Eu­ro: più ne ca­pi­sci me­no ti pia­ce

Ab­bia­mo in­ter­vi­sta­to au­to­re­vo­li eco­no­mi­sti, ban­chie­ri e di­ri­gen­ti pub­bli­ci su mo­ne­ta uni­ca e Ue: an­che gli eu­ro­pei­sti più con­vin­ti han­no espres­so cri­ti­che du­ris­si­me. Ec­co co­me ci sia­mo tro­va­ti in bra­ghe di te­la e co­me si può ri­me­dia­re

Libero - - Da Prima Pagina - di GIULIANO ZULIN

Ab­bia­mo fat­to un la­vo­ro­ne a Li­be­ro. Do­po il re­fe­ren­dum sul­la Bre­xit, 23 giu­gno, ci sia­mo fat­ti pro­mo­to­ri di rac­co­glie­re fir­me per chie­de­re an­che noi una con­sul­ta­zio­ne elet­to­ra­le per de­ci­de­re se ri­ma­ne­re o no in que­sta Eu­ro­pa e se te­ne­re o me­no l’eu­ro. So­no ar­ri­va­te de­ci­ne di mi­glia­ia di ade­sio­ni, let­te­re, mail, te­le­fo­na­te. La ri­spo­sta po­po­la­re, in­som­ma, è sta­ta ec­ce­zio­na­le. Il vo­to di Lon­dra ha but­ta­to giù un ta­bù: dal­la Ue e dal­la mo­ne­ta uni­ca si può usci­re. Ab­bia­mo in­fat­ti ri­por­ta­to pa­re­ri di pre­mi No­bel, po­li­ti­ci ed eco­no­mi­sti in­ter­na­zio­na­li, tut­ti cri­ti­ci nei con­fron­ti di un si­ste­ma che, da quan­do ci è piom­ba­to in te­sta, non ha pro­dot­to ric­chez­za. Al­me­no a noi ita­lia­ni. An­zi, il cen­tro stu­di di Con­fin­du­stria po­chi me­si fa ha fat­to un cal­co­lo tra­gi­co: dal 2000 al 2015 il no­stro Pil è ca­la­to del­lo 0,5%. Pro­dot­to in­ter­no lor­do che in­ve­ce è au­men­ta­to in Spa­gna del 23,5%, Fran­cia +18,5% e Ger­ma­nia +18,2%. Lo­gi­co no, por­si del­le do­man­de e met­te­re in di­scus­sio­ne l’im­pal­ca­tu­ra eco­no­mi­co-isti­tu­zio­na­le che ci go­ver­na... Per que­sto sia­mo an­da­ti a sta­na­re an­che eco­no­mi­sti, po­li­ti­ci, rap­pre­sen­tan­ti del­le im­pre­se e dei con­su­ma­to­ri. Grat­ta grat­ta e si sco­pre che non sia­mo dei mat­ti. An­che i più eu­ro-con­vin­ti, al­la fi­ne non so­no sod­di­sfat­ti. E lan­cia­no ac­cu­se du­ris­si­me all’eu­ro­cra­zia, tut­ta in­ten­ta a con­ser­va­re il po­te­re sen­za guar­da­re ai nu­me­ri, ma so­prat­tut­to ai bi­so­gni de­gli elet­to­ri.

Do­me­ni­ca l’eu­ro com­pi­rà 15 an­ni. E pur­trop­po va det­to che la mo­ne­ta uni­ca sta già in­vec­chian­do. E ma­le. La cri­si fi­nan­zia­ria del 2008 ha mo­stra­to che il re - l’eu­ro - è nu­do. Non è cre­di­bi­le. Re­si­ste so­lo (...)

