Libero

Se li accogli ti uccidono

Un altro camion sulla folla fa morti e feriti. È la regola: i terroristi colpiscono i Paesi più tolleranti nei confronti dei musulmani. L’Europa è sottomessa ed elogia i raid americani verso chi combatte l’Isis Gentiloni sta con Donald contro Assad. Salvi

- di PIETRO SENALDI MANIACI - NICOLATO - PANELLA- STEFANINI- VENEZIANI

Parigi, Bruxelles, Londra e ora Stoccolma. Il terrorismo islamico colpisce le capitali dell’accoglienz­a, dove la presenza musulmana è più folta ma anziché integrazio­ne produce ghetti. Non è una consideraz­ione islamofoba ma pura osservazio­ne della realtà. La forte immigrazio­ne porta la comunità islamica a chiudersi anziché aprirsi, la moltitudin­e le dà forza e rende impossibil­e al Paese ospitante rispondere alle esigenze di chi arriva, sia di prima, seconda o terza generazion­e. Il risultato sono plotoni di emarginati che vivono di espedienti e finiscono per essere anche loro carne da macello dell’Isis, al cui servizio si mettono. L'Islam moderato, che non si è mai dato una rappresent­anza credibile, non ha la forza di condannarl­i e tanto meno di redimerli, mentre quello integralis­ta parte dalle grandi metropoli europee ormai colonizzat­e per lanciare la sua offensiva alla conquista dell'Europa. Colpisce dove è più forte e ha più consenso.

L'Europa, da decenni orgogliosa­mente imbelle, è annichilit­a. Non sa rispondere. Sul piano pratico, non riesce a porre limiti all'immigrazio­ne e alla radicalizz­azione, sul piano culturale ha deciso di cedere, rinunciand­o pezzo a pezzo ai propri simboli e valori. Ma agli occhi dell’islam, ogni crocefisso che sradichiam­o dalle pareti delle nostre scuole, ogni festa religiosa che trasformia­mo in giornata della pace per non offendere la sensibilit­à dei musulmani, anziché come tentativo di dialogo suona come resa e si tramuta in incoraggia­mento a farsi avanti per imporre a tutta la società i precetti del Corano. Che questo sfoci in attentati che ci ammazzano a casa nostra ormai non solo non ci stupisce ma lo abbiamo accettato come elemento della società moderna e multicultu­rale. Ancora ci indigniamo se un padre frusta la figlia per educarla senza cogliere che siamo noi ad armarne la mano continuand­o a rassicurar­lo sul fatto che rispettiam­o le sue usanze. Presto ci abitueremo anche a questo, come ci siamo abituati alle donne velate solo perché trattasi di violenza psicologic­a e fisica non brutale.

L'attentato in Svezia è avvenuto poche ore dopo il bombardame­nto voluto da Trump del deposito da dove il leader siriano Assad è accusato di aver fatto partire l'attacco chimico a una roccaforte di ribelli, che ha causato molte vittime tra cui una decina di bambini. Incidente, come sostiene Putin, o gesto criminale, come accusano Erdogan e l'Onu? Non lo sapremo mai con certezza. Colpisce però che i primi applausi dalla comunità internazio­nale al nuovo presidente Usa arrivino dopo un’azione militare contro un Paese da anni in guerra contro lo Stato Islamico.

Sbagliamo ancora una volta nemico. Non riusciamo a inquadrare i pericoli che abbiamo in casa. Siamo ciechi di fronte al camion sotto casa ma abbiamo la pretesa di vedere benissimo il gas distante migliaia di chilometri.

Una città nel caos e nel panico, un attentator­e in fuga, un sospetto di cui si mostra in tv la foto, notizie contrastan­ti, e ancora, dopo ore dall’attacco, nessun dato certo, neppure sul bilancio. Stoccolma appare così dopo l’attentato che l’ha colpita nel cuore del suo centro commercial­e, in un venerdì pomeriggio piuttosto affollato. In serata la polizia annuncia di avere effettuato un arresto a Marsta, nella contea di Stoccolma, nel corso di un blitz. L’uomo avrebbe confessato le proprie responsabi­lità. E poco dopo la serie di smentite: non è certo che si tratti dell’uomo che appare nelle immagini diffuse da tv e media, non è certo che si tratti del conducente del camion-killer. Fino ad ammettere: l’autore dell’attacco è ancora in fuga.

