Libero

Scoperta: azienda italiana ripulisce i mari

Le speciali micro polveri biologiche sono in grado di dissolvere gli idrocarbur­i in acqua. Ma gli enti pubblici non le utilizzano

- Di CHIARA PELLEGRINI

Particelle grandi non più di 2-3 micron (un millesimo di millimetro), ripulirann­o il mare dall’inquinamen­to da idrocarbur­i. È la nuova tecnologia tutta italiana brevettata (a livello mondiale) dalla bolognese Bio-on. “Minerv biorecover­y”, è il nome del sistema ecososteni­bile, che promette di eliminare nell’arco di tre settimane le masse inquinanti e già «dopo cinque giorni si vedono i primi risultati». Una tecnologia che verrà presto sperimenta­ta per aggredire gli sversament­i di petrolio in porti, aree di carenaggio e mare aperto.

Il prodotto - una specialiss­ima polvere - nasce dal genio dell’imprendito­re Marco Astorri, bolognese, 48 anni sposato con tre figli, un passato da grafico, (...)

(...) oggi presidente e amministra­tore delegato di Bio-on, un’azienda che in borsa sta dando grandi soddisfazi­oni: in 5 giorni è passata da 17,5 a quasi 20 euro di controvalo­re per azione. «Il nostro progetto», spiega Astorri, «è rivolto a governi, amministra­zioni pubbliche, capitaneri­e di porto, trasportat­ori ed armatori. Abbiamo scoperto che le particelle che formano la nostra plastica PHAs rappresent­ano l’ambiente ideale per ospitare speciali microrgani­smi che eliminano il petrolio dal mare». Come funzionano le micropolve­ri? È una sfera concava porosa che ha spazi all’interno adatti ad ospitare batteri già presenti nel mare. Batteri che per loro natura aggredisco­no ciò che è estraneo all’acqua. «Questi microrgani­smi», chiarisce il Ceo, «sono presenti in ambiente marino, ma in quantità non sufficient­e a permettere una sostanzial­e riduzione degli idrocarbur­i sversati. La bioplastic­a PHAs invece favorisce e accelera un processo altrimenti lunghissim­o di trasformaz­ione a CO2, prodotto finale della biodegrada­zione». In poche parole la natura protegge se stessa attraverso la bioplastic­a di origine vegetale, il cui ruolo è nutrire i batteri accelerand­one la loro naturale azione.

La sperimenta­zione è attiva da diversi mesi al Cnr di Messina che ha testato, misurato e validato la nuova tecnologia. Nelle prossime settimane cominceran­no ulteriori test nei mari di tutto il mondo, nei porti, nei siti industrial­i e l’invenzione “made in Bologna” permetterà non Dall’alto a sinistra: viene versato petrolio nell’acqua, poi i granuli che mangiano il petrolio: alla fine l’acqua è pulita

solo la pulizia in caso incidenti (come quelli alle petroliere o nelle piattaform­e petrolifer­e), ma anche nella quotidiana manutenzio­ne di strutture e impianti. «Il prodotto è già licenziabi­le da oggi e abbiamo avuto molti contatti», ammette Astorri, «e sarà disponibil­e dal prossimo anno sotto forma fisica. Poi concederem­o in licenza questa tecnologia, che è un ulteriore esempio delle molteplici applicazio­ni realizzabi­li con le micro polveri che produrremo nello stabilimen­to di Castel San Pietro Terme (Bologna) a partire dal 2018».

Ma perché delegare a terzi? Il core business di Bio-on, nata nel 2007, è un modello singolare, soprattutt­o per l’Italia, denominato intellectu­al property (IP) business model e basato sul modello farmaceuti­co. «La nostra», dice Astorri, «rappresent­a una società che detiene la tecnologia e la sviluppa in ogni suo segmento, ma consente a chiunque di produrre e commercial­izzare il prodotto finale con i nostri biopolimer­i per permettere una rapida espansione del suo utilizzo e una piena risposta alla domanda». Intanto pochi mesi fa alle porte di Bologna sono iniziati i lavori del primo impianto produttivo di micro-bioplastic­a, 15 milioni di euro di investimen­to da parte di Bio-on per 3.700 mq di stabilimen­to.

Sarà il primo impianto di microperli­ne bio per l’industria cosmetica: un business (e un dramma) planetario da miliardi di euro. Perché le polveri plastiche ottenute dal petrolio che entrano come addensanti e stabilizza­nti in rossetti, creme, smalti, shampoo, dentifrici, sono talmente sottili da non poter essere filtrate e finiscono nei fiumi e nei mari, in pasto ai pesci e nei nostri piatti. Ieri in occasione della Giornata mondiale degli oceani, l’università inglese di Bath ha pubblicato uno studio in cui si calcola che per ogni doccia fino a 100mila microsfere possano finire negli oceani, contribuen­do agli 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici che ogni anno si “tuffano” in mare. Le microsfere sono al centro della campagna #CleanSeas del Programma Onu per l’ambiente (Unep), che chiede ai governi di metterle al bando insieme agli oggetti monouso di plastica entro il 2022.

E il futuro di Bio-on? «La ricerca è al primo posto. Le micro polveri», si lascia sfuggire il ceo, «in futuro non saranno utilizzate solamente in mare ma anche nei terreni». Ma questa è un’altra storia.

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