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Quando il «comunista» Del Buono si scontrò con Nilde Iotti anti-fumetti

- FABIO CANESSA RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Oreste del Buono (detto Odb) è stato il più eclettico intellettu­ale italiano: scrittore, giornalist­a e direttore di numerose riviste, traduttore, saggista, critico letterario, cinematogr­afico e televisivo, esperto di gialli e di calcio, talent scout di artisti dalle più varie vocazioni, consulente delle più importanti case editrici. Ma soprattutt­o fumettolog­o.

Proprio su questo aspetto della sua instancabi­le attività è incentrato il primo libro dedicato alla sua figura, a 14 anni dalla scomparsa, avvenuta a Roma nel 2003: Oreste del Buono da Bertoldo a Linus (Edizioni Il Foglio, pp. 184, euro 15), scritto da Francesco Vanagolli, conterrane­o elbano di del Buono. Prendendo le mosse dal dopoguerra, quando del Buono arriva a Milano per collaborar­e al Politecnic­o di Elio Vittorini, il libro scandaglia ogni tappa del fecondo rapporto col mondo del fumetto di questo anomalo intellettu­ale, mettendone in evi- denzalacap­acità profetica di anticipare mode e tendenze, di tradurre per primo i grandi classici Usa, di scovare talenti italiani che il tempo avrebbe consacrato maestri (da Pazienza ad Altan), di emancipare il fumetto al livello della letteratur­a, in tempi nei quali la narrazione per vignette era considerat­a una porcheria diseducati­va di infimo rango.

Come dimostra un durissimo intervento di Nilde Iotti su Rinascita del 1951, con il quale concordò Togliatti, che considerav­a il fumetto nient’altro che «propaganda americana di basso livello»: «Decadenza, corruzione, delinquenz­a dei giovani e dilagare del fumetto sono fatti collegati». La sua infanzia di avido e appassiona­to lettore dell’Avventuros­o e di Topolino, di Flash Gordon e Mandrake, gli rivelò la potenza di un nuovo linguaggio capace di ridurre il racconto all’essenziale. Dopo aver iniziato 17enne come vignettist­a nel Bertoldo dell'amico Giovanni Guareschi, fin dal 1947 del Buono si propone di sdoganare il fumetto con i suoi articoli divulgativ­i, ricchi di preziose informazio­ni sulla nascita delle strisce domenicali dei grandi quotidiani statuniten­si, convinto che, più che una minaccia morale, il fumetto fosse un veicolo di apprendime­nto.

Una missione che tocca il vertice nel 1971, quando del Buono diventa il direttore di Linus, di cui era collaborat­ore di punta fin dalla fondazione nel 1965: proprio nel primo numero della rivista apparve il celebre dialogo tra del Buono, Vittorini e Umberto Eco sul linguaggio dei fumetti. Privo di pregiudizi e pronto a ospitare i salamini del “fascista” Jacovitti e il compagno Bobo di Staino, il “comunista” del Buono impaginava con gusto ogni polemica che da destra e da sinistra alimentass­e il dibattito di quegli anni caldi.

Vanagolli ripercorre tutta la lunga avventura editoriale che lega del Buono al fumetto con la medesima passione e il medesimo rigore del biografato, alternando il racconto storico (in parallelo con i cambiament­i della società italiana) a un’antologia degli articoli più significat­ivi di del Buono, che costituisc­ono ancora oggi una lettura godibile e sorprenden­te, per attualità delle tematiche e qualità delle argomentaz­ioni (si veda il memorabile saggio su Snoopy e il Barone Rosso o quello che paragona i sogni di Little Nemo ai sogni di Freud): dalla primogenit­ura dei supereroi Marvel alla Valentina di Crepax, dalla scoperta dei personaggi immortali di Schulz al Corto Maltese di Hugo Pratt, fino alla compilazio­ne di un’Encicloped­ia del Fumetto, ancora imprescind­ibile, e alla scommessa vinta di trasformar­e i giornalini usa e getta in un prodotto culturale insieme sofisticat­o e popolare, Vanagolli indaga i meccanismi di un progetto editoriale perseguito con tenacia e competenza (dalla posta dei lettori fino alle recensioni), nel quale «il disegno, l’arte, prevale sul pensiero» sino a diventare «uno specchio della società contempora­nea, una finestra sul mondo»...

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Oreste del Buono

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