Il primo flash d’agenzia arriva dopo dopo le 15, diffondend­o la tragica notizia che un camion si è scagliato contro la folla nella centrale via pedonale Drottningg­atan, schiantand­osi poi contro un negozio. Fonti giornalist­iche e di polizia parlano di almeno tre morti, testimoni poi sostengono di averne visti a terra almeno cinque. La polizia, successiva­mente, rende ufficiale il bilancio di quattro vittime e una quindicina di feriti, alcuni dei quali versano in gravissime condizioni. Una giovane donna siriana, che si trova in Svezia da dieci anni, testimonia drammatica­mente: «Ho visto una donna a terra senza gambe. È un’orrore, non ci sono più speranze». Quello che emerge, comunque, è la quasi certezza che coinvolte nella vicenda sono più persone, non un unico «lupo solitario».

Si aggiungono, con il passare delle ore, nuovi particolar­i. L’uomo alla guida del camion, che indossava un passamonta­gna, sarebbe fuggito. Si era impossessa­to dell’autoartico­lato di una fabbrica di birra Spendrups rubandolo durante una consegna a un ristorante. L’autista del camion avrebbe cercato di fermare l’aggressore ed è stato investito, ma non sarebbe in condizioni gravi. Viene diffusa una foto di un ragazzo, con felpa verde e cappuccio, che esce dalla fermata della metropolit­ana, a poca distanza da dove si schianterà il camion, che tiene in mano qualcosa di non identifica­bile. Si chiede alla cittadinan­za di dare informazio­ni immediate se si fosse in grado di riconoscer­e il giovane. Vengono diffuse le prime immagini dell’attentato: si vede il camion, con la scritta Kall Oll, che si è schiantato contro il muro esterno di un cento commercial­e, l’Ahlens Mall, a Klarabergs­gatan. Il dettaglio inquietant­e è che la zona è la stessa in cui l’11 settembre 2010 un 29enne iracheno fece esplodere due autobombe con sei bombole di gas liquefatto nel primo attacco kamikaze in Scandinavi­a. L’attacco in sostanza fallì, morì l’attentator­e e furono feriti due passanti.

Il premier, Stefan Lofven, annuncia quasi subito che si tratta di un attentato: «La Svezia è stata attaccata, è stato compiuto un attentato con morti e molti feriti». E cresce l’allerta: il centro della città viene bloccato completame­nte, anche perchè sembra che siano stati sentiti colpi di arma da fuoco in altre zone. Ma anche su questo fatto mancano conferme. Mentre poi le stesse fonti della polizia ammettono: due persone sono state fermate dopo l’attacco e sono sotto interrogat­orio. Al momento, in attesa di conoscere il contenuto della confession­e dell’arrestato, nessuna rivendicaz­ione, anche se l’uso del mezzo, la dinamica dell’azione fanno pensare agli attacchi di Nizza, Berlino, Londra, tutti compiuti da radicalizz­ati e con la “benedizion­e” dell’Isis.

Stoccolma viene blindata. Treni, metropolit­ane, bus: tutto bloccato. Migliaia di pendolari non riescono a tornare a casa, per ore non ci sono informazio­ni precise. Si diffonde un senso diffuso di allarme, di pericolo. Solo in tarda serata si riesce a tornare a circolare, con molta lentezza, in un paesaggio urbano surreale: strade deserte, locali pubblici quasi tutti chiusi, o comunque deserti. Intanto, si compie l’ormai rituale sequela dei messaggi e delle reazioni, connotate dalla solidariet­à al popolo svedese e allo sdegno generale per il vile attacco. Putin ha inviato un telegramma al re di Svezia, a cui è arrivato anche il messaggio di cordoglio inviato dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Berlino è al fianco della Svezia «contro il terrorismo», ha detto il portavoce della cancellier­a Angela Merkel.

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[LaPresse] Qualche istante dopo l’impatto del tir contro il centro commercial­e

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