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L’AMARONE? È UNA FERRARI

«Da Kennedy fino a Trump, tutti pazzi per il nostro rosso A Maranello con l’ingegner Enzo, che mi diede un consiglio...»

- ALESSANDRO GONZATO RIPRODUZIO­NE RISERVATA

«Il prossimo leader mondiale che mi piacerebbe far brindare con i vini Aneri è il presidente cinese Xi Jinping. Gli manderò presto il nostro Amarone. Il mercato cinese, per noi italiani, è ancora in fase embrionale, ma ha grandi possibilit­à di sviluppo».

Giancarlo Aneri, 69 anni, fondatore e presidente dell’omonima cantina con sede a Legnago - nel Veronese - ha fatto brindare molti grandi della terra. I suoi vini sono finiti sulle tavole di Papa Wojtyla e della regina Elisabetta. E poi di Bush padre e figlio, di Reagan, di Clinton, di Ted Kennedy, Berlusconi, Putin, Sarkozy. I vini Aneri erano anche a Roma nel 2004 per la firma della Costituzio­ne europea e al G8 de L’Aquila nel 2009. Lo scorso novembre, appena eletto presidente Usa, Trump ha ricevuto tre magnum di Amarone personaliz­zate. «A Obama, invece, avevo mandato alcune magnum del nostro Prosecco sei mesi prima della sua elezione».

Lei era quindi sicuro che sarebbe stato eletto presidente.

«Ero in America. Sul New York Times avevo letto una sua intervista in cui si diceva certo della vittoria e che aveva già prenotato per festeggiar­e alla “Spiaggia Restaurant” di Chicago. Ho preso l’aereo e mi sono precipitat­o lì. Lo chef, l’italoameri­cano Tony Mantuano, era ed è nostro cliente. Gli avevo fatto promettere che avrebbe servito al futuro presidente il nostro vino, ed è andata così».

Ha conosciuto personalme­nte qualcuno dei potenti che hanno brindato coi suoi vini?

«Con Ted Kennedy sono stato a pranzo e mi ha ricevuto nel suo studio. Mi ha regalato un vassoio d’argento con incisi i nostri nomi. Io e mio figlio Alessandro, che assieme a tutta la famiglia mi affianca nell’attività, siamo stati a casa di Cameron. Berlusconi, quand’era presidente del Consiglio, regalava spesso ai suoi ospiti l’Amarone Aneri. Sono stato anche ad Arcore. Reagan e George W. Bush, per ringraziar­mi, mi hanno scritto personalme­nte una lettera».

Lei è figlio di un capostazio­ne. É il classico “self made”, un uomo che si è fatto da solo. Ha un modello?

«Il mio primo maestro nel mondo del lavoro è stato Enzo Ferrari, l’“ingegnere”. Lo conobbi che ero giovane. La prima volta, per potergli parlare, lo aspettai per 5 ore di fila. Lo convinsi a brindare alle vittorie del Cavallino con lo spumante Ferrari - all’epoca lavoravo per l’azienda che lo produceva - e non con lo champagne francese, com’era consuetudi­ne. La nostra prima chiacchier­ata doveva durare un minuto, come mi disse il suo segretario, perché l’“ingegnere” era molto indaffarat­o. Mi ero presentato a Maranello senza preavviso. Avevo alcune casse di

E per quanto riguarda i vini rossi, invece?

«Vanno molto a cicli. Un tempo il nostro ambasciato­re nel mondo era il Barolo. Poi è toccato ai Supertusca­n, al Brunello di Montalcino. Ora è il turno dell’Amarone, che ha un target mirato, lo si beve solo in occasioni importanti. È come una Ferrari».

La sua azienda punta moltissimo sulle partnershi­p...

«Mi considero un imprendito­re di nicchia che punta all’alta qualità e mi piacciono le collaboraz­ioni di alto livello, come le ultime con Air Dolomiti, Trenitalia e Msc Crociere che a Natale, che in prima classe servono i nostri prodotti. Siamo in cielo, sulla terra, e in mare».

A maggio, al Four Seasons di Milano, ci sarà il premio “È giornalism­o”, di cui lei è ideatore. L’anno scorso avete premiato Fiorello, per la sua “Edicola Fiore”. Per quest’anno avete già deciso chi premiare?

«Ancora no, ma decideremo a breve. Sa che la prima Magnum del nostro Prosecco l’ho stappata nel ’95 a casa di Bocca, assieme a Montanelli e Biagi, che facevano parte della giuria?». Lo sa che De Niro viene qui appositame­nte per assaggiare il mio culatello? Lo faccio provare anche a lei...».

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