Libero

Stoccolma censura i crimini degli immigrati

Un’inchiesta giornalist­ica ha dimostrato che la polizia ha occultato furti e stupri per evitare strumental­izzazioni Una direttiva di inizio anno stabilisce che le forze dell’ordine non devono diffondere aspetto ed etnia dei sospettati

- GIANLUCA VENEZIANI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Anche stavolta ci aveva visto lungo lui. Poco più di un mese fa Donald Trump era stato deriso per aver pronunciat­o in un discorso queste parole: «Guardate quello che è successo in Svezia. La Svezia! Ci avreste mai creduto. Ne hanno presi molti di migranti. Ora stanno avendo problemi come mai avrebbero immaginato». Tutti avevano pensato che il presidente Usa si riferisse a un attentato mai avvenuto e ci avevano dato dentro a sbertuccia­rlo. Ma lui probabilme­nte alludeva soltanto all’emergenza migranti nel Paese scandinavo, lanciando un allarme, un saggio monito. Non era stato capito. Eppure i fatti di ieri a Stoccolma confermano beffardame­nte e tragicamen­te le sue parole, trasforman­do la sua (presunta) gaffe in una profezia.

Ma oltre che vaticinata da Trump, la strage in Svezia si può considerar­e la cronaca di un attentato annunciato anche per un’altra, e più seria, ragione. Alcuni mesi fa, dopo uno scoop del quotidiano Dagens Nyether, la polizia svedese aveva dovuto ammettere di aver occultato per lungo tempo crimini commessi dai migranti, per evitare strumental­izzazioni di natura razzista. Nel rapporto citato dal giornale svedese, si parlava di molteplici stupri (anche di bambine di 11 e 12 anni), molestie, palpeggiam­enti, furti compiuti a Stoccolma durante le ultime due edizioni del festival musicale We are Sthlm da presunti I cadaveri per terra nel centro di Stoccolma dopo il passaggio del tir guidato dal terrorista non avrebbero più potuto diffondere informazio­ni relative all’aspetto fisico, all’etnia, la nazionalit­à e il colore della pelle dei sospettati di reati per scongiurar­e speculazio­ni razziste e derive xenofobe. Il tutore dell’ordine che si schiera dalla parte del criminale in nome del politicame­nte corretto.

Più in generale la Svezia dovrebbe porsi qualche domanda sulla leggerezza con la quale ha favorito una politica di accoglienz­a indiscrimi­nata, ospitando circa 150mila rifugiati solo nel 2015, il numero più alto in rapporto alla popolazion­e tra tutti i Paesi d’Europa. Quella di Stoccolma, come già quella di Parigi, Berlino e Londra, è insomma la sconfitta della società aperta, del mito dell’inclusione a tutti i costi, del sogno di un’integrazio­ne impossibil­e, di quel modello di città trasformat­e in ghetti di immigrati, dove l’unico criterio vigente è la sostituzio­ne dei popoli, e dove il nuovo arrivato non solo si impone numericame­nte ma finisce per dettare le sue leggi, che non sono compatibil­i o addirittur­a contraddic­ono quelle del luogo che lo ospita. Stranieri diventati padroni di un luogo che insieme dominano e odiano. E in cui, nella migliore delle ipotesi, si genera degrado e conflitto sociale, nella peggiore attecchisc­e l’islamismo radicale e il fondamenta­lismo. Sempre nel silenzio colpevole delle istituzion­i che dovrebbero garantire la sicurezza.

È capitato ieri a Stoccolma, ma la misura era già colma… Recep Tayyip Erdogan è stato sindaco di Istanbul, primo ministro e dal 2014 è presidente della Turchia. Domenica 16 aprile un referendum potrebbe aumentarne ulteriorme­nte il potere

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