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O abbassate il prezzo dei farmaci o andate a casa

In India tariffe più basse perché il Paese prepara in casa un medicinale generico. Noi abbiamo una struttura in grado di fare altrettant­o. Eppure preferiamo venire a patti con la multinazio­nale Usa che commercia la cura

- Di VITTORIO FELTRI IACOMETTI-RIZZOLI-VECCHI

Questa faccenda della epatite C che si può curare facilmente in India spendendo per la terapia completa, durata otto settimane, 900 euro, mentre in Italia ai nostri malati tocca sborsare circa 100 mila euro, scatena in noi un tale giramento di scatole da farci impazzire. Ne ha scritto ieri il nostro ottimo vicedirett­ore Franco Bechis e ne scrive oggi Melania Rizzoli con grande competenza, essendo un medico valente capace di farsi capire da tutti, perfino da me. Siamo di fronte non a un problema ma a un mistero. Come è possibile che il nostro Paese sia tanto cialtrone e ladro da imporre prezzi cento volte superiori rispetto a quelli asiatici a coloro che vogliono guarire dalla peggiore malattia del fegato? Un morbo che provoca prima la cirrosi, poi il cancro e infine la morte certa. La vicenda ha dell’incredibil­e. Non riusciamo a digerirla.

Coloro che dalle nostre parti sono affetti da epatite C, la più grave (si contrae attraverso il sangue), sono assai numerosi e non sono in grado di contrastar­la perché il farmaco è troppo oneroso per tasche normali. Mentre gli indiani, forse perché fanno gli indiani, non hanno alcuna difficoltà economica per procurarsi le pastiglie miracolose e tornare ad essere sani in un paio di mesi. Come si spiega questa assurda disparità?

Il nostro servizio sanitario nazionale, che passa per esemplare, ma tale non è, non ha i mezzi per assicurare il medicinale in questione a tutti coloro che ne hanno bisogno perché costa un occhio. Per quale motivo qui l’antidoto (...)

Con 1000 euro di volo e 700 euro di cura, al Servizio Sanitario Nazionale converrebb­e organizzar­e il viaggio a ciascuno dei nostri malati di epatite C e farlo curare in India piuttosto che qui. Il paradosso del farmaco anti epatite è stato portato alla luce da Franco Bechis sulle pagine di questo giornale ed è un paradosso pieno di punti oscuri. La stessa cura, infatti, che oggi viene effettuata con il mix di due farmaci prodotti entrambi dall’americana Gilead, costa 700 euro in India (o in Egitto) mentre in Italia costa 41mila euro al Servizio Sanitario e 74 mila euro ai privati. Perché c’è così tanta differenza?

La prima cosa da sapere è che il governo indiano, aiutato da norme sui brevetti piú favorevoli, ha fin da subito deciso di produrre un farmaco generico equivalent­e a quello della Gilead per costringer­e il colosso Usa a calmierare il prezzo.

Questo l’Italia non è riuscita a farlo, pur avendo una struttura all' avanguardi­a, l’Istituto chimico farmaceuti­co militare di Firenze, che avrebbe potuto mettere subito in produzione un trattament­o equivalent­e. A differenza dell’India, l’Italia si è seduta al tavolo della trattativa con la Gilead e cercare di spuntare un buon prezzo senza altre armi che non fossero un esercito di ammalati. Se in Germania infatti sono solo 7000 le persone interessat­e alla cura, da noi sono oltre 1 milione: per la stessa Gilead siamo uno dei mercati più appetibili.

Eppure non si può dire che la trattativa sia stata un successo. Anzi, è stata un tale insuccesso che la procura di Pavia ha deciso di aprire un’inchiesta. L’inchiesta ha costretto l’ex direttore generale di Aifa (l’Agenzia Italiana del Farmaco) a desecretar­e i termini del negoziato.

In attesa di conoscere che cosa emergerà, oggi sono tutti sicuri che il costo del trattament­o anti epatite nei prossimi 3-5 anni sarà destinato a precipitar­e anche in Italia.

La nuova trattativa (che continua tuttavia a essere sgradevolm­ente segreta) parte da presuppost­i migliori, ha attivato la produzione di farmaci generici e sta giocando con le diverse case farmaceuti­che che nel frattempo hanno approntato trattament­i equivalent­i: insomma, maggiore concorrenz­a, minore il prezzo.

Ma intanto sono stati persi oltre 3 anni. In questi 3 anni gli utili della Gilead in Italia sono stati stellari, così come lo sono stati quelli degli altri produttori che si sono messi a ruota. A prezzi stratosfer­ici, lo Stato si è potuto permettere di curare solo i casi più gravi, 33 mila all’anno, senza mai risolvere il problema: gli altri ammalati infatti prima o poi diventeran­no anche loro casi gravi e nel frattempo resteranno potenziali cause di contagio e di diffusione della malattia.

Invece, ai prezzi dell’India, o addirittur­a al doppio o al triplo di quei prezzi, in questi 3 anni avremmo potuto annientare di colpo la quinta causa di morte in Italia e far quasi del tutto scomparire l’epatite C: sarebbe stato un grandioso traguardo per il Paese e un risarcimen­to per le tante vittime delle trasfusion­i criminali che sono state fatte negli anni ’80. Chi mai potrebbe non esultare per un successo del genere? Pensateci bene, niente più malati di epatite C da curare...

Ecco, l’inchiesta di Pavia dovrà verificare proprio questo: che i negoziati non abbiano favorito l’interesse delle case farmaceuti­che invece che dei malati italiani e nel caso in cui lo abbiano fatto, per quale motivo e con quale ritorno.

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