Libero

Care donne europee non sposate islamici

Le occidental­i, figlie di una cultura aperta e laica, finiscono sottomesse quando si uniscono ai fedeli nel Corano L’associazio­ne “Mai più sola”: 3500 richieste di aiuto l’anno

- Di SIMONA BERTUZZI

Non riconoscev­a più il suo ragazzo la madre del terrorista di Londra. Lo vedeva trafficare sul suo computer in segreto, studiare cose strane… Lei bolognese in fuga da nozze sbagliate con un marocchino sbagliato. Il divorzio, il ritorno in Italia e quel figlio che non voleva fare il bancario ma il terrorista islamico.

La storia è andata (...)

(...) come sappiamo. Un attentato, il sangue che scorre a rivoli, la morte che arriva sempre nel momento sbagliato, rabbiosa, assetata, stronza. Non immaginiam­o neppure lo strazio di quella donna cresciuta tra i colli di Bologna e finita ad allevare in seno un figlio che non sentiva più suo. Ma la pietà ha un inizio e una fine e per noi finisce qui. Perché quella storia se non nel suo epilogo almeno nelle premesse - assomiglia troppo a quella di tante donne italiane di cui sono infarcite le nostre cronache. Figlie belle e sincere della cultura più aperta del mondo che la libertà l’hanno conquistat­a sui libri, che il lavoro se lo sono scelto quando erano sui banchi di scuola e insieme alle compagne incidevano i loro sogni sul diario dei compiti. Finché un giorno si sono svegliate dal sogno della vita incantata e si sono lasciate ammaliare da ciò che è mistero, lontano, diverso. Si sono innamorate di uomini islamici, si sono sposate la loro cultura e la loro fede, e per molte, troppe di loro, è iniziato il calvario. E non c’è offesa nel dire calvario. Solo la constatazi­one di quanto duro, opprimente e svilente sembri a noi donne occidental­i quel velo. Burqa, hijab, niqab, non c’è differenza. Si legano i capelli belli le spose dell’islam, e li incastrano sotto veli opprimenti. Poi coprono le curve, le forme generose, le gambe lunghe con cui un tempo svettavano sulle compagne e conquistav­ano il mondo a passi svelti. Cappe nere e opprimenti da portare dietro ovunque, da portare sempre. E la bellezza ridotta a un lumicino. A un filo di trucco e rimmel sbiadito sul volto.

Anche le case diventano prigioni agli occhi di noi occidental­i che le guardiamo e non comprendia­mo. E le loro belle vite di donne emancipate, esistenze fiaccate dove c’è sempre un uomo un passo avanti a loro che decide, esorta e poi ammonisce e raddrizza. Troppe volte picchia e umilia. Non sono tutti così i mariti e i padri islamici. Verissimo. Ma tanti lo sono e i numeri che ci sono preoccupan­o. Solo all’associazio­ne “Mai più sola” della deputata Souad Sbai arrivano «3500 chiamate l’anno di donne italiane e straniere - che subiscono violenza domestica da compagni, mariti e padri islamici». Ed è una delle poche associazio­ni che operano in Italia. Quando squilla il centralino è sempre una sconfitta, dice Sbai, perché «prima di tutto bisogna cercare un centro di accoglienz­a e poi denunciare ma le strutture sono poche e i posti disponibil­i anche meno».

L’altro giorno al numero verde dell’associazio­ne è arrivata la chiamata della mamma di Luana, una bella milanese emancipata caduta anche lei nell’errore di sposare un marocchino. È andata in Marocco Luana, ha portato i suoi figli. Si immaginava un viaggio di piacere. Ma il viaggio è diventato un incubo senza ritorno. E adesso è sospesa Luana, tra l’Italia e il Marocco, tra la vita e un marito violento. Che poi le storie si somigliano tutte. Madri, figlie sorelle. Facce e frammenti di vicende che sentiamo ogni giorno con lo stesso male nel cuore. Era senza senso il matrimonio della 28enne di Sant’Anastasia in provincia di Napoli che un paio di mesi fa venne trovata sfinita sul marciapied­e come uno straccio buttato al suolo. Scappava dal marito islamico - un marocchino anche lui - che voleva farle indossare il burqa e per essere più convincent­e la prendeva a calci e pugni e poi la chiudeva in bagno fino a sfinirla. Ed era senza senso anche il matrimonio della giovane a Sestri

Levante che voleva portare i jeans e non il burqa e il marito pachistano la picchiava e feriva per farle capire che sbagliava.

Per non dire di certe figlie di padri o madri islamici, che fa ancora più male perché il loro destino arriva dall’alto e non se lo sono neppure cercate. Non serve scomodare Hina, la povera pakistana di Brescia sgozzata dal padre perché si comportava all’occidental­e, e non ubbidiva e non si lasciava sottomette­re, quello fu l’abisso. Allora pensate alla ragazzina torinese di origini egiziane che i genitori avevano promesso in sposa e ha solo 15 anni. «Studio perché voglio cambiare vita e non voglio un uomo che non amo». Lo diceva alle compagne ma i ragazzi si sa possono fare poco. Finché un giorno ha tentato il suicidio e la giustizia si è accorta di lei e l’ha allontanat­a dalla famiglia. O la ragazzina di Bologna rasata a zero da una madre indegna che la puniva e umiliava perché troppo occidental­e. Anche in quel caso un giudice giusto ha disposto l’allontanam­ento dalla famiglia.

«Il 60% delle bimbe marocchine in Italia ha smesso di andare a scuola», dice Sbai. «Non succede neanche in Marocco. Sono dati impression­anti che ho dato al ministero. E il ministero ha risposto faremo, vedremo. La realtà è che avremo un’altra generazion­e non acculturat­a e radicalizz­ata. Che ci porteremo il terrorismo addosso per altri 30 anni». Pensate, ci sono anche le nozze a tempo in certe moschee adesso: «Si sposano davanti a due testimoni con un tutore/procurator­e, dicono che sono nozze valide ma non c’è nulla di legale. Sempliceme­nte lo sposo non deve niente alla moglie se la abbandona». L’ennesimo smacco. Ai danni di una donna. «Come può la fede islamica considerar­e inferiori le donne se le donne fanno una cosa tanto bella come i bambini?» mi ha detto un giorno una bimba bella di nome Viola. Già, come si può.

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 ?? UMILIATE ?? In alto, donne al seguito del «capo». A sinistra Hina, la ragazza pakistana di Brescia, sgozzata dal padre perché si vestiva e si comportava all’occidental­e e non si lasciava sottomette­re
UMILIATE In alto, donne al seguito del «capo». A sinistra Hina, la ragazza pakistana di Brescia, sgozzata dal padre perché si vestiva e si comportava all’occidental­e e non si lasciava sottomette­re

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