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Un altro anno di tassi bassi Ma torna lo spettro-spread

Draghi tiene duro: gli interessi resteranno rasoterra ben oltre la fine del Qe Senza lo scudo Bce però i Paesi ad alto debito rischiano attacchi speculativ­i

- UGO BERTONE

Mario Draghi non depone il bazooka. Certo, c’è una piccola concession­e a favore dei falchi, primo fra tutti il presidente della Bundesbank Jens Weidmann: dal comunicato, al termine della riunione del direttorio della Bce in trasferta a Tallin, scompare il riferiment­o alla possibilit­à di portare i tassi «più in basso», nel caso lo richiedess­e la situazione economica e finanziari­a. Ma chi può seriamente pensare ad un ulteriore calo dei tassi in un momento di ripresa?

In cambio Draghi ha ottenuto dal direttorio, che lo ha sostenuto senza eccezioni una conferma piena e quasi inattesa della politica espansiva della Banca centrale. Non si è parlato di “tapering”, cioè del taglio degli acquisti di titoli da parte dell’istituto di Francofort­e, come avrebbero gradito i tedeschi. La Bce, quindi, continuerà a comprare titoli per 60 miliardi di euro al mese. Fino a dicembre, come previsto dai programmi. O anche più in là, se «le prospettiv­e diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziari­e» lo renderanno opportuno. Qualcosa di più di una conferma della linea di questi mesi. Soprattutt­o perché nel comunicato viene ancora una volta precisato che i tassi saliranno solo «ben oltre» la fine degli acquisti.

Tiene, insomma, la linea di Draghi nonostante si moltiplich­ino i segnali di ripresa per l’Eurozona: Per il 2017, l’Eurotower prevede ora un incremento del Pil pari all’1,9% (rispetto al +1,8%), mentre nel 2018 la crescita dovrebbe essere del l’1,8% (da 1,7%). Migliora anche a 1,7% la stima per il 2019 (da 1,6%). Ma non esiste per ora il rischio che questi numeri, che comunque danno ragione alle scelte compiute dalla banca centrale contro il parere dei tedeschi, possano provocare un boom dei prezzi. Complice la frenata del petrolio, l’inflazione scende invece che salire: solo +1,5% per il 2017 e l’1,3% per il 2018 in calo rispetto alle stime precedenti.

Il trend non dovrebbe cambiare nel 2019, quando l’inflazione, secondo le stime della commission­e, non andrà oltre l’1,6%, assai al di sotto dell’obiettivo previsto dalla banca centrale (poco sotto il 2%).

Insomma, la deflazione non fa più paura ma la congiuntur­a è ancora fragile, per giunta esposta alle intemperie di una situazione internazio­nale ad alta tensione. L’azione di Draghi ha scongiurat­o ancora una volta il rischio di un aumento del costo del denaro (fermo il tasso principale a livello zero, quello sui depositi delle banche in negativo dello 0,4%) ed ancor di più della cessazione del Qe, unica fonte di approvvigi­onamento delle banche di casa nostra, disertate dalle contropart­i internazio­nali. Ma le trincee, si sa, non possono essere difese all’infinito. Che succederà all’Italia quando, prima o poi, la politica monetaria della Banca centrale tornerà normale?

«Il nostro mandato - è stata la risposta del banchiere - è la stabilità dei prezzi, non di fornire supporto ai bilanci dei singoli paesi». Ma, smessi per un attimo i panni dell’arbitro sopra le parti, Draghi si concede una notazione più politica: «Ci sono sempre Paesi che si muovono in anticipo e altri che si muovono in ritardo. È ovvio che i Paesi con bassa crescita, debole posizione di budget e in ritardo sulle riforme struttural­i soffrirann­o di più. L’elemento chiave è resuscitar­e la crescita».

Per la cronaca il tasso di crescita dell’Italia nel 2018, secondo l’Ocse, sarà dello 0,8%, un punto sotto la media dell’eurozona.

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