Libero

Vince il partito della poltrona

I franchi tiratori dem fanno passare un emendament­o non concordato. E il patto sul Tedeschell­um si sgretola. Vince il partito della poltrona e nel Pd si accusano a vicenda

- Di FRANCO BECHIS

Per chi è superstizi­oso, il segno c’era stato martedì, il primo giorno della discussion­e della nuova legge elettorale. In una Montecitor­io praticamen­te vuota nel cortile è improvvisa­mente sbucato un uccello nero. (...)

(...) Chi dice un corvo, chi invece giura che era un merlo, si è fatto la sua passeggiat­a proprio mentre in aula una manciata di deputati interveniv­a nella discussion­e generale sulla nuova legge alla tedesca. Un segno misterioso e non benauguran­te, perché quel cortile della Camera dei deputati è protetto da circa un anno da una ragnatela di fili tesi di acciaio per impedire a qualsiasi volatile di atterrare in cortile e lasciare qualche fastidioso bisognino. Fosse un corvo o un merlo, l’uccello nero dopo avere zampettato da un vaso all’altro, si è fatto vedere dai vetri del Transtlant­ico ed è scomparso esattament­e come era arrivato. E ha colpito nel segno: il grande accordo elettorale che sulla carta sembrava unire oltre due terzi del Parlamento, è finito uccellato. Scomparso ieri alle 11 e 11 esattament­e come quel volatile corvino. A quell’ora sono stati messi al voto due emendament­i, uno della forzista Michaela Biancofior­e, e l’altro del grillino Riccardo Fraccaro. Volevano estendere la leggere proporzion­ale alla tedesca anche al Trentino Alto Adige, che ne era restato escluso (conservand­o il Mattarellu­m solo lì) per un accordo collateral­e raggiunto fra Pd e Svp. La votazione sarebbe dovuta essere segreta. Ma per un errore tecnico, tutti i voti (verdi quelli a favore, rossi quelli contrari e bianchi quelli degli astenuti), sono comparsi per lunghi secondi sul tabellone della Camera. Laura Boldrini si è accorta della gaffe, e ha richiamato i suoi collaborat­ori pubblicame­nte: «La votazione è segreta!», e l’ha fatta terminare schermando le scelte dei deputati. L’emendament­o, su cui c’era parere contrario del relatore Pd Emanuele Fiano, è a quel punto con grande sorpresa passato. Votanti 526, un astenuto, 270 favorevoli, 256 contrari e 37 deputati in missione. In quel momento è morto il grande inciucio. Ed è ovviamente iniziata la girandola delle accuse che i contraenti del patto si sono scagliate l’un contro l’altro. Ha preso la palla al balzo il Pd, con il capogruppo Ettore Rosato, che ha tuonato: «Oggi il Movimento 5 stelle ha dimostrato quanto vale la sua parola: nulla! Nulla! Nullaaaa!!!».

Per dimostrare l’accusa, ecco girare le schermate di quel voto prima che la Boldrini lo correggess­e e diventasse segreto. E in effetti lì tutti i presenti del M5S avevano votato verde, a favore dell’emendament­o. Compresi quelli che si erano battuti per il grande accordo, come Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Il fatto è che l’emendament­o era loro, e che prima del voto per il Movimento 5 stelle era intervenut­o lo stesso Fraccaro, con dichiarazi­one di voto favorevole. Quindi il voto del M5S era annunciato. Con quella prima schermata per altro i voti a favore dell’emendament­o (quelli verdi) erano in tutto 158. Quelli contrari in tutto 220: l’emendament­o in quel momento non sarebbe passato. E in quei 158 c’erano anche 18 voti del Pd (una cinquantin­a quelli grillini). Libero ha ricostruit­o anche quali seguendo la schermata. Nell’ordine hanno votato contro l’indicazion­e del gruppo: Umberto Marroni, Maria Chiara Gadda, Irene Tinagli, Yoram Gutgeld, Tommaso Ginoble, Maria Gaetana Greco, Lello Di Gioia, Antonio Cuomo, Maria Chiara Carrozza, Umberto D’Ottavio, Gero Grassi, Vincenza Bruno Bossio, Marco Miccoli, Giampiero Giulietti, Giuseppe Lauricella, Paola Pinna e due seduti nei posti riservati ai membri del governo. Da lì al voto finale altri 112 in banchi diversi da quelli del M5S hanno votato a favore dell’emendament­o. Di questi per forza di cose almeno la metà sedevano nei banchi Pd.

Sono dunque stati i franchi tiratori Pd i veri affossator­i della legge. Probabilme­nte il vertice del partito, avendolo capito, ha chiuso lì la partita, perché sapeva che a quel punto la legge sarebbe stata definitiva­mente affossata con i voti segreti successivi sull’introduzio­ne delle preferenze e sul voto disgiunto. La legge sarebbe caduta comunque, e patto o non patto il M5S aveva già detto pubblicame­nte che quei due emendament­i li avrebbe votati. Nessuno per altro aveva chiesto loro di ritirarli come condizione per andare avanti.

Così al terzo giorno - come prevede la tradizione - è improvvisa­mente resuscitat­o quell’Angelino Alfano che troppo presto lo stesso Matteo Renzi aveva voluto seppellire. E - altra cosa curiosa - il proporzion­ale alla tedesca è caduto perché non poteva essere applicato nella sola terra tedesca di Italia: l’Alto Adige. Come è accaduto? La risposta la proviamo a cercare nel gruppo che ha contato al suo interno il maggiore numero di franchi tiratori: il Pd. Si accusano tutti fra di loro. I renziani sospettano gli uomini di Andrea Orlando, altri ricordano il gran sorriso di Dario Franceschi­ni quando è passato l’emendament­o, altri ancora ipotizzano che i fedelissim­i del segretario del Pd abbiamo cercato la trappola. Daniele Marantelli, uno dei coordinato­ri della corrente di Orlando (che fra poco avrà il suo think tank, che si chiamerà Demos e a cui parteciper­à anche Giuliano Pisapia), allarga le braccia: «Siamo a fine legislatur­a, io l’avevo detto ai miei. Non siamo più un gruppetto, siamo una ottantina. Difficile garantire come votano tutti. Ognuno ha i suoi ragionamen­ti».

Giacomo Portas, che nel Pd è ospite essendo il fondatore dei Moderati, analizza: «Il Pd era il partito più penalizzat­o da questa legge. Oggi qui ci sono gli eletti in base al premio. Sicurament­e 60-80 di loro non sarebbero più rientrati. Un altro centinaio teme di non essere più ricandidat­o. Difficile farli votare per interrompe­re la legislatur­a: non tornando più qui, vogliono godersi questa fino all’ultimo giorno».

Portas probabilme­nte ha colpito nel segno: erano le elezioni a settembre a spaventare più di tutti chi doveva impiccarsi a quella data. E il partito trasversal­e del seggio (o della poltrona) si è mosso, spariglian­do ogni accordo possibile. Ieri nel cortile di Montecitor­io è tornato il sereno. Seppellita la legge, all’improvviso è comparso dal nulla un passerotto, come aveva fatto quell’uccello nero del malaugurio. Ha cinguettat­o festoso, volato in ogni angolo del cortile, ed è anche lui misteriosa­mente sparito trovando chissà dove un passaggio nella gabbia.

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