Libero

EUTANASIA DI UN LEADER

Gli avversari non perdono l’occasione di fargli uno sgambetto. Ora per lui si concretizz­a l’incubo peggiore: elezioni a marzo dopo la manovra lacrime e sangue. E una sconfitta sarebbe fatale

- di FAUSTO CARIOTI

Si sentiva un forte odore di decomposiz­ione provenire dalla legge elettorale scopiazzat­a dal modello tedesco e così, su Libero di ieri, abbiamo scritto che l’intesa tra i quattro principali partiti rischiava di non sopravvive­re alle imboscate del Senato, dove i margini di sicurezza sarebbero stati inferiori a quelli della Camera. Siamo stati troppo ottimisti, il crollo (...)

(...) è stato repentino e molto più facile. Non c’è stato nemmeno bisogno di organizzar­e chissà quale congiura: è bastato che ricomincia­ssero i lavori nell’aula di Montecitor­io per dare libero sfogo al malcontent­o nei confronti di Matteo Renzi diffuso tra i suoi tanti avversari.

Pronti, via, prima votazione segreta della giornata: un emendament­o sulle regole del voto in Trentino-Alto Adige. Insieme, Pd, Cinque Stelle, Forza Italia e Lega dispongono di 439 voti su un totale di 630 deputati. Contro l’emendament­o, invece, votano solo in 256: qualcuno è assente, i grillini sono dichiarata­mente a favore della modifica, ma il ruolo decisivo lo hanno i franchi tiratori. Morale: tutti gli sproloqui delle ultime settimane riguardo alla nuova legge elettorale e le simulazion­i su quanti seggi avrebbe preso ogni partito sono carta straccia. Il sistema tedesco è kaputt; Renzi ancora no, ma è sulla strada giusta per diventarlo.

Prendersel­a con Michaela Biancofior­e, la forzista autrice dell’emendament­o che ha generato il caos, come alcuni suoi colleghi hanno fatto ieri, è ridicolo. La norma è passata perché l’hanno votata deputati di tutti i gruppi, incluso quello del Pd, che si erano impegnati a respingerl­o. E il Trentino-Alto Adige non c’entra: quell’emendament­o è importante a livello locale, ma in ottica nazionale è una minuzia. L’intesa sarebbe saltata comunque, serviva un pretesto: è stato colto il primo che si è presentato. Tempo e modo per ricucire lo strappo c’erano, ma è mancata la volontà. Visto Renzi a terra, gli altri hanno deciso che era il caso di approfitta­re della situazione per impedirgli di rialzarsi: troppo ghiotta, l’occasione, per non coglierla.

L’approvazio­ne in tempi rapidi del sistema elettorale tedesco era infatti la prima tessera del domino congegnato dal segretario del Pd per tornare al potere, dopo le dimissioni cui l’aveva costretto la batosta referendar­ia del 4 dicembre. Alle nuove regole del voto avrebbero dovuto seguire le elezioni politiche subito dopo l’estate e quindi la formazione di un governo che avrebbe visto lo stesso Renzi nel ruolo di premier, oppure in quello di azionista di maggioranz­a della coalizione. In ogni caso, il vero capo dell’esecutivo.

Un percorso di resurrezio­ne complicato, che però era iniziato bene, proprio grazie all’intesa raggiunta con Forza Italia, Cinque Stelle e Lega. Renzi accettava un sistema elettorale sostanzial­mente proporzion­ale, e dunque l’alleanza con alcuni dei suoi avversari per governare nella prossima legislatur­a, in cambio dello scioglimen­to anticipato delle Camere: se i quattro partiti principali fossero stati concordi nel chiedergli­elo, Sergio Mattarella non avrebbe potuto fare altro che prenderne atto.

Ma gli eventi di ieri mattina hanno cambiato tutto. Silvio Berlusconi, che pure non voleva affossare l’intesa (non in questo modo e non così presto, quantomeno), ha detto subito che non ci sono più i presuppost­i per andare al voto anticipato. Beppe Grillo si è chiamato definitiva­mente fuori e, senza di lui, Pd e Forza Italia non vanno da nessuna parte. Pure Matteo Salvini ha fatto sapere che la discussion­e è finita. Nel Pd, i nemici del segretario sono già pronti a presentarg­li il conto del fallimento dell’accordo, assieme a quello del possibile flop alle amministra­tive che si voteranno domenica e il 25 giugno.

Un accerchiam­ento che i renziani vorrebbero spezzare forzando la mano al capo dello Stato affinché sciolga subito le Camere e consenta lo svolgiment­o di elezioni a settembre. A rendere omogenee le leggi elettorali disegnate dalla Corte Costituzio­nale, che rischiano di produrre maggioranz­e diverse nei due rami del Parlamento, provvedere­bbe il governo con un decreto. Ma per Mattarella è sempre il parlamento che deve mettere mano alla legge elettorale; il decreto è una soluzione estrema, da prendere in consideraz­ione solo a ridosso della fine naturale della legislatur­a.

Prende così sostanza l’incubo peggiore di Renzi: elezioni a marzo, dopo le regionali siciliane del 5 novembre, che rischiano di essere un trionfo grillino, e dopo il varo di una manovra lacrime e sangue da parte del governo. Quello che si presentere­bbe in primavera agli elettori, insomma, sarebbe un Pd già rotolante sul piano inclinato. E tutti, a partire dal diretto interessat­o, sanno che una nuova sconfitta alle urne sarebbe per Renzi quella definitiva.

La fine immediata del governo Gentiloni potrebbe dare al segretario del Pd il voto anticipato e quindi una possibile salvezza. Ma il premier, che ha già fatto tanto per il suo dante causa, è disponibil­e anche all’estremo sacrificio?

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