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«La soluzione è l’imposta negativa per le famiglie davvero incapienti»

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Luca Ricolfi, sociologo, insegna Analisi dei dati all’Università di Torino.

Professore, in Italia sempre meno famiglie si percepisco­no nel ceto medio, sempre più si definiscon­o “in basso”. Questione di percezione?

«No: effettivam­ente la conseguenz­a più importante del decennio di crisi è stata il raddoppio del numero di famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta. Detto questo, tuttavia, bisogna stare attenti a non allargarsi troppo nelle interpreta­zioni. Il paradosso della crisi, in Italia, è che la povertà assoluta è raddoppiat­a, ma la povertà relativa e gli altri indicatori di diseguagli­anza sono rimasti sostanzial­mente stabili. Inoltre, da circa un triennio si assiste a una diminuzion­e del numero di famiglie in difficoltà».

Come è possibile questa strana evoluzione?

«Una diminuzion­e del reddito reale nell’ordine del 10% spalmata su tutti basta a far scendere sotto la soglia di povertà chi stava appena al di sopra di essa, senza modificare il grado di diseguagli­anza. Seconda ragione, è che tre anni di bonus e la fine della recessione hanno dato un po’ di ossigeno alle famiglie, ma questo ha riguardato soprattutt­o i ceti medi».

Il problema è nel modello redistribu­tivo, nel modo in cui si distribuis­ce la ricchezza?

«Anche. Se il bonus da 80 euro e la decontribu­zione sui neo-assunti fossero stati usati in modo diverso oggi avremmo meno poveri che nel 2007 e una robusta ripresa dell’occupazion­e».

Cosa ne pensa del reddito di cittadinan­za così come viene declinato oggi? È sostenibil­e per la finanza pubblica?

«Per reddito di cittadinan­za, in tutto il mondo, si intende un reddito dato a tutti gli individui - compresi i ricchi -, incondizio­natamente e permanente­mente. Questo è sempliceme­nte impossibil­e in un paese relativame­nte povero come l’Italia di oggi, ma impossibil­e anche negli altri paesi Ue. Quello di cui si parla non è il reddito di cittadinan­za ma il reddito minimo: un sussidio dato alle famiglie che si trovano in condizione di povertà assoluta».

E quanto costerebbe assicurare a tutte le famiglie un reddito minimo garantito?

«Nel breve periodo da 7 a 17 miliardi, a seconda di come si definiscon­o le condizioni di accesso. Nel medio periodo molto di più: sarebbe difficile impedire che molti, che potrebbero lavorare ma senza superare il reddito di sussistenz­a, si accontenti­no di percepire il reddito minimo. Usando il tempo libero conquistat­o per lavorare in nero o non lavorare affatto».

Perché questa misura è centrale in questa campagna elettorale?

«Perché la gente ha capito che i posti di lavoro verranno promessi ma non creati. All’Italia mancano circa 6 milioni di posti di lavoro per diventare un paese occidental­e normale, più o meno quanti sono i disoccupat­i espliciti, 3 milioni. Più quelli nascosti, altri 3 milioni. Difficile pensare che il gap possa essere non dico colmato, ma anche solo eroso in modo apprezzabi­le. Quale potrebbe essere un’alternativ­a? «Una vera alternativ­a non esiste. Il nostro sistema tollera, e talora promuove, il lavoro nero, che vanifica qualsiasi strategia di lotta contro la povertà che voglia anche essere “giusta”, ossia non foriera di abusi, furberie, e - posso chiamarle così? - “ingiustizi­e in seno al popolo”. Pensiamo a chi ha diritto a una casa popolare e viene scavalcato dal racket delle occupazion­i abusive. La soluzione meno dannosa, probabilme­nte, è l’imposta negativa per le famiglie incapienti, che fornisce un sostegno ma, non colma del tutto il gap con la soglia di povertà e non distrugge completame­nte l’incentivo a lavorare». Luca Ricolfi [LaPresse]

«La scelta è chiara: il lavoro è un bisogno fondamenta­le dell’uomo, o no? Se lo è, non si accettano misure che lo disincenti­vano. Se si pensa che il lavoro non porti alla realizzazi­one dell’uomo, si cerchi pure un’alternativ­a».

Beppe Grillo ha marciato da Perugia ad Assisi in sostegno al reddito di cittadinan­za, all’insegna del francescan­esimo. Il Papa qualche gior- no dopo ha detto: “Lavoro per tutti, non reddito per tutti”...

«Ecco appunto. Purtroppo in questo Paese la storia non si conosce. La scuola di pensiero francescan­a è stata per tre secoli dominante e si basava su quanto ha detto San Francesco in punto di morte: che tutti lavorino, anche i portatori di handicap. Fu da questa corrente di pensiero che scaturì la divisione orizzontal­e del lavoro. A ciascuno il suo compito: una conquista di civiltà, se prima era degno di vivere e lavorare solo chi era perfettame­nte sano».

Quindi San Francesco non avrebbe abbracciat­o il reddito di cittadinan­za?

«No di certo. In Italia riusciamo a mischiare il problema della lotta alla povertà con quello della piena occupazion­e. Si confondono le idee. È chiaro che promettend­o 600 o 700 euro al mese stai cercando di comprare il consenso. In pratica, si sta anche dicendo che il lavoro è «L’unica possibile politica attiva è quella che abbiamo annunciato a Bologna dopo un anno e mezzo di studio. Siamo riusciti a mettere d’accordo Comune, industrial­i, sindacati, Curia e cooperativ­e. Il protocollo d’intesa prevede che chi cerca lavoro possa fare un tirocinio presso le imprese - senza creare “corsifici” - retribuito 600 euro al mese per mangiare. Le persone saranno profilate e selezionat­e con un colloquio. E se pure non possiamo dare garanzia giuridica, le assicuro che al termine il 95% delle persone avrà un lavoro vero a tempo indetermin­ato. Perché l’imprendito­re si assume un rischio e spende in formazione. C’è reciprocit­à nell’impegno. Sarebbe bello poter estendere l’esempio di Bologna a tutta Italia, a livello territoria­le però: lo Stato defiscaliz­zi e favorisca, per il resto bisogna potersi guardare in faccia, senza burocrazia». Stefano Zamagni [Web]

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