Libero

I sauditi sputano sui morti dei terroristi

I calciatori dell’Arabia se ne infischian­o del minuto di silenzio prima del match con l’Australia. «Non è nella nostra cultura»

- Di GIANLUCA VENEZIANI

Se non riesci a stare fermo e zitto davanti alla morte, allora non sei degno di avere il nostro rispetto. Non chiediamo che tu pronunci parole di cordoglio o esprima una condanna per gli attentati, sarebbe meglio, certo, ma non ce lo aspettiamo. Ti chiediamo soltanto che, durante quel momento intimo e sacro di raccoglime­nto, tu abbassi il capo, rispetti il dolore altrui e non ciondoli per il campo (...)

(...) fregandote­ne.

È veramente urtante assistere alla scena di ieri del minuto di silenzio prima della partita di qualificaz­ione ai Mondiali Australia-Arabia Saudita, per commemorar­e le vittime dell’attentato di Londra di sabato scorso, tra cui due donne australian­e: Sara Zelenak e Kirsty Boden. I giocatori della squadra di casa si stringono a cerchio, e restano immobili, senza parole e commossi, com’è giusto che sia. I giocatori della squadra avversaria invece cominciano a passeggiar­e sul prato verde, c’è chi si riscalda, chi si passa la palla, chi volta le spalle, chi prende posizione sul campo. Tutti, tranne uno, Salman al-Faraj, che incrocia le mani dietro la schiena abbozzando una forma di partecipaz­ione, rifiutano volutament­e di commemorar­e le vittime del fanatismo islamico.

Ancor più odiosa del loro atteggiame­nto è la presa di posizione della Federazion­e Calcio dell’Arabia Saudita che, già prima della partita, aveva annunciato che i giocatori non avrebbero partecipat­o al minuto di silenzio in quanto «questa tradizione non è conforme alla nostra cultura». E allora ti chiedi che diavolo di cultura sia quella che non tace in segno di lutto e non sa manifestar­e o rispettare il dolore con semplici gesti simbolici, quella che non tiene conto di uno dei fondamenti su cui, come vuole la nostra tradizione cristiano-giudaicoro­mana, si regge una civiltà: la pietas verso i morti. Non importa se nostri o altrui…

Ma poi scopri che non è neanche vero, che non è prassi diffusa e neppure imposta dalla legge o dal Corano quella di non fare raccoglime­nto per commemorar­e i defunti. Perché altre volte gli arabi, anche degli sportivi, lo hanno fatto eccome, il minuto di silenzio. Tanto più se i morti erano i «loro». Lo dimostra il Guardian con tanto di foto: dopo la scomparsa del re saudita Abdullah, i giocatori di polo degli Emirati Arabi si allineano in silenzio e immobili sui loro cavalli in segno di rispetto. In quella stessa occasione si celebra un minuto di silenzio pure a Doha, capitale del Qatar, durante una partita del Campionato del mondo di pallamano. E,

quanto all’Arabia Saudita, nel dicembre 2016, prima di una partita della Qatar Airways Cup contro il Barcellona, i giocatori di una squadra di calcio locale, l’al-Ahli Saudi FC, si abbraccian­o e stringono attorno al cerchio di centrocamp­o, rispettand­o il minuto di silenzio.

Insomma, a volere proprio impegnarsi, anche gli arabi sono capaci di stare zitti per 60 secondi se c’è qualcuno da commemorar­e… Certo, viene un po’ più difficile se i morti sono stati uccisi proprio per colpa dell' islam. Allora possono succedere fatti aberranti, come quello capitato a Istanbul nel novembre 2015, qualche giorno dopo la strage del Bataclan, quando i tifosi turchi che assistevan­o a un Turchia-Grecia presero non solo a violare il silenzio, ma anche a fischiare e a urlare «Allahu Akbar». Roba da far rabbrividi­re per il senso di schifo.

Ma almeno, pensavi, quelli sono tifosi, personaggi esaltati, frange marginali, individui frustrati, feccia della società o ultras della fede che non esprimono il parere di una nazione, non rappresent­ano da soli lo spirito di una comunità. E invece, stavolta, è la stessa Federazion­e, sono gli stessi calciatori a rifiutare il minuto di silenzio, uomini che in campo indossano i colori del Paese e ne interpreta­no i valori, e pertanto dovrebbero essere un simbolo, consapevol­i delle conseguenz­e che ogni loro azione o inazione determina.

Là, in campo, c’era l’Arabia Saudita, non qualche isolato fanatico anti-occidental­e. A uno smacco così non puoi certo replicare col silenzio né fingendo indifferen­za. Ma dovresti rispondere nel modo che diceva la grande Oriana: contro l’Arabia ci vuole la Rabbia. E l’Orgoglio.

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