IL ROT­TA­MA­TO Ren­zi non vuo­le per­de­re tem­po: «Nuo­ve ele­zio­ni en­tro apri­le»

Il gior­no do­po, il pre­mier uscen­te ri­lan­cia: «Su­bi­to il con­gres­so Pd e poi al­le ur­ne per ca­pi­ta­liz­za­re il 40% del re­fe­ren­dum. Con qua­le leg­ge elet­to­ra­le? Qual­sia­si»

Libero - - Primo Piano - ELI­SA CALESSI RIPRODUZIONE RISERVATA

«Si va al vo­to su­bi­to. E ri­par­tia­mo dal 40% di ie­ri. Tre­di­ci mi­lio­ni e mez­zo di vo­ti. Ve­dia­mo se qual­cu­no pren­de di più». Smal­ti­to lo choc del ri­sul­ta­to, Mat­teo Ren­zi si è con­vin­to di ave­re una so­la mos­sa per non mo­ri­re po­li­ti­ca­men­te: ri­da­re la pa­ro­la agli ita­lia­ni. Su­bi­to. «Non c’è tem­po da per­de­re». È il so­lo mo­do, ri­flet­te coi suoi, per evi­ta­re quel­la «pa­lu­de» nel­la qua­le vo­glio­no an­ne­gar­lo. Chi? I suoi av­ver­sa­ri in­ter­ni: Ber­sa­ni, D’Ale­ma. E tut­ta l’op­po­si­zio­ne. In­som­ma il fron­te del No. Ma Ren­zi non in­ten­de ce­de­re di un mil­li­me­tro. E ie­ri, no­no­stan­te tan­te pres­sio­ni con­tra­rie, an­che tra i suoi, lo ha ini­zia­to a fa­re ca­pi­re. E non so­lo lui. «Non ve­drei nul­la di stra­no se si an­das­se a vo­ta­re nel pros­si­mo me­se di feb­bra­io», spie­ga An­ge­li­no Al­fa­no, ospite di Por­ta a Por­ta. In­tan­to, non si tor­na in­die­tro sul­le di­mis­sio­ni. «Io non so­no co­me tut­ti gli al­tri po­li­ti­ci, ho sem­pre det­to che in ca­so di scon­fit­ta avrei mol­la­to», ha det­to Ren­zi a chi gli ha par­la­to. Cer­to, pri­ma si ap­pro­va la leg­ge di sta­bi­li­tà. E su que­sto ie­ri ha tro­va­to un com­pro­mes­so con il pre­si­den­te del­la Re­pub­bli­ca per cui aspet­ta fi­no a ve­ner­dì. Ma poi, si cor­re al vo­to. E la leg­ge elet­to­ra­le? Non si può vo­ta­re con l’Ita­li­cum al­la Ca­me­ra e il Con­sul­tel­lum al Se­na­to, obiet­ta il fron­te del rin­vio, che su que­sto fa spon­da con il Col­le. «Il Pae­se ha sem­pre una leg­ge elet­to­ra­le», è la ri­spo­sta. Mal che va­da si vo­ta al Se­na­to con il Con­sul­tel­lum e al­la Ca­me­ra dei De­pu­ta­ti con la leg­ge che usci­rà dal­la sen­ten­za del­la Con­sul­ta sull’Ita­li­cum. Ver­det­to che po­treb­be es­se­re an­ti­ci­pa­to. Si scor­di­no, in­som­ma, di usa­re l’ali­bi del­la leg­ge elet­to­ra­le da mo­di­fi­ca­re per al­lun­ga­re il bro­do. Si vo­ta il pri­ma pos­si­bi­le. Per pro­va­re a tra­sfor­ma­re in vo­ti po­li­ti­ci quei 13 mi­lio­ni e mez­zo ot­te­nu­ti dal Sì. E che, a det­ta dei ren­zia­ni, rap­pre­sen­ta­no già «un par­ti­to nuo­vo, che non è più il Pd». Qual­co­sa che ha pre­so for­ma nei co­mi­ta­ti per il Sì. «Gen­te che nei cir­co­li del Pd non sa­reb­be ve­nu­ta mai», spie­ga un fe­de­lis­si­mo. Per­so­ne di­spo­ste a se­gui­re non il Pd, ma Ren­zi. Un pa­tri­mo­nio elet­to­ra­le che non è ba­sta­to a vin­ce­re la sfi­da re­fe­ren­da­ria, ma che sa­reb­be più che suf­fi­cien­te per vin­ce­re un bal­lo­tag­gio con chiun­que.

