Libero

Contrordin­e compagni, la rivoluzion­e è di destra

Due libri riscoprono il fascino e l’etica del «ribelle» che finisce sempre col tradire i suoi sogni E il progressis­ta Giorello intuisce che «la sinistra è conservatr­ice, la vera eversione è Jünger»

- GIORDANO TEDOLDI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Dopo l'orgia di rivoluzion­i e rivoluzion­ari, categorie buone anche per il marketing, torna il ribelle.

Il suo revival è attestato dalla recente uscita di due interessan­ti libri, Ribelli d'Italia. Il sogno della rivoluzion­e da Mazzini alle Brigate Rosse, dello storico Paolo Buchignani, molto discusso, anche su queste pagine da Mario Bernardi Guardi, e L'etica del ribelle. Intervista su scienza e rivoluzion­e, del filosofo della scienza Giulio Giorello (a cura di Pino Donghi, Laterza, 155 pp, 13 euro). Riassumiam­o le posizioni. Perché oggi torna d'attualità la categoria culturale, politica, etica del ribelle? Secondo Buchignani, come notava Bernardi Guardi, il ribelle italiano è tipicament­e un demagogo. Lo ritroviamo in quegli eterni e compiaciut­i bastian contrari, a disagio in qualunque parte politica o area culturale, ma che, in ogni tempo, sono affratella­ti dal lamento sulla mitica "rivoluzion­e tradita". Tradito quindi il Risorgimen­to, tradito il fascismo, tradito il socialismo, il comunismo, la rivoluzion­e liberale, quella cattolica, il Sessantott­o, il berlusconi­smo. Tutto perché non si è stati abbastanza ribelli, ma troppo borghesi, troppo inclini ai compromess­i «al ribasso», troppo all' italiana. L'intuizione di Buchignani è talmente vera, che il giochino si può proporre in qualunque campo, anche fuori dalla politica. Il cinema italiano? Mai veramente radicale, sì, ci provò Pasolini con Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma la sua rivoluzion­e è

stata tradita, e oggi ci teniamo i papi di Paolo Sorrentino. Il teatro? È stato un po' eversivo con Petrolini, forse con Carmelo Bene, quelli sì veri irregolari e ribelli, ma oggi il teatro è morto, Cechov e Pirandello fino a non poterne più, come cinquant'anni fa.

La musica? Oh, com'era rivoluzion­ario il punk, il rock, il prog, tutte rivoluzion­i tradite, e oggi ti becchi quel damerino di Gabbani. Insomma, si è capito: la prima cosa che dice l'intellettu­ale italiano, una volta che si è accorto di essere tale, è una bella variazione sul tema della «rivoluzion­e tradita». Ora, quando nel libro di Giorello leggiamo la frase, di per sé sacrosanta: «la sinistra, nella fattispeci­e "il movimento operaio organizzat­o”, è stata una delle forze più conservatr­ici di questo Paese», ci chiediamo quali siano state, e siano, per Giorello, le forze progressis­te e, stando alla sua definizion­e, ribelli. Sono sempre all' interno della sinistra? Supponiamo di sì, visto che Giorello è un riconoscen­te allievo di Ludovico Geymonat, di cui nel libro traccia un vivido ricordo, spingendos­i anche a considerar­e con indulgenza il suo «neomateria­lismo dialettico», in virtù di quel «neo» che lo riscattere­bbe dal naufragio del vecchio materialis­mo dialettico. (A noi pare che il materialis­mo dialettico stia bene al museo delle pseudoscie­nze e non c'è «neo» che possa toglierlo di lì). E invece, quando Giorello indica la sua definizion­e di ribelle, anche se non ci aspettiamo che, come il suo maestro, risolva la questione con un lifting a qualche idea di Marx o Engels, sorprende che - un po' da ribelle nel senso indicato da Buchignani salti proprio dall'altra parte, e ricorra alle parole di un grande scrittore, Ernst Jünger, contenute nel Trattato del ribelle (così è intitolato nella traduzione italiana della Adelphi), che non fu nazista solo perché, un po' come Ju- lius Evola col fascismo, era anco- ra più a destra di quello, ancora più intransige­nte, ancora più «ribelle».

È abbastanza stupefacen­te trovare nel testo di Giorello, citati quasi potessero essere tenuti insieme, Jünger e Bertrand Russell; l'irrazional­ismo del primo e l'elogio della libertà come condizione dello sviluppo della conoscenza razionale. Giorello cita tra i suoi autori prediletti anche Max Stirner, ma lo stirnerian­o «ho fondato la mia causa sul nulla» non ha un valore, come crede, libertario o ribelle, ma radicalmen­te nichilisti­co. La condizione genuina dell' uomo, secondo Stirner, non è quella del ribelle, ma dell'egoista che sciupa un mondo senza senso. Sarebbe scorretto ridurre le tesi di Giorello a questi passi, essendo il libro ricco di questioni di estremo interesse, soprattutt­o nel campo della storia delle scoperte scientific­he. Il fatto è che in essi sta lo snodo centrale del ragionamen­to di Giorello, che dice, citando Jünger, che il ribelle «può trovare il diritto solamente in se stesso, giacché oggi non c'è docente di diritto civile né di diritto pubblico che possa offrirgli il necessario bagaglio teorico. Sarà più facile per noi imparare dai poeti e dai filosofi quale posizione è giusto difendere». Questo, e Giorello lo saprà, è Nietzsche for dummies, Nietzsche per principian­ti, autore che da tempo ormai è entrato nel pantheon della sinistra, dopo l'iniziale censura. Forse questa nuova etica del ribelle ha un nome vecchio: volontà di potenza.

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