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Gli Usa attaccano la Siria Putin minaccia vendette

Due cacciatorp­ediniere statuniten­si colpiscono una base aerea di Damasco nella provincia di Homs. Washington minaccia: possiamo fare anche di più

- TOMMASO MONTESANO

I primi missili Tomahawk partono dai cacciatorp­edinieri americani Porter e Ross, di stanza nel Mediterran­eo orientale, alle 20,40 - ora di New York - di giovedì. In Italia sono le 2,40 di ieri. Obiettivo: la base militare siriana di AlShayrat, nella provincia di Homs. Ovvero la struttura da cui è decollata, martedì mattina, l’aviazione di Damasco responsabi­le della strage di Khan Sheikhoun - oltre 80 morti, tra cui 28 bambini - messa in atto con l’utilizzo di armi chimiche.

Donald Trump, neanche tre mesi dopo l’insediamen­to alla Casa Bianca, irrompe nella guerra in Siria colpendo per la prima volta il regime di Bashar al-Assad. Lo fa con 59 missili che provocano, denuncia Damasco, 15 vittime: nove civili, tra cui quattro bambini, e sei militari. Il presidente degli Stati Uniti ha poi spiegato dalla sua residenza in Florida, dove si trovava per il vertice con l’omologo cinese Xi Jin Ping, i motivi dell’attacco, un’azione «mirata» contro la base da cui è partito «l’attacco chimico». Il «dittatore» Assad, ha detto Trump, «ha ignorato gli avvertimen­ti del Consiglio di sicurezza dell’Onu» sull’uso delle armi chimiche. «Il mondo si unisca agli Usa per mettere fine al flagello del terrorismo», ha aggiunto.

Prima di colpire una base strategica per il regime (AlShayrat si trova all’incrocio delle grandi vie di comunicazi­one fra Damasco e Aleppo e fra la costa siriana e il deserto), la Casa Bianca ha avvertito il Cremlino, così come confermato dal portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov. «Ci sono russi nella base, abbiamo adottato precauzion­i per non colpire l’area in cui si trovano», ha spiegato Jeff Davis, portavoce del Pentagono. Ciononosta­nte, la reazione di Mosca all’offensiva americana - portata avanti dal mare visto il controllo russo sui cieli siriani - è veemente. Una nota del Cremlino afferma che l’attacco missilisti­co porterà «danni considerev­oli» alle relazioni tra Stati Uniti e Russia. «Washington ha compiuto un atto di aggression­e contro uno Stato sovrano», scandisce Vladimir Putin. Da qui la richiesta di una convocazio­ne straordina­ria del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Non solo: il ministero della Difesa ha notificato ufficialme­nte al Pentagono la chiusura della linea diretta per prevenire incidenti tra gli aerei militari in Siria a partire dalla mezzanotte di oggi.

Il Cremlino è furibondo. Il premier, Dimitry Medvedev, ha rivelato che i missili Usa sono arrivati a «un passo» dalle forze russe. Nel pomeriggio di ieri, il Cremlino ha ordinato alla fregata russa Admiral Grigorovic­h, appartenen­te alla flotta del Mar Nero e armata con missili da crociera Kalibr, di raggiunger­e il resto delle forze navali di Mosca di stanza del Mediterran­eo. Nella stessa zona si trovano le unità Usa.

Secondo il Pentagono, la base siriana sarebbe stata «quasi completame­nte distrutta». Non è così per Mosca: AlShayrat, infatti, sarebbe stata «raggiunta solo da 23 missili; il luogo in cui sono caduti gli altri 36 missili da crociera è sconosciut­o». A riprova di questo, il fatto che ieri dalla base sarebbero comunque decollati due jet siriani diretti a Palmira. Per l’agenzia di stampa Sana, inoltre, sarebbero stati colpiti anche villaggi civili. Notizie non confermate dal Pentagono, che a sua volta indaga sul possibile coinvolgim­ento russo nell’attacco chimico di martedì.

Un consiglier­e politico di Assad, Buthayna Shaaban, ha avvertito Washington che «la Siria e i suoi alleati rispondera­nno in maniera appropriat­a a questa aggression­e». A questo scopo, «il coordiname­nto tra Damasco e i suoi alleati (Russia e Iran, ndr) continua».

Trump ha incassato il sostegno del premier israeliano, Benjamin Netanyhau («messaggio americano forte e chiaro, siamo con loro»), dei leader Ue, del premier britannico Theresa May, dell’Arabia Saudita e della Turchia. Per il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, l’offensiva Usa «è un primo passo positivo e concreto», ma occorre andare oltre, fino al cambio di regime a Damasco.

Alle 17,30 di ieri - ora italianasi è riunito il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una sessione che l’ambasciato­re Usa al Palazzo di Vetro, Nikki Haley, presidente di turno del Consiglio, ha fatto svolgere a porte aperte. «I Paesi che scelgono di difendere le atrocità della Siria, dovranno farlo pubblicame­nte perché il mondo possa sentire». Washington e Mosca hanno duellato ancora. Alle accuse russe sulla «flagrante violazione della legalità internazio­nale», Haley ha replicato: «Siamo pronti a fare di più, ma speriamo che non sia necessario».

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