È quel­lo che, in un tweet, scri­ve Lu­ca Lot­ti: «Tut­to è ini­zia­to col 40% nel 2012. Ab­bia­mo vin­to col 40% nel 2014. Ri­par­tia­mo dal 40% di ie­ri!». Ri­lan­cia­re la po­sta. O vin­ci o per­di. Ed è la stes­sa li­nea sug­ge­ri­ta da un al­tro fe­de­lis­si­mo, An­drea Mar­cuc­ci: «Il Pd de­ve guar­da­re avan­ti, non in­die­tro. E ri­par­ti­re con Ren­zi dal 40% dei Sì al re­fe­ren­dum». Con que­sto man­tra, la de­pres­sio­ne si è tra­sfor­ma­ta in vo­glia di ri­vin­ci­ta. Del re­sto è una via ob­bli­ga­ta, se non vuo­le fi­ni­re lo­go­ra­to, co­me pun­ta a fa­re la mi­no­ran­za dem. Non a ca­so ie­ri i ber­sa­nia­ni non chie­de­va­no né ele­zio­ni, né con­gres­so an­ti­ci­pa­to. Ren­zi, in­ve­ce, è ten­ta­to dal fa­re en­tram­bi: un con­gres­so ve­lo­ce, da con­clu­de­re a feb­bra­io, se oc­cor­re ab­bre­vian­do la pro­ce­du­ra, e poi il vo­to. Co­sì sba­ra­glia quel­li del­la mi­no­ran­za, «che ora non

pos­so­no met­te­re pie­di nei cir­co­li, se no li pren­do­no a cal­ci», di­ce uno dei suoi. E poi, sui ri­sul­ta­ti con­gres­sua­li, fa le li­ste.

Ie­ri, in­tan­to, ha evi­ta­to il pri­mo osta­co­lo: l’ap­pro­va­zio­ne del­la leg­ge di sta­bi­li­tà. Il pre­si­den­te Mat­ta­rel­la ave­va pro­po­sto al pre­mier di “con­ge­la­re” le di­mis­sio­ni fi­no a Na­ta­le, sot­to­pe­nen­do­si a una fi­du­cia tec­ni­ca per con­sen­ti­re al Par­la­men­to di ap­pro­va­re la leg­ge di bi­lan­cio. Ren­zi non ha vo­lu­to sa­per­ne. «Sa­reb­be let­to co­me un tra­di­men­to, un re­ga­lo al po­pu­li­smo». Poi, a se­ra, nell’in­con­tro do­po il Con­si­glio dei mi­ni­stri, l’ac­cor­do: ve­ner­dì si ap­pro­va la sta­bi­li­tà al Se­na­to, sen­za mo­di­fi­che, e su­bi­to do­po Ren­zi si di­met­te. E poi? Na­sce­rà un go­ver­no a sca­den­za bre­vis­si­ma. Due me­si, tre. Gui­da­to da chi, si ve­drà. L’ipo­te­si più get­to­na­ta ie­ri tra i ren­zia­ni era Pao­lo Gen­ti­lo­ni: ha il pro­fi­lo in­ter­na­zio­na­le (con­di­zio­ne chie­sta dal Col­le) ed è a pro­va di leal­tà. Se Ren­zi lo chie­de, si di­met­te. Me­glio di Pier Car­lo Pa­doan, che è l’ipo­te­si pre­fe­ri­ta sul Col­le, ma è an­che ami­co di D’Ale­ma. Ma so­no det­ta­gli. L’im­por­tan­te è vo­ta­re.

[An­sa]

Il pre­si­den­te del Con­si­glio di­mis­sio­na­rio Mat­teo Ren­zi ie­ri al suo ar­ri­vo al Qui­ri­na­le per par­la­re con il pre­si­den­te del­la Re­pub­bli­ca Ser­gio Mat­ta­rel­la. No­no­stan­te le in­ten­zio­ni del lea­der Pd di la­scia­re su­bi­to, il ca­po del­lo Sta­to ha in­si­sti­to per...

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