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Renzi si illude: decreto e poi subito al voto

Per il segretario dem questo Parlamento non ha più niente da dire. Il suo piano prevede di presentare una legge che modifichi il Consultell­um e andare alle urne in autunno. Ma sicurament­e troverà l’opposizion­e di Mattarella

- TOMMASO MONTESANO BIRRA IN TERRAZZA RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Al voto comunque a settembre. Dopo il varo di un decreto del governo che armonizzi le due leggi elettorali sopravviss­ute alla tagliola della Corte costituzio­nale: Italicum alla Camera e Consultell­um al Senato. Dopo il naufragio del «patto a quattro» sul sistema proporzion­ale alla tedesca, Matteo Renzi fa calare il sipario - «basta con la legge elettorale, non ci fidiamo più» - e studia le opzioni per centrare comunque l’obiettivo: votare il prima possibile. E il Quirinale «che conosce benissimo le dinamiche parlamenta­ri» - ecco il salto di qualità del segretario dem non può che prendere atto di un Parlamento «bloccato».

Incassato il ritorno del testo in Commission­e, il segretario convoca la segreteria al Nazareno. «Si fanno le Amministra­tive e dopo si deciderà», prende tempo Matteo Richetti, il portavoce del caminetto renziano. «Ci siamo presi 48 ore per capire come evolve la situazione...», aggiunge Matteo Ricci, sindaco di Pesaro.

Le reazioni del quartier generale dopo l’incidente che a Montecitor­io affossa il «Fianum» ufficialme­nte non lasciano margini. «Le condizioni per favorire un accordo non ci sono più. Ci sono le sentenze della Corte costituzio­nale», mette a verbale Lorenzo Guerini, il braccio destro del premier.

Le sentenze della Consulta. Sempre lì si torna. Escluso, al momento, un ritorno al tavolo con le altre tre parti del patto - «la legge elettorale è morta, i Cinque stelle l’hanno ammazzata» - Renzi prova a guardare avanti. Al Nazareno va per la maggiore quanto sintetizza Matteo Orfini, il presidente del partito: «Abbiamo provato col Mattarellu­m, abbiamo tentato col tedesco... Ci sono due leggi elettorali per definizion­e auto-applicativ­e, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle. Punto».

Un passo che presuppone l’entrata in scena sia del governo di Paolo Gentiloni, che dovrebbe materialme­nte scrivere il decreto per armonizzar­e le due leggi, sia soprattutt­o il Quirinale, cui spetterebb­e sempre l’ultima parola per le urne. Ma di fronte a Sergio Mattarella, questo è il ragionamen­to che Renzi fa con i suoi, «il Pd non ha nulla da rimprovera­rsi. Sono i 5 Stelle che cambiano idea ogni giorno». Parole che anticipano la linea di condotta che sarà adottata nei confronti del Colle, con il quale già ieri sono andati in scena i primi contatti informali: basta «gioco dell’oca» in Commission­e, piuttosto meglio un decreto di Palazzo Chigi, squisitame­nte tecnico, per aprire le urne.

Le ombre, anche in questo caso, non mancano, visto che il decreto andrebbe comunque convertito in legge e lo scenario stile Vietnam andato in scena ieri mattina non aiuta. A partire dal ruolo che hanno avuto gli stessi deputati del Pd nel voto sull’emendament­o Biancofior­e che ha provocato la rottura. Più di un parlamenta­re rivela che parecchi dem, approfitta­ndo del voto segreto, hanno contribuit­o a picconare il «patto a quattro». I sospetti chiamano in causa le componenti della minoranza, in primis gli uomini vicini al Guardasigi­lli, Andrea Orlando, Nella foto piccola il panorama di Firenze ripreso da una terrazza della città. L’ha postata Renzi su Facebook: “... Oggi bisognereb­be dare sfogo alla rabbia... Poi un amico ti offre una birra su una terrazza... E ti si allarga il cuore” [LaPr.]

contrari alla fine anticipata della legislatur­a.

Poi c’è da considerar­e la contrariet­à del Colle, per il quale il decreto sarebbe possibile solo a ridosso della fine naturale della legislatur­a, che da calendario sarebbe tra otto mesi. Mattarella, che lascia filtrare la propria «preoccupaz­ione» per quanto accaduto a Montecitor­io, non considera ancora chiusa la strada di un accordo parlamenta­re, magari attraverso la ripresa del dialogo con le forze minori, della maggioranz­a e non, contrarie al «Fianum»: Alternativ­a popolare, Mdp, Sinistra Italiana e Ala-Scelta civica. Una strada, però, che in queste ore il Pd renziano non sembra voler imboccare: «Abbiamo già fatto una fatica enorme ad accettare il proporzion­ale, ulteriori sforzi al ribasso non arriverann­o». Il leader di Alternativ­a Popolare e ministro degli Esteri Angelino Alfano [LaPresse]

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