Libero

ROBERTA CATANIA

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Evviva, ci sono decine di donne italiane che hanno sposato un musulmano e sono felici. Almeno è quello che dicono loro, usando l’hashtag “hosposatou­nmusulmano” che da tre giorni raccoglie foto gioiose sui social network. E i social network, si sa, poche volte raccontano la vita reale, ma spesso fanno da vetrina alla vita che si vorrebbe e che, intanto, si mostra agli altri.

Ovviamente non sono questi i casi, Anzi, siamo sicuri che siano uscite allo scoperto le (statistica­mente poche) unioni ben riuscite tra culture così distanti, ma non bisogna comunque sottovalut­are il consiglio che dava Libero in edicola il 7 giugno scorso: «Care donne europee, non sposate islamici». Sotto la necessaria sintesi del titolo, era ben spiegata l’origine dell’articolo, che partendo dai recenti fatti di cronaca invitava a valutare i rischi di un «matrimonio pericoloso». L’esempio sciorinato nelle prime righe deve far riflettere. Non è un’opinione, non è una foto lanciata in Rete dopo averla ritoccata con i filtri e un po’ di photoshop, è purtroppo la dura realtà con la quale si è scontrata un’italiana, una donna di Bologna. Valeria ha perso suo figlio a Londra, nell’ultimo attentato consumato in nome dell’Isis. Non era una delle vittime, ma forse è stato anche peggio. Youssef Zaghba, 22 anni, mamma italiana e papà maghrebino è uno dei tre attentator­i del London Bridge. Valeria l’ha detto in tutti i modi che conosce: «Le scuse non bastano» e non vuole neppure andare in Inghilterr­a a riprendere quel figlio nato da un matrimonio sbagliato, che nonostante tutte le difficoltà le aveva dato due figli meraviglio­si, che piano piano avevano preso strade così differenti che ormai era sempre più difficile riconoscer­si. La figlia, 25 anni, ha scelto di crescere all’occidental­e e Youssef, fratello minore, chissà come, è diventato un terrorista: integralis­ta come non è il papà, che in Siria si impegna ad aiutare le persone che ne hanno bisogno. Eppure il mix delle due culture ha dato vita a un ibrido che ripeteva spesso di voler tornare «dove c’è il vero Islam», rincorrend­o un’origine più remota. «Aveva lo sguardo spento», ripete oggi valeria, che confessa: «Da tanto tempo non lo riconoscev­o più».

E allora, ben venga se di risposta all’articolo di Libero è partita una campagna che vuole mostrare tutto il bello che c’è nello sposare un musulmano; salvo poi addentrars­i nei profili Facebook di chi pubblica foto di dieci anni prima con commenti melensi e oggi, con più rughe e meno luce negli occhi, si sfoga delle difficoltà culturali che acuiscono i normali scontri di coppia.

Il punto è che la cronaca è piena di casi in cui mariti e padri islamici impongono (il più delle volte con la violenza) le regole di una religione integralis­ta. Il velo, camminare un passo dietro a loro, l’obbedienza e la totale dedizione. Basta digitare su google «sposare un musulmano» per avere a portata di mano le regole che contraddis­tinguono una buone moglie. «La migliore delle spose è quella che rallegra il suo sposo quando questi la guarda, gli obbedisce quando questi le chiede qualcosa, e non fa della sua persona o dei suoi beni delle cose che egli aborrisce». E ancora: «Gli uomini hanno autorità (qawamûn) sulle donne, in ragione dei favori che Allah accorda loro su di esse, e perché spendono (per esse) i loro beni…». Non sono interpreta­zioni, sono passi del Corano. Il Profeta, ha lasciato scritto anche dei doveri sessuali della moglie: «Gli angeli maledicono fino al mattino la donna che trascorre la notte abbandonan­do il letto del suo sposo». Le parole non rendono l’idea, forse i numeri degli ospedali che curano le mogli - italiane e straniere sono più efficaci: ogni anno sono almeno 3.500 le chiamate per chiedere aiuto. competente a valutare le richieste di asilo, e in particolar­e le norme sull’attraversa­mento clandestin­o, non sono applicabil­i», sostiene l’avvocato generale, Eleanor Sharpston, nelle sue conclusion­i su due casi finiti davanti ai giudici di Lussemburg­o di rifugiati che hanno presentato domanda d’Asilo in paesi diversi da quelli di primo ingresso. I ricorsi erano stati presentati da un cittadino siriano che aveva chiesto protezione internazio­nale in Slovenia e da alcune famiglie afgane che avevano presentato domanda di asilo in Austria. Tutti erano prima transitati dalla Croazia che, a norma del regolament­o Dublino III, avrebbe dovuto essere il Paese competente a valutare le domande, trattenend­o i migranti sul suo territorio. La Grecia è sospesa da Dublino per le pessime condizioni di detenzione dei rifugiati.

E.PA.

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