sco­per­to che l’equi­no era un asi­no, vi­sto il cal­cio che gli ha

ri­fi­la­to.

Mat­teo, a mez­za­not­te, ha fat­to un di­scor­so di­gni­to­so, quan­to al di­chia­rar­si scon­fit­to, piut­to­sto mi­ste­rio­so sul fu­tu­ro im­me­dia­to. Su quel­lo più lon­ta­no, è sta­to bi­bli­co,

man­ca­va so­lo ci­tas­se il sal­mo in ri­fe­ri­men­to a se stes­so: «Chi se­mi­na nel pian­to, can­tan­do mie­te­rà». Nell’at­te­sa, per le pros­si­me set­ti­ma­ne e me­si, cioè per il com­pi­to spet­tan­te al suc­ces­so­re, ha teo­riz­za­to che toc­ca ai vin­ci­to­ri far­si sot­to. Lui ha per­so e se ne va. Ora - ha det­to con to­no di sfi­da - «ono­ri e one­ri» se li so­no ag­giu­di­ca­ti al­la rif­fa del­la storia quan­ti l’han­no cac­cia­to.

LA SFI­DA

Sic­co­me, co­me ha det­to Ma­ra Car­fa­gna, Ren­zi non è un anal­fa­be­ta isti­tu­zio­na­le, non po­te­va al­lu­de­re al­le for­ze par­la­men­ta­ri d’op­po­si­zio­ne par­la­men­ta­re. Co­me pos­so­no vo­tar­si una leg­ge elet­to­ra­le nuo­va se non han­no i nu­me­ri a Ca­me­ra e Se­na­to? Ren­zi, ca­den­do, ha ti­ra­to il suo guan­to in fac­cia al­la sua mi­no­ran­za in­ter­na. A dif­fe­ren­za che ne­gli al­tri par­ti­ti, in­fat­ti, nel Pd ci so­no sta­ti un pa­io di lea­der che si so­no espres­si pub­bli­ca­men­te con­tro il lo­ro se­gre­ta­rio, dun­que per il No e con­tro Ren­zi. Co­me fe­ce­ro The­re­sa May e Bo­ris John­son in Gran Bre­ta­gna, in dis­sen­so dal lo­ro ca­po par­ti­to Ca­me­ron. Ber­sa­ni? Può es­se­re. Ma chi ci cre­de? Ber­sa­ni che fa, un al­tro strea­ming con i gril­li­ni? Io ho un’al­tra idea: Mas­si­mo D’Ale­ma. Ha espe­rien­za, è sta­to già pre­si­den­te del Con­si­glio, è sti­ma­to in Eu­ro­pa, do­me­ni­ca ha vin­to per­si­no il der­by, dun­que due vit­to­rie in un gior­no, per­ché non tre?

Chi me­glio di lui può trat­ta­re con le op­po­si­zio­ni vit­to­rio­se? An­ch’egli ha vin­to, dun­que han­no l’en­tu­sia­smo di chi è tra­sci­na­to dall’on­da del­la storia. Il li­der Ma­xi­mo ha per esper­to il più bril­lan­te di tut­ti: quel Gio­van­ni Sar­to­ri, ama­tis­si­mo - e con­ta as­sai an­che da Mar­co Tra­va­glio. Go­de del­la ri­tro­va­ta sim­pa­tia di Re­na­to Bru­net­ta («che è ne­mi­co del mio ne­mi­co è mio ami­co»). Inol­tre ha una va­sta pra­ti­ca di pre-na­za­re­ni con Sil­vio Ber­lu­sco­ni. Ri­cor­da­te la Bi­ca­me­ra­le? Ci sa­rà un ac­cor­do, co­me al­lo­ra. Poi non se ne fa­rà nien­te. E tut­to sa­rà co­me de­ve es­se­re: un ca­si­no.

D’Ale­ma è sta­to tra i gran­di so­ste­ni­to­ri del No [LaPresse]

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