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Quattro atenei italiani tra i primi duecento? Un piccolo passo avanti

- GIORDANO TEDOLDI RIPRODUZIO­NE RISERVATA

Per la prima volta quattro università italiane compaiono nella classifica delle prime 200 del mondo, stilata da Qs World University Ranking. La notizia è stata accompagna­ta da uno strano entusiasmo, da un ottimismo a dire il vero un po’ isterico. Certo, un piccolo passo avanti. Ma guardiamo la classifica nel dettaglio, e vediamo se i rettori, i professori, gli studenti italiani hanno motivo di festeggiar­e.

A dominare, come sempre, sono le università americane, con al vertice le Tre Grandi: il mitico “Mit” - Massachuse­tts Institute of Technology di Boston -, Stanford e Harvard. Seguono i grandi atenei inglesi, Cambridge e Oxford (che sono anche tra i più antichi al mondo) e al decimo posto troviamo la prima università europea, il Politecnic­o di Zurigo. Il fatto nuovo è l’ascesa delle università asiatiche, con l’Università tecnologic­a Nanyang di Singapore all’undicesimo posto, e al venticinqu­esimo un’università cinese, la Tsinghua.

Per trovare la prima università italiana, bisogna scorrere giù un bel po’, alla posizione 170, dove sta il Politecnic­o di Milano che è salito di tredici posti. Alla 188 c’è l’Università di Bologna (rimonta di 20 posti), e alla 192, ex aequo, la Scuola superiore Sant’Anna e la Normale di Pisa, che fanno la loro prima apparizion­e nelle prime duecento del mondo. Ecco qui il motivo di tanta soddisfazi­one: quattro università italiane sono nella coda della classifica, con un relativo progresso rispetto all’anno scorso. Bene. Ma se vediamo come, all’estero, è stata commentata la classifica, apprezziam­o la differenza tra un giudizio imparziale, critico, tipico di chi è abituato all’eccellenza nel campo educativo, e quello fazioso di chi, come noi, vive malinconic­amente di glorie passate. Il quotidiano inglese Guardia n, per esempio, nonostante il quinto e sesto posto di Cambridge e Oxford, si interroga sulla «perdita di competitiv­ità» delle accademie britannich­e, e le accusa di non fare abbastanza ricerca o, per meglio dire, accusa lo Stato e i privati di non aver assegnato fondi sufficient­i alla ricerca. Si sofferma poi su un’altra questione, che per noi sembra distante quanto la Luna: la crescente internazio­nalizzazio­ne degli studi superiori, cioè la capacità delle università di attirare studenti di talento da tutto il mondo. A questo proposito, tanto le università americane che quelle inglesi, mostrerebb­ero un indebolime­nto.

Dunque, nessuno vuole guastare la festa alle quattro università italiane elencate nella classifica, ma ci sarà pure un motivo se l’ateneo di Bologna, cioè il più antico del mondo, si trova alla 188esima posizione, mentre quello di Oxford, il secondo più antico, alla sesta. Il rischio da scongiurar­e, insomma, è che alla luce di minimi segnali di migliorame­nto, si pensi che il nostro sistema accademico (ma tutto quello educativo in generale, scuola dell’obbligo soprattutt­o) non sia in condizioni critiche. Possiamo ripeterci fino a sazietà la storia prestigios­a e venerabile dei nostri atenei, e compiacerc­i che la prima laureata al mondo fu Elena Lucrezia Cornaro, cittadina della Repubblica di Venezia addottorat­a in filosofia all’università di Padova (nata da una scissione di quella bolognese), ma siamo costretti a ricordare che sono passati molti secoli da quei fasti, e che a leggere attentamen­te la classifica, l’Italia arranca nel contesto di un’Europa che, a sua volta, cede il passo. Le civiltà più vitali, più reattive, non sono quelle che si compiaccio­no oziosament­e di se stesse, ma quelle che sanno impietosam­ente criticarsi. Anche in questo, l’Italia dimostra di non essere più vitale.

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