Libero

E adesso si riparte dalle preferenze Nessuno sarà più sicuro del posto

- FOSCA BINCHER

Chi ha fatto lo sgambetto ai tessitori del grande accordo sulla legge elettorale, forse ha fatto male i suoi conti. Perché aveva due obiettivi principali: fare durare la legislatur­a fino alla fine, e cercare di rendere il prossimo parlamento il meno faticoso possibile da raggiunger­e.

La caduta del Tedeschell­um che aveva elaborato Emanuele Fiano potrebbe invece accelerare la fine della legislatur­a. Ieri la Camera dei deputati, in cui il Pd da solo aveva quasi la maggioranz­a assoluta dei voti (282 su 316 necessari), ha dimostrato plasticame­nte che non è in grado di assicurare più alcun provvedime­nto. La vicenda della legge elettorale ha per altro provocato ferite difficilme­nte rimarginab­ili con un alleato fondamenta­le per avere i numeri per governare, come Ap di Angelino Alfano. Qualche sassolino dalla scarpa potrebbero togliersel­o su qualsiasi argomento, alla Camera ma soprattutt­o al Senato. Nei giorni scorsi quel gruppo parlava di Matteo Renzi con toni che mai si erano sentiti nemmeno dal M5s. La cosa più carina che usciva dalla bocca di un moderato alla Fabrizio Cicchitto era «quello è un pazzo». E anche se i centristi non sono naturalmen­te portati allo sgambetto, quello sfottò pubblico di Renzi all’Alfano già messo ko dal nuovo accordo elettorale, rischia di portare alla vendetta. Da oggi in poi ogni giorno il cammino del povero Paolo Gentiloni sarà su un tappeto di lava bollente, e non sono pagate molto dai bookmakers le previsioni di una legislatur­a che in queste condizioni duri fino alla fine.

Se tutto precipita, gli avversari del grande inciucio rischiano di votare con il sistema più pericoloso per tutti. Perché le due leggi elettorali oggi in vigore sia alla Camera che al Senato, per come sono state disegnate dalla Consulta, si basano sulle preferenze. Al Senato tutti e 315 i prossimi eletti dovranno farsi la gara l’un contro l’altro armato a suon di indicazion­i degli elettori. Alla Camera si salveranno un centinaio di capilista bloccati, ma oltre 500 deputati dovranno fare la corsa tradiziona­le a suon di preferenze come non accade più in Italia dall’inizio degli anni Novanta. Sono due le conseguenz­e principali. La prima è che nessun leader di partito potrà più garantire ai propri fedelissim­i un posto sicuro in Parlamento,

perché sono troppo poche quelle 100 caselle disponibil­i rispetto agli aspiranti. Quindi nessun leader politico potrà pensare - Renzi in testa - a costruire il prossimo parlamento disegnando il gruppo a propria immagine e somiglianz­a. Gli eletti saranno molto meno controllab­ili di quel che è avvenuto in questi anni. La seconda conseguenz­a è che tornano a contare sia i soldi a disposizio­ne di ciascuno sia gli antichi pacchetti di voto ancora disponibil­i per fare la campagna elettorale e sperare di vincerla. Bisognerà mettere molti soldi in quella campagna elettorale, e i rischi si alzano vertiginos­amente. Ma soprattutt­o i più vecchi capi bastone delle correnti o delle signorie locali usciranno dalla rottamazio­ne e torneranno indispensa­bili ai loro partiti.

Non ce ne sono più moltissimi, ma non ne mancano soprattutt­o nel Pd e in Forza Italia (il M5s dalle preferenze non è certo favorito). Le leggi della consulta sono quindi un guaio vero almeno per renzi e Silvio Berlusconi, che però ora hanno margini davvero ristrettis­simi per cercare di cambiarle e mettere una pezza.

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