(...) per­chè fi­no­ra non è sta­ta in­ven­ta­ta un’al­ter­na­ti­va de­cen­te. Do­ve­va es­se­re il sim­bo­lo dell’Unio­ne fra sta­ti del Vec­chio con­ti­nen­te, ma ne ha in­ve­ce al­lar­ga­to le dif­fe­ren­ze. Un di­va­rio che ha ro­vi­na­to il pro­get­to ini­zia­le. Ades­so la di­vi­sa uni­ca si tro­va in una ter­ra di nes­su­no e sen­za pa­dri, da­to che quel­li che l’han­no con­ce­pi­to ne han­no pre­so le di­stan­ze. Il pa­ra­dos­so è che in­ve­ce di uni­re l’eu­ro ha di­vi­so. C’è un nu­me­ro elo­quen­te: ap­pe­na il 14% del­le at­ti­vi­tà ban­ca­rie so­no tran­sfron­ta­lie­re. In­ve­ce di un mer­ca­to fi­nan­zia­rio uni­co, ne so­no ri­ma­sti in pie­di 19, quan­ti gli Sta­ti dell’eu­ro­zo­na. Im­pre­se e fa­mi­glie si fi­nan­zia­no a con­di­zio­ni più o me­no fa­vo­re­vo­li a se­con­da del Pae­se in cui ope­ra­no. Per cui in Ger­ma­nia un pre­sti­to co­sta ze­ro, in Ita­lia an­co­ra qual­che pun­to di in­te­res­se. L’in­te­gra­zio­ne dov’è? Ad­di­rit­tu­ra a Ber­li­no, ad esem­pio, i re­go­la­to­ri im­pe­di­sco­no che una ban­ca stra­nie­ra pos­sa rim­pa­tria­re gli uti­li, per­ché de­ve ri­ma­ne­re un gruz­zo­let­to nel­le fi­lia­li teu­to­ni­che in ca­so di cri­si.

Cer­to, so­no spa­ri­te le ope­ra­zio­ni di cam­bio che han­no fat­to ri­spar­mia­re 25 mi­liar­di l’an­no. Ah, sì, non di­men­ti­chia­mo poi che l’in­fla­zio­ne è ri­ma­sta bas­sa, pu­re trop­po. Pe­rò ri­cor­dia­mo an­che che nell’eu­ro­zo­na ab­bia­mo spe­so due­mi­la mi­liar­di di eu­ro per sal­va­re gli isti­tu­ti di cre­di­to dal crac. Una ci­fra mo­struo­sa, che tut­ta­via non ci ha im­pe­di­to di as­si­ste­re a sce­ne ar­gen­ti­ne, con il fa­mo­so cor­ra­li­to - la re­stri­zio­ne di mo­ne­ta cir­co­lan­te - a Ci­pro e in Gre­cia. Ec­co, il ca­so di Ate­ne è in­cre­di­bi­le: per te­ne­re un Pae­se nell’eu­ro, è sta­ta stra­vol­ta la de­mo­cra­zia. Per ca­ri­tà, la gen­te può an­co­ra vo­ta­re, ma se la Mer­kel e Junc­ker ti fan­no pre­le­va­re so­lo 30 eu­ro al gior­no al ban­co­mat, poi di­ge­ri­sci qual­sia­si au­ste­ri­ty.

Già, l’au­ste­ri­ty. È l’uni­ca ri­cet­ta che co­no­sco­no dal­le par­ti di Bru­xel­les. Rom­po­no le sca­to­le con il pat­to di sta­bi­li­tà, di­sat­te­so fra l’al­tro dal­la Ger­ma­nia nel 2003 e at­tual­men­te dal­la Fran­cia, e poi si la­men­ta­no se na­sco­no par­ti­ti eu­ro-scet­ti­ci. Per­chè non è che l’in­sof­fe­ren­za sia so­lo nell’Eu­ro­pa me­ri­dio­na­le. In Olan­da, per di­re, do­ve Wil­ders è fa­vo­ri­to al­le pros­si­me ele­zio­ni, il de­bi­to ipo­te­ca­rio re­si­den­zia­le del­le fa­mi­glie è il dop­pio del red­di­to di­spo­ni­bi­le to­ta­le: so­no i più in­de­bi­ta­ti dell’eu­ro­zo­na. Poi non par­lia­mo de­gli oc­cu­pa­ti te­de­schi: i sen­za la­vo­ro so­no po­chi, ma i red­di­ti di chi ha un la­vo­ro - un mi­ni la­vo­ro so­no bas­si. E le pen­sio­ni sa­ran­no un mi­rag­gio.

Nei mo­men­ti più cal­di del­la cri­si si par­lò di crea­re due mo­ne­te: neu­ro, per i Pae­si del Nord, e seu­ro, per quel­li me­ri­dio­na­li. Ma for­se la sfi­da è più sem­pli­ce: se re­sta l’eu­ro si di­strug­ge­ran­no gli Sta­ti na­zio­na­li, se ri­mar­ran­no gli Sta­ti na­zio­na­li sal­te­rà l’eu­ro.

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