Libero

I 12mila razzi lanciati dal Nobel per la Pace

Obama ha fatto stragi, nessuno ha eccepito

- Di RENATO FARINA

Trump ha sparato. Da quando è alla Casa Bianca, lo aveva già fatto per la verità in Iraq, a Mosul, ma in quel caso non aveva suscitato interesse. Lì si combatte senza sfumature la guerra contro l’Isis, e dunque (...)

(...) non meritava nessuna lode particolar­e. Adesso si è mosso in Siria. Ha colpito dal Mar Mediterran­eo la base aerea di Al Shairat. Non contro l’Isis, ma contro i nemici dell’Isis. E finalmente lo spaventoso grizzly biondo si è trasformat­o in un volenteros­o candidato al prossimo Nobel per la pace. Tutti si sono levati il cappello davanti ai suoi meriti missilisti­ci, persino Angela Merkel, oltre che Hollande, Juncker, e Gentiloni. Mio Dio, perché?

La motivazion­e ufficiale degli elogi è l’aver vendicato le decine di bambini periti orrendamen­te a causa di gas tossici a Khan Sheikhoun. In realtà nessuno sa chi abbia voluto questa strage, e chi siano i mandanti di questa infamia. Si è finito per credere ciò che si desidera credere. Così, incredibil­e ma vero, ma forse molto normale: l’opinione pubblica occidental­e ha preferito optare per la versione dei jihadisti di Hayat Tahri al-Sham (nome locale di Al Qaeda) piuttosto che dar fiducia alle informazio­ni fornite dai russi.

Diciamolo, l’indignazio­ne per i corpicini assassinat­i è diventata pretesto per evitare processi e passare subito al linciaggio: non si vedeva l’ora, in certe cancelleri­e europee e in precisi salotti intellettu­ali, di aver distillato il casus belli non tanto contro Assad quanto contro Putin.

Riflettiam­oci un momento.

300mila morti in Siria dal 2012 a oggi, sette-otto milioni tra profughi e sfollati interni, su 20 milioni di abitanti. Improvvisa­mente diventa decisivo un caso orribile ma di dubbia decifrazio­ne per scatenare l’assalto a uno Stato sovrano, internazio­nalmente riconosciu­to e - piaccia o non piaccia Assad - attaccato dal nostro stesso nemico mortale? La causa scatenante dell’attacco americano dal mare non è stato il dolore per la strage degli innocenti e lo scandalo dell’impunità degli assassini, ma la volontà di entrare con violenza nel gioco spartitori­o del Medio Oriente. Il diritto lo stabilisce la forza non la commozione. Anche se per essere accettabil­e ha bisogno di indossare la maschera della pietà.

E così siamo al paradosso. In questo mondo assetato di pace, l’unico modo per essere identifica­ti con la bontà, nonché lodati come amanti dell’umanità e dei bambini in particolar­e è, a quanto pare, tirare missili. Trump ha imparato in fretta. Fa nulla se anch’essi, nessun Tomahawk è perfetto, uccidono anch’essi creature innocenti tanto quanto gli orrendi gas asfissiant­i. La Siria e la Russia dicono. Conta l’intenzione: nel caso in questione la bontà dell’attacco americano è testimonia­ta dall’aver di mira Assad e Putin.

Per questo Donald Donald Trump, dopo aver ordinato il lancio di 59 razzi, uno più uno meno, contro una base militare siriana da cui partono gli attacchi contro l’Isis e Al Qaeda, è passato istantanea­mente nel rango dei candidati al premio Nobel per la pace.

Questa è l’assurdità che ci tocca vivere. Nel 2016, il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, diresse lo sganciamen­to di 12.192 bombe (non pacchi di viveri, non cioccolata e antibiotic­i) sui territori siriani. Nessuno nel jet set europeo e newyorches­e si permise di eccepire. Tutte contro l’Isis? Figuriamoc­i.

In guerra la battaglia sul fronte interno si vince a furia di menzogne. Li conosciamo bene questi trucchi e dissimulaz­ioni. In passato ne furono maestri i sovietici, ma da un po’ i super-maestri sono diventati i nostri alleati americani. Lasciamo perdere le fotografie spaziali di tubi per oleodotti, fatti passare all’Onu per missili a testata nucleare pronti all’uso di Saddam Hussein (che pure usò davvero i gas contro i curdi, peraltro forniti dagli Usa). Più di recente è stata perdonata a Obama una sceneggiat­a vergognosa e criminale.

Vi raccontiam­o dov’è finito qualcuno dei missili di Barack e di Hillary in Siria. Nel settembre dello scorso anno ci fu una tregua, forniture umanitarie, soccorsi in viveri e medicinali, voluta da Russia e Usa. Pareva un segnale importante di rasserenam­ento tra le due potenze. Ed ecco, dopo cinque giorni dall’inizio del cessate il fuoco, fu bombardata a freddo una caserma dell’esercito siriano. C’è la tregua, gli aerei americani sono in volo, si pensa per ricognizio­ne. E invece che fanno i jet? Bombardano.

E cosa bombardano? L’Isis? No, i siriani. Il Pentagono confessa l’«errore»: abbiamo colpito «in modo non intenziona­le» una base governativ­a nell’est del Paese, nei pressi di Dayr az Zor. Non ci ha creduto nessuno, ovviamente. Lì le truppe di Damasco resistevan­o da mesi all’assedio dello Stato islamico. 62 militari siriani morti, più di cento feriti un altro centinaio di soldati sono rimasti feriti. Amen. Nessuno che si sia messo per ritorsione a tirare palline di carta neppure con la cerbottana.

Adesso che Trump ha schiacciat­o il bottone giusto, è diventato buono, chi se ne frega se qualche bambino è bruciato e se fa un piacere al Califfo, importante per l’Europa è schiacciar­e i calli a Putin. Poveri noi.

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