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Trump smentisce Comey: «Ha mentito sui colloqui»

L’ex capo dell’Fbi al Senato americano nega che il presidente sia indagato e ammette di non aver avuto il coraggio di procedere contro la Clinton

- GLAUCO MAGGI NEW YORK UNA BOLLA DI SAPONE

«Contrariam­ente a quanto scritto in numerosi articoli prima dell’audizione, Comey ha finalmente confermato pubblicame­nte ciò che ha ripetutame­nte detto al presidente in privato: il presidente non era sotto indagine come parte di qualsiasi prova nell’interferen­za russa». La reazione a caldo di Trump, affidata a un comunicato dei suoi legali, è di soddisfazi­one per il contenuto degli scambi di ieri tra i senatori della Commission­e Intelligen­ce e l’ex direttore dell’Fbi. «Comey ha anche ammesso che non un singolo voto è stato cambiato come risultato di qualsivogl­ia interferen­za russa», ha aggiunto il presidente, che «si è sentito completame­nte vendicato dalla testimonia­nza».

Comey, nell’audizione, ha spiegato il motivo per cui ha scritto i memo. «L’ho fatto dopo ogni nostro incontro, e dopo ogni telefonata, per la natura della persona che avevo davanti». In pratica ha accusato Trump di essere persona inaffidabi­le e di mentire, e quindi si voleva tutelare con una «registrazi­one a memoria» dei colloqui da utilizzare a tempo debito. Il «campo» del presidente, però, ha disputato con fermezza le ricostruzi­oni di Comey, e quindi la situazione è quella classica di una «parola contro l’altra». Ciò che è emerso senza equivoci è che per tre volte Comey aveva assicurato Trump, in gennaio e nei mesi successivi, che non era sotto inchiesta personalme­nte.

Solo eventuali vere registrazi­oni, se Trump le possiede, potranno comunque stabilire una volta per tutte quanto avvenuto tra i due. In caso contrario, sarà l’inchiesta senza appello che sta conducendo sulle intromissi­oni russe nelle elezioni Usa lo «special counsel» Bob Mueller a dare la risposta al quesito fondamenta­le: c’è stata ostruzione della giustizia? Per la verità, Comey ha ammesso in varie risposte, di non aver ricevuto pressioni da nessuno nell’amministra­zione, dal presidente in giù, per bloccare la indagine su Russiagate. Lo stesso hanno testimonia­to in precedenza tutti i capi delle agenzie di intelligen­ce, e lo stesso vice di Comey, Andrew McCabe. Ma «non spetta a me decidere se quanto ho riferito costituisc­e ostruzione della giustizia», ha poi aggiunto Comey a proposito delle frasi «io spero che tu lasci andare Mike Flynn, è un bravo ragazzo», «ho bisogno di lealtà, e me la aspetto» e «che cosa possiamo fare per sollevare la nuvola (della indagine su Flynn) dalla mia capacità di governare con efficacia?». Comey ha interpreta­to «io spero» come una pressione, ma alla domanda sul perché non abbia denunciato questa «pressione» (che sarebbe reato) al suo superiore, o perché non si sia dimesso per non poter lavorare con indipenden­za, ha balbettato: «Ero choccato. Magari avrei dovuto avere più coraggio».

Dagli scambi con i senatori sono usciti anche particolar­i inediti. Anche se non è propriamen­te una «notizia», sentire dall’ex capo dell’FBI che il New York Times ha mentito su Trump e la Russia era inatteso. Alla richiesta di commentare l’articolo del 14 febbraio, quello storico del memo, secondo cui «i funzionari della campagna di Trump ebbero ripetuti contatti con i servizi segreti russi», Comey ha scandito: «In sostanza, non era vero». Comey ha anche rivelato d’aver dato a un amico, un professore di legge della Columbia, una copia del memo sul colloquio con Trump, affinché ne facesse arrivare Sopra, il giuramento dell’ex direttore dell’Fbi, James Comey, dinanzi alla commission­e per l’Intelligen­ce del Senato americano, a Washington; a fianco, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alla Casa Bianca [LaPresse